SE C’È UN ALDILÀ SONO FOTTUTO. VITA E CINEMA DI CLAUDIO CALIGARI

SE C’È UN ALDILÀ SONO FOTTUTO. VITA E CINEMA DI CLAUDIO CALIGARI
di Fausto Trombetta, Simone Isola


Presentato nella sezione Venezia Classici dell'ultima Mostra del Cinema, il documentario di Simone Isola e Fausto Trombetta Se c'è un aldilà sono fottuto. Vita e cinema di Claudio Caligari dà un contributo prezioso alla “resistenza” della memoria di un artista unico: un outsider il cui ricordo sollecita tuttora affetto e rabbia.

Que viva Claudio

È importante, e da difendere, un lavoro come questo Se c’è un aldilà sono fottuto. Vita e cinema di Claudio Caligari. Lo è innanzitutto perché il cinema del grande regista italiano, outsider per antonomasia della nostra industria cinematografica, ha bisogno di essere tenuto vivo – nella memoria prima che in passaggi televisivi che ormai solo marginalmente “fanno” la vita di un film – anche e soprattutto ora. Sono passati ormai quattro anni da quando la Mostra del Cinema di Venezia celebrò Caligari col suo testamento artistico, Non essere cattivo; e paradossalmente il lascito del regista, limitato quantitativamente (tre film in 32 anni) quanto imprescindibile esteticamente, rischia di nuovo di finire soffocato dalle secche dell’indifferenza o – peggio – di una distratta accondiscendenza. Caligari, e questo emerge in modo molto chiaro dal documentario di Simone Isola e Fausto Trombetta, non era tipo da accettare i riconoscimenti pelosi di chi non fosse in grado di entrare in sintonia col suo cinema. Lui, prima di scrivere una sceneggiatura, si immergeva direttamente nella materia trattata, la studiava in modo teorico prima, e pratico poi; e viene da dire che per apprezzare la sua opera – come materia viva, pulsante, e necessaria ancora oggi – bisogna quantomeno fare altrettanto.

Ed è precisamente questo lo scopo di Se c’è un aldilà sono fottuto, lavoro sentito e dolorosamente empatico, che illumina tanto l’aspetto artistico dell’esistenza di Caligari, quanto quello personale, tenuto storicamente in secondo piano dall’ombrosa personalità del regista. Due dimensioni che sovente si sovrappongono nella ricostruzione del documentario, per come in tutta evidenza Caligari viveva e respirava cinema in ogni momento della sua esistenza: le parole di sua madre, in questo senso, sono eloquenti, quando ammette che sì, di film suo figlio ne avrà anche fatti tre, ma in realtà lui lavorava in continuazione, con una costanza quasi sovrannaturale. Scrivendo, annotando, prendendo appunti, osservando. Si parla in tutto di una trentina di sceneggiature non realizzate, e di altrettante porte chiuse in faccia, da un’industria ormai chiusa in se stessa e autoreferenziale; un’industria inevitabilmente impermeabile a una personalità tanto geniale quanto intransigente, talmente controcorrente nel peggior periodo di secca del cinema italiano, da restare drammaticamente muta. Una serie di rifiuti che però non demoralizzavano il regista, che tornava imperterrito a studiare, a immergersi nel tema di volta in volta scelto (come fece per il folgorante esordio, Amore tossico) e poi a scrivere: di quei “fallimenti”, il documentario ne racconta due in particolare, tradotti in progetti che furono vicini a vedere la luce. Ma non fatichiamo a immaginare la portata e la caratura degli altri.

Se c’è un aldilà sono fottuto è un lavoro che vive di una struttura e di un’impostazione con tutta evidenza pensate per essere accessibili al grande pubblico – nonché per un’ipotetica, si spera lunga “vita” televisiva; tuttavia, l’approccio semplice e diretto del documentario di Isola e Trombetta non contrasta affatto, ma anzi spesso esalta, l’unicità del suo oggetto. La personalità e il lavoro di Caligari, portati sullo schermo nel modo più immediato e accessibile, con l’amico Valerio Mastandrea a fare da guida lungo tutto il documentario, emergono limpidamente, e soprattutto coinvolgono a tratti in modo quasi insostenibile: il groppo in gola che arriva verso la fine, quando vengono documentate le ultime battute della lavorazione di Non essere cattivo, il ricovero e l’ultimo dialogo del regista con sua madre, magari è dovuto più all’oggetto rappresentato che al tramite; ma quest’ultimo, col suo sguardo insieme rigoroso ed empatico, ha saputo ben preparare il terreno a quell’emozione. Un “terreno” che parte inevitabilmente dalla realizzazione del film del 2015 e dal suo processo produttivo, dalla ricognizione sui luoghi e sui volti, dal tanto materiale di repertorio che mostra un Caligari sofferente quanto permeato di un’intatta determinazione. Il rapporto speciale, a suo modo unico, instaurato con un Mastandrea che da pupillo (al tempo della realizzazione del precedente L’odore della notte) è divenuto spalla e principale sostegno, è in certo modo il cuore pulsante – capace di dire molto su entrambi i personaggi – di questo lavoro.

Fa un costante movimento avanti e indietro nel tempo, Se c’è un aldilà sono fottuto, tiene il 2015 e quel viaggio “dal Lido di Ostia al Lido di Venezia” come base e punto di partenza, ma poi volge il suo sguardo all’indietro, al 1983 e al 1998 e a tutto ciò che girò intorno a quegli anni. Anni che entrano in rapporto dialettico con quelli attuali, non solo nei riferimenti diretti voluti dallo stesso regista (l’ormai famosa citazione del gelato, che collega Amore tossico a Non essere cattivo) ma anche nelle facce invecchiate dei protagonisti di allora, tra cui spiccano i due attori/non attori superstiti del film del 1983 (Michela Mioni e Gianni “Er Donna” Schettini). L’autenticità delle loro testimonianze sostanzia ulteriormente un racconto che si fa sempre meno storiografico nel senso classico, sempre più vivo e diretto; un racconto che di quelle esperienze restituisce preziosi dettagli (il complesso rapporto col cast di eroinomani, il loro contributo diretto alla sceneggiatura) capaci di fare luce tanto sull’approccio del regista al lavoro col cast, quanto sul periodo storico in cui andò a operare.

Da parte nostra ci sarebbe piaciuto forse vedere in Se c’è un aldilà sono fottuto un numero ancor maggiore di testimonianze d’epoca relative al clima che accompagnò Amore tossico (i filmati dal Lido e le trasmissioni televisive in cui si improvvisavano improbabili “processi” a regista e cast sono pezzi di repertorio straordinari) oltre a uno sguardo più approfondito su genesi e realizzazione di un’opera parimenti importante, come L’odore della notte. Ma siamo ben consapevoli di come il documentario di Isola e Trombetta, trovatosi in mezzo a una considerevole mole di materiale, abbia dovuto operare delle scelte, magari difficili ma inevitabili. Scelte che comunque restituiscono tanto, di un outsider la cui memoria reclama a ogni sua sollecitazione affetto e rabbia: tenerla viva, quella memoria, è oggi più che mai opera indispensabile. Questo documentario, in ciò, dà il suo innegabile, fondamentale contributo.

Titolo originale: Se c'è un aldilà sono fottuto. Vita e cinema di Claudio Caligari
Regia: Fausto Trombetta, Simone Isola
Paese/anno: Italia / 2019
Durata: 105’
Genere: Documentario
Cast: Adelina Ponti, Alessandro Borghi, Luca Marinelli, Roberta Mattei, Silvia D’Amico, Valerio Mastandrea
Sceneggiatura: Fausto Trombetta, Simone Isola
Fotografia: Maurizio Calvesi
Montaggio: Mario Marrone
Musiche: Marco De Annuntiis
Produttore: Paolo Bogna, Simone Isola
Casa di Produzione: Kimerafilm, Minerva Pictures, Rai Cinema
Distribuzione: Minerva Pictures Group

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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