EMA

EMA
di Pablo Larraín


Pablo Larraín scopre con Ema una dimensione più intima nel suo cinema, in cui la disamina politica entra comunque in modo indiretto; il risultato è affascinante seppur a tratti ostico, figlio di una ricerca sull'immagine, e sulla sua capacità di farsi racconto, che il regista continua a portare avanti con grande coerenza.

Strade di fuoco

Dopo l’incursione statunitense di Jackie, Pablo Larraín torna con Ema nel “suo” Cile. Ci torna, il regista sudamericano, con una vicenda che per la prima volta mostra una dimensione più intima, non collegata (almeno non direttamente) con i rivolgimenti e i passaggi epocali della storia recente. Come il precedente film, Ema racconta l’odissea di una donna e del suo senso di inadeguatezza; ma la riflessione sul potere, pur presente, si smarca qui dalla sua dimensione più strettamente politica e si traspone nel quotidiano, in una sorta di quadrilatero amoroso sullo sfondo di un paese che (e su questo il regista è chiaro) non ha ancora superato i traumi del suo recente passato. A differenza dei film precedenti, questo nuovo lavoro di Larraín non nasce da un suo soggetto originale; e – per quanto il regista si sia sforzato di informare la storia del suo tocco e delle sue tematiche – questa estraneità di partenza è comunque avvertibile, pur sottotraccia. Tuttavia, certamente il (melo)dramma di Ema, madre adottiva rosa dai sensi di colpa e consapevole manipolatrice, sarebbe stato molto diverso se in cabina di regia ci fosse stato qualcun altro.

Il film mette in scena proprio la vicenda di una donna preda di un montante senso di colpa per aver abbandonato suo figlio adottivo, il piccolo Polo, dopo un episodio di piromania finito nel peggiore dei modi. Ema è ossessionata da quell’affetto conquistato e poi lasciato andare, carica di rancore tanto verso di sé quanto verso suo marito Gastón, “colpevole” di essere sterile; la sua sempre più forte amarezza la porta prima all’abbandono della casa coniugale, poi alle dimissioni dal suo lavoro di insegnante di ballo in una scuola, infine all’abbandono della compagnia di danza di cui lo stesso Gastón è direttore. Ema inizia a esibirsi, insieme alle compagne che l’hanno seguita, in numeri di reggaeton di strada; lo fa sullo sfondo degli umori cangianti di una città, quella di Valparaíso, che irretisce lei e le sue amiche, si nutre dei loro spettacoli (e della carica sessuale dei loro corpi) per poi relegarle costantemente ai suoi margini, col miraggio sempre sullo sfondo di un’esistenza diversa, oltre il porto che delimita la città. L’esistenza di Ema sembra configurarsi sempre più all’insegna di un nichilismo autoreferenziale, ma il pensiero di Polo è comunque presente, capace di farsi motore primario delle sue azioni.

Larraín giustappone in Ema lo sguardo ravvicinato, a tratti quasi asfissiante, sul volto della sua protagonista (l’ottima Mariana di Girolamo, già nota in patria per alcune serie televisive) con numeri di danza la cui rappresentazione divide, quasi plasticamente, il film in due parti: dapprima la dimensione astratta, simbolica e smaterializzata, dei balli della compagnia, bagnati dei colori cangianti che riproducono il “fuoco” che muove le azioni della protagonista – relegandolo tuttavia alla sfera dell’allegoria; in seguito, la carica fisica, terrena, fatta di corpi, sudore e “spudorata” materialità, del reggaeton, riproduzione e superamento della gabbia a cielo aperto della città costiera. Una danza espressione di pulsioni anarchiche mescolate a quelle sessuali e a quelle (sempre più distruttive) che troveranno nel fuoco (reale) la loro espressione diretta. Il dramma intimo della protagonista si fa emblema indiretto delle persistenti storture di una struttura sociale malata, che continua a marginalizzare le minoranze – politiche, etniche e sessuali –, a guardare con sospetto qualsiasi produzione artistica, a considerare i suoi autori alla stregua di attrazioni da baraccone da cui tenere le distanze. All’impossibilità di vivere gli affetti familiari in modo pieno, Ema reagisce nel modo più fisico e distruttivo.

Questo Ema conferma (e fa arrivare a un nuovo livello) la ricerca portata avanti da Larraín sull’immagine e sulla sua capacità di farsi essa stessa racconto; lo fa trovando i suoi punti di forza in una fotografia di straordinaria elaborazione – sia nell’astrazione dei colori della danza, sia nella consistenza terrigna e fisica degli esterni urbani – nonché in un’insistenza sui paesaggi cittadini, e sui luoghi del dramma, che fanno del centro urbano di Valparaíso qualcosa di più di un semplice sfondo. La narrazione a tratti si disunisce (specie nella seconda parte) seguendo gli umori della protagonista e il carattere apparentemente episodico delle sue scelte; la dimensione più strettamente politica della vicenda, in un soggetto su cui il regista si è trovato a lavorare solo in un secondo momento, a tratti fatica a emergere, stretta nelle maglie di una vicenda familiare che ha le sue regole e le sue modalità narrative da rispettare (ivi compresa una digressione, verso la fine, portata a spiegare ciò che di solito nel cinema del regista resta implicito).

Resta tuttavia molto apprezzabile, in Ema, lo sguardo di Larraín su un’umanità marginale – non per scelta – che trova nella protagonista il suo involontario emblema, nonché l’ambiguità di una conclusione che rimane coerente col carattere precario della storia, privo di manicheismo in quanto immerso in un contesto sociale contraddittorio che accomuna tutti i personaggi. E resta anche apprezzabile la scelta di dare solo nell’ultima parte un volto e un corpo – esplicitamente “normali”, e vicini a quelli degli altri personaggi – a quel Polo che fino ad allora era rimasta mera, immateriale guida all’azione della protagonista.

Titolo originale: Ema
Regia: Pablo Larraín
Paese/anno: Cile / 2019
Durata: 102’
Genere: Drammatico
Cast: Antonia Giesen, Catalina Saavedra, Cristián Suárez, Eduardo Paxeco, Gael García Bernal, Giannina Fruttero, Josefina Fiebelkorn, Mariana Di Girolamo, Mariana Loyola, Paola Giannini, Paula Hofmann, Paula Luchsinger, Santiago Cabrera, Susana Hidalgo
Sceneggiatura: Alejandro Moreno, Guillermo Calderón
Fotografia: Sergio Armstrong
Montaggio: Sebastián Sepúlveda
Musiche: Nicolas Jaar
Produttore: Juan de Dios Larraín
Casa di Produzione: Fabula
Distribuzione: Movies Inspired

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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