DORA E LA CITTÀ PERDUTA

DORA E LA CITTÀ PERDUTA
di James Bobin


Con Dora e la città perduta, James Bobin traspone su grande schermo una fortunata serie animata targata Nickelodeon, muovendosi tra adattamento diretto e sequel; il divertimento, pur presente, è inficiato dal tentativo (non sempre riuscito) di allargare il target naturale della serie, mantenendone tuttavia il mood giocoso.

Da una giungla all'altra… e ritorno

Nel trasporre in live action una serie specificamente indirizzata a un pubblico infantile come Dora l’esploratrice, la Paramount e il regista James Bobin hanno optato in questo Dora e la città perduta per qualcosa a metà tra il remake e il sequel. La scelta di trarre un film con attori in carne e ossa dalla serie animata Nickelodeon, d’altronde, rendeva quasi obbligatorio ampliarne un po’ il target (senza per questo tradirne le basi) dando una struttura più solida e cinematografica alle avventure della piccola esploratrice. Una protagonista che qui ha il volto (nella sua versione adolescente) dell’attrice di origini peruviane Isabella Moner, a sua volta lanciata da un’altra produzione Nickelodeon, la serie 100 cose da fare prima del liceo. E gli ammiccamenti alla serie animata originale, in effetti, sono quasi tutti concentrati nel prologo ambientato nella foresta peruviana, con l’introduzione al pubblico della Dora bambina, l’antropomorfizzazione di oggetti e animali (lo zainetto, la mappa, la fida scimmietta Boots) e l’introduzione di un mondo colorato e chiaramente a misura di bambino. Un prologo quasi pensato per dire “sei a casa” ai piccoli spettatori (o ex spettatori) della serie.

Dopo l’introduzione, ritroviamo una Dora adolescente, pronta a trasferirsi nella lontana e civilizzata Los Angeles e a ritrovare il cugino e compagno di avventure Diego, a sua volta cresciuto e inaspettatamente cambiato. Il fare ingenuo e poco “urbano” della ragazza le provoca la derisione e l’emarginazione dei compagni di liceo, nonché i rimbrotti di un sempre più imbarazzato Diego. Nel frattempo, nella lontana giungla, i genitori di Dora sono sulle tracce della favolosa città perduta di Parapata, già vagheggiata da Dora e Diego durante la loro infanzia: proprio la ricerca portata avanti dalla coppia di esploratori spinge un gruppo di mercenari a rapire Dora durante una gita scolastica, e a ricondurla in Perù. Insieme a Dora, vengono prelevati anche Diego e i due (mal assortiti) compagni di classe Sammy e Randy: aiutatati a fuggire dall’archeologo Alejandro, i quattro tenteranno così di raggiungere i genitori di Dora – e la loro favolosa meta – prima dei mercenari.

Diretto da uno specialista del cinema per famiglie come James Bobin (suoi i due episodi de I Muppet, ma anche il fallimentare Alice attraverso lo specchio), Dora e la città perduta soffre un po’ della scelta di dare alla storia della piccola esploratrice una cornice avventurosa à la Indiana Jones, strutturando il suo personaggio in senso più cinematografico, ma cercando di mantenere al contempo il mood infantile e giocoso che aveva caratterizzato la serie televisiva. Una compresenza di registri narrativi non sempre riuscita, che fa stridere un po’ alcune soluzioni all’insegna dell’umorismo surreale (la continua tendenza della protagonista a esprimersi attraverso le canzoni, certe gag estemporanee che coinvolgono i genitori e il personaggio di Alejandro) col tentativo di articolare una narrazione che possa essere appetibile anche per un pubblico adulto.

La scelta dell’età della protagonista (nonché quella dell’attrice, recente teen idol televisiva) fa presumere un occhio privilegiato a un pubblico di adolescenti, magari freschi ex spettatori della serie animata; tuttavia, la parte più debole del film di Bobin si rivela essere proprio quella da teen comedy ambientata nell’ambiente liceale, coi due compagni Sammy e Randy solo abbozzati, e un generale sguardo sulla giungla liceale – contrapposta a quella vera, così familiare per la protagonista – che non va molto oltre il bozzetto stereotipato. Dedicare qualche minuto in più al traumatico inserimento di Dora al liceo, alla sua nuova e difficile “esplorazione”, e alla conoscenza dei due futuri compagni di avventure, avrebbe probabilmente giovato al film di Bobin, sia in termini di spessore che di potenziale comico.

Dora e la città perduta imbocca più decisamente la direzione del film d’avventura per famiglie quando l’azione torna a spostarsi nella foresta peruviana; qui, il ritmo si fa decisamente più sostenuto, sorretto anche dalla solida regia di Bobin, che inanella rocambolesche sequenze d’azione e una serie di gag con cui la giovane protagonista sembra trovarsi decisamente a suo agio. I riferimenti ironici (e un po’ metacinematografici) al cinema d’avventura di ieri e di oggi – in gran parte demandati al personaggio nerd del giovane Randy – sono piccole pillole a uso e consumo dello spettatore più navigato, gradevoli quanto estemporanee; inaspettatamente gustosa si rivela inoltre la lisergica parentesi che vede i personaggi trasformarsi (letteralmente) in cartoni animati, citazione diretta e letterale della serie originale che farà ovviamente felice il suo pubblico.

Un po’ spezzettato nella sua struttura narrativa, esile e caratterizzata verso la fine da un twist tutt’altro che imprevedibile, Dora e la città perduta si rivela poco più che un innocuo divertissment per famiglie, che tuttavia poteva funzionare meglio anche per il suo target di riferimento. La scelta di distaccarsi, nell’ambientazione così come nell’età dei protagonisti, dal mood della serie originale sembra voler trovare un problematico (e forse poco opportuno) bilanciamento con siparietti comici che faranno storcere il naso anche a molti suoi ex spettatori. L’espressività della giovane Isabella Moner, la naturalezza con cui, nella parte ambientata al liceo, si cala nei panni di una giovane nerd disadattata, mostravano un potenziale che la sceneggiatura – preoccupata di tornare presto nel suo “ambiente naturale” – dissipa troppo rapidamente. Così, al netto della simpatia ispirata da Dora e dai suoi amici, e di valori produttivi di tutto rispetto – tradotti in un’accattivante resa delle location, suddivise tra il Perù e l’Australia – il film di James Bobin si dimentica presto, pur evocando un inconsapevole, mezzo sorriso quelle rare volte che alcune sue scene tornano alle memoria.

Titolo originale: Dora and the Lost City of Gold
Regia: James Bobin
Paese/anno: Australia, Messico, Stati Uniti / 2019
Durata: 102’
Genere: Avventura, Commedia
Cast: Adriana Barraza, Benicio del Toro, Danny Trejo, Eugenio Derbez, Eva Longoria, Haley Tju, Isabela Moner, Jeffrey Wahlberg, Madeleine Madden, Madelyn Miranda, Malachi Barton, Michael Peña, Pia Miller, Q'orianka Kilcher, Temuera Morrison
Sceneggiatura: Matthew Robinson, Nicholas Stoller
Fotografia: Javier Aguirresarobe
Montaggio: Mark Everson
Musiche: Germaine Franco, John Debney
Produttore: Eugenio Derbez, Kristin Burr
Casa di Produzione: Burr! Productions, Media Rights Capital (MRC), Nickelodeon Movies, Paramount Players, Walden Media
Distribuzione: 20th Century Fox

Data di uscita: 26/09/2019

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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