AD ASTRA

AD ASTRA
di James Gray


Space opera maestosa e intima, esaltazione della dimensione del viaggio, nel suo doppio binario di fuga e (ri)scoperta di sé, Ad Astra è puro James Gray, intriso di quell'afflato umanista - utopico e concreto al tempo stesso - che non ha mai abbandonato il cinema del regista americano.

Civiltà ritrovata

Continua a mostrare un approccio e un respiro tipicamente umanista, il cinema di James Gray. Un approccio che persegue la sua strada al racconto cinematografico incurante delle mode e dei contesti in cui i suoi film vengono presentati (qui il concorso della Mostra del Cinema di Venezia) invitando a una fruizione consapevole, che chiede i suoi modi e i suoi tempi di elaborazione. Quello del regista statunitense, decisamente parco nella sua produzione (sette film in venticinque anni) è un percorso coerente ed eclettico, che per queste sue – solo apparentemente – contraddittorie peculiarità, si configura quasi come un unicum nel cinema moderno: da un lato l’esplorazione a 360 gradi dei generi (dal noir al dramma sentimentale), dall’altro l’emergere di una poetica riconoscibile, rafforzata, arricchita ma mai tradita di film in film. La science fiction, genere fondativo del racconto letterario prima che di quello cinematografico, veicolo in grado di condurre una storia in territori anche lontanissimi tra loro, ancora non era stata esplorata da Gray: e Ad Astra, più che un film di fantascienza, si configura in realtà come una space opera. Un sottogenere da maneggiare con cautela, già oggetto di (discussa) trattazione da parte di Christopher Nolan con Interstellar.

Guarda agli archetipi per trasportarli lontano, Ad Astra, in un fuori cosmico che è emblema diretto di solitudine; ma il suo percorso è quello di un cinema che (ancora una volta) dall’individuo parte e lì ritorna. Il respiro epico del film di James Gray – a differenza di quello di Nolan, e del sempiterno termine di paragone del kubrickiano 2001: Odissea nello spazio – ha un che di intimo, se non psicanalitico: laddove la space opera è spesso esplorazione filosofica dei limiti dell’esistenza, inquietudine sulle origini della vita e sulla sua (possibile) interpretazione, Ad Astra riconduce la sua trattazione al volto e alla psiche sofferente – e scissa – del suo protagonista, un Brad Pitt misurato e impeccabile. Fuori, ovunque, una catastrofe sta minacciando la vita stessa sulla Terra, nella forma di una serie di tempeste elettriche che stanno decimando la popolazione: il maggiore Roy McBride interpretato da Pitt viene scelto perché freddo e razionale nelle situazioni più estreme, apparentemente privo di emotività; ma anche perché l’origine della minaccia sembra essere suo padre, militare per anni creduto morto durante una missione diretta ai limiti estremi del sistema solare. La missione di Roy sarà rintracciare il genitore, orbitante con la sua base vicino alla cintura di Saturno, e bloccare quella che sembra una consapevole – e incomprensibile – volontà stragista.

Ad Astra adegua la sua atmosfera e il suo passo all’evoluzione/sblocco della mente del protagonista, alle tappe di un viaggio che alla ricerca del personale Cuore di tenebra cosmico (non a caso il romanzo di Conrad è citato direttamente dal regista come fonte di ispirazione) sovrappone la (ri)scoperta per il protagonista di un potenziale affettivo soffocato e addirittura negato. Le raggelate tonalità cromatiche della frazione iniziale del film, i minacciosi totali sul vuoto dello spazio e i metallici esterni della base lunare (territorio di guerra di cui scorgiamo in una singola scena la furia – mal – celata) lasciano gradualmente il passo a colori non meno minacciosi, ma indiscutibilmente più vivi: il rosso e l’arancione della base marziana in cui il protagonista apprende (più di) quello che avrebbe voluto sapere sul genitore, il nero seppia che inghiotte l’uomo coi suoi orrori celati, e fa da sfondo all’incontro risolutore. In mezzo, il viaggio cosmico e quello nella memoria, che da inconsapevole si fa sempre più conscio e addirittura urgente, e una perseguita riconciliazione col passato da effettuare a prescindere da tutto (costasse pure la fine del mondo). E, parallelamente, un film che da space opera diviene melodramma familiare a sfondo spaziale, racconto di un contatto con la propria storia perseguito da una vita, tradotto in difficoltà (fisica e metaforica) nel lasciare andare.

Riesce a essere al contempo maestoso e intimo, Ad Astra, sognante e concreto, intriso di utopia e calato in una realtà (anche politica) di cui non vengono mai nascoste le patologie. La dimensione utopica del cinema di Gray, così mirabilmente descritta ed esaltata dal precedente Civiltà perduta, viene qui proiettata nel cosmo (regno del possibile per definizione) per essere poi ricondotta alla dimensione terrena, quella degli affetti e di una quotidianità di cui vediamo solo scorci, ma il cui fantasma (inquieto) non abbandona mai il protagonista. L’ossessione che divorava il Percy Fawcett del film precedente si sdoppia qui nei personaggi di Pitt e Tommy Lee Jones, nutrendosi da un lato della ricerca del tassello mancante della propria esistenza, dall’altro della voglia mai appagata di vedere oltre i propri limiti: ma entrambe le ricerche, in questo caso (ed è questa forse la principale novità di questo nuovo lavoro del regista) una soluzione infine la troveranno. E se la chiosa del film di Gray, che non ha paura di mostrare tutto il suo carattere melò – esplicito e diretto nei minuti finali – potrebbe apparire risaputa ai più, ciò non è responsabilità da imputare al film: ancora una volta, come con molti film del regista americano, il problema sta nella nostra disabitudine di fronte alla dimensione più prettamente emotiva del cinema. Che qualcuno una volta di più ce ne ricordi l’esistenza, può essere solo un bene.

Titolo originale: Ad Astra
Regia: James Gray
Paese/anno: Brasile, Cina, Stati Uniti / 2019
Durata: 124’
Genere: Avventura, Drammatico, Fantascienza
Cast: Alyson Reed, Anne McDaniels, Brad Pitt, Donald Sutherland, Greg Bryk, Jamie Kennedy, John Finn, John Ortiz, Kimberly Elise, Kimmy Shields, LisaGay Hamilton, Liv Tyler, Loren Dean, Ravi Kapoor, Ruth Negga, Sean Blakemore, Tommy Lee Jones
Sceneggiatura: Ethan Gross, James Gray
Fotografia: Hoyte Van Hoytema
Montaggio: John Axelrad, Lee Haugen
Musiche: Max Richter
Produttore: Anthony Katagas, Brad Pitt, Dede Gardner, James Gray, Jeremy Kleiner, Rodrigo Teixeira, Yariv Milchan
Casa di Produzione: Keep Your Head, MadRiver Pictures, Plan B Entertainment, Regency Enterprises, RT Features
Distribuzione: 20th Century Fox

Data di uscita: 26/09/2019

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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