JOKER

JOKER
di Todd Phillips


Al di là del premio a Venezia, e di un supposto – e del tutto relativo – “sdoganamento” del cinecomic presso il pubblico festivaliero, Joker colpisce per la sua capacità di essere onestamente autoriale e popolare, e per la naturalezza con la quale Todd Phillips abbraccia gli inesplorati territori del dramma.

Ridi, e riderai da solo

C’era già un buon hype, dietro a questo Joker, prima ancora che il film di Todd Phillips conquistasse (primo caso per un film ispirato a un personaggio dei fumetti) l’ambito riconoscimento del Leone d’Oro a Venezia. Un hype che derivava, principalmente, da una scelta in controtendenza rispetto all’ormai imperante continuity che caratterizza il mondo dei cinecomic, con un personaggio che qui (il fatto che sia un villain è in fondo, in questo senso, secondario) ritrova un suo, esclusivo, spazio cinematografico. Uno spazio che nel film non è (ancora) condiviso con la controparte a cui il personaggio è tradizionalmente associato, quella di un Bruce Wayne che qui vediamo ancora bambino e non ancora giustiziere dalla personalità scissa; uno spazio che forse, considerata la radicale rilettura qui operata dalla sceneggiatura, non verrà neanche più condiviso con la figura del giustiziere creato da Bob Kane, almeno per come siamo stati abituati a immaginarlo. Difficile, infatti, immaginare la divisione di ruoli manichea che anche i recenti film del DC Extended Universe hanno operato, dopo aver visto ciò che subisce l’Arthur Fleck interpretato qui da Joaquin Phoenix; difficile considerare, soprattutto, il futuro Batman sotto la stessa luce. Ma questo Joker, lo abbiamo detto, nasce come corpo a sé, lontano, e persino in opposizione, alla logica dei grandi media franchise.

Un’opposizione che ha fruttato al film di Todd Phillips il massimo riconoscimento nella kermesse veneziana, il plauso pressoché totale della critica, insieme a una serie di considerazioni – nate invero già vecchie, e piuttosto oziose – sulla natura artistica o meno di un film tratto da fumetto, sullo statuto del cinecomic come genere, sulla necessità di aggiornare le categorie critiche tradizionali, e via dicendo. Considerazioni che qui, sia detto subito, non ci interessano. Joker, di fatto, non rivoluziona nulla nell’estetica del film supereroistico, principalmente perché con esso non mantiene che un legame debole; un legame che resta nelle tematiche, nel clima generale delle declinazioni più originali del filone, andando piuttosto a volgere il suo sguardo altrove, a quella New Hollywood che è suo modello esplicito e riconosciuto. Se Taxi Driver, Toro scatenato e Re per una notte sono i punti di riferimento dichiarati per il film di Phillips (che vedeva inizialmente la presenza dello stesso Martin Scorsese in produzione), il suo setting precisa la scelta di campo: la Gotham City è quella (ipotizzata) di inizio anni ’80, distinta tanto dal cupo regno degli orrori burtoniano quanto dalla metropoli hi-tech prossima a sprofondare in un medioevo venturo delle declinazioni di Nolan e Snyder. Un conglomerato di disuguaglianze e tensioni con un piede nel decennio precedente, e l’altro in un futuro di anarchia e disgregazione.

Di questo futuro, il personaggio interpretato (mirabilmente) da Phoenix è anticipatore suo malgrado, mente deragliata che si vota al male dopo aver esaurito, una per una, tutte le opzioni restanti. Arthur Fleck è figlio degenere del suo tempo, grottesca e ironica storpiatura di una figura codificata come quella del clown, individuo per definizione solitario e votato all’altrui benessere; una figura che, in un contesto sociale già vittima di atomizzazione e strisciante individualismo, non può che diventare un paradossale modello. Nella sua progressiva discesa verso la follia, da intrattenitore vittima di angherie per il suo disturbo neurologico (che lo porta a ridere incontrollabilmente nei momenti di tensione) a vendicatore di un passato oscuro contro quella che si configura, qui, come la sua vera nemesi (il Thomas Wayne col volto di Brett Cullen), quella interpretata da Phoenix è figura insieme tragica e grottesca: un freak vero, “metropolitano”, privo della trasfigurazione fantastica di molte sue incarnazioni precedenti, capofila inconsapevole di un movimento di individui che non diventano mai collettività. Tanti clown, parimenti tristi ed esplosivamente votati alla distruzione. Se il personaggio abbraccia il male perché reietto, se è in primo piano (in modo esplicito e diretto) il tema della diversità respinta come veicolo per la malattia mentale e la devianza, Phillips non dimentica di inserire una nota grottesca (in linea con l’asserzione del protagonista secondo cui “la mia vita è una commedia”): una nota culminata in un pre-finale – quello che tutti i lettori dei fumetti DC conoscono – che ha il sapore della beffa.

I cultori dell’uomo pipistrello, e delle sue incarnazioni fumettistiche, troveranno in Joker echi della rilettura del personaggio per opera di Alan Moore nel suo Batman: The Killing Joke; mentre il pubblico più affine a quello che gli ha tributato la standing ovation a Venezia apprezzerà (com’è inevitabile fare) l’avvolgente regia di Phillips, i toni sempre in bilico tra malinconica empatia e sardonico distacco, il livido affresco di una città sull’orlo di un’apocalisse ventura ma, paradossalmente, già vissuta. In fondo, proprio nella sua capacità di essere trasversale, nella sua caratura insieme onestamente popolare e genuinamente autoriale, sta il pregio principale del film di Todd Phillips: un cineasta che qui fa il “salto” dalla commedia al dramma in modo naturale, quasi come passaggio e fuoriuscita obbligata da un recinto che ormai gli andava stretto. Non rivoluziona quindi nulla, Joker, ma semmai porta a compimento un percorso (quello del suo regista), sottolinea e consacra un talento (un Phoenix più che mai in stato di grazia) e getta un diverso sguardo – pur già intuibile, e presente in nuce nelle sue incarnazioni precedenti – su un universo narrativo ampiamente codificato quanto entrato nell’immaginario collettivo. Difficile immaginare in futuro di tifare per Bruce Wayne, quello che qui ancora deve avere il suo battesimo da giustiziere; difficile, soprattutto, immaginare uno sviluppo narrativo dell’universo creato da Bob Kane affine a quelli che abbiamo conosciuto. Perché quella, sembra dirci Todd Phillips, contro la logica della continuity e delle saghe da cui il film sceglie di allontanarsi, è davvero un’altra storia.

Joker poster locandina

Titolo originale: Joker
Regia: Todd Phillips
Paese/anno: Stati Uniti / 2019
Durata: 122’
Genere: Drammatico, Thriller
Cast: Bill Camp, Brett Cullen, Brian Tyree Henry, Bryan Callen, Dante Pereira-Olson, Douglas Hodge, Frances Conroy, Glenn Fleshler, Joaquin Phoenix, Josh Pais, Leigh Gill, Marc Maron, Robert De Niro, Shea Whigham, Zazie Beetz
Sceneggiatura: Scott Silver, Todd Phillips
Fotografia: Lawrence Sher
Montaggio: Jeff Groth
Musiche: Hildur Guðnadóttir
Produttore: Bradley Cooper, Emma Tillinger Koskoff, Todd Phillips
Casa di Produzione: DC Films, Joint Effort, Village Roadshow Pictures
Distribuzione: Warner Bros. Italia

Data di uscita: 03/10/2019

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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