LE VERITÀ

LE VERITÀ
di Hirokazu Kore-eda


Già film d’apertura a Venezia, Le verità segna l’esordio di Hirokazu Kore-eda fuori dai confini del suo paese; le personalità ingombranti di Catherine Deneuve e Juliette Binoche imbrigliano la storia, ma soprattutto si avverte l’inizio di una normalizzazione di sguardo che rende l’opera la più debole della carriera del regista.

Un affare di finzione

Fuoriuscendo per la prima volta dai confini del suo paese, innestandosi sul tessuto di una cinematografia (quella francese) che la vulgata ha voluto spesso – per tematiche e atmosfere – affine a quella nipponica, il cinema di Hirokazu Kore-eda ripropone in questo Le verità i suoi motivi chiave (la famiglia, la memoria, il lutto), trasportati in un diverso contesto sociale e culturale. Lo fa puntando il suo sguardo direttamente sull’arte del recitare, sul rapporto tra vita e interpretazione, e mettendo a confronto due diverse generazioni di interpreti della cinematografia d’oltralpe: due generazioni incarnate qui rispettivamente dalle ingombranti figure di Catherine Deneuve e Juliette Binoche, mattatrici e inevitabili catalizzatrici d’attenzione per tutta l’operazione. L’ispirazione, per ammissione dello stesso regista, è in un suo vecchio progetto di origine teatrale, una commedia che avrebbe dovuto essere incentrata sulle memorie di un’attrice alla fine della sua carriera. Le tematiche familiari ne hanno poi sostanziato ulteriormente il soggetto – in continuità con la poetica del regista – mentre il passaggio in terra francese ne ha probabilmente favorito la scelta quale film d’apertura per la recente Mostra del Cinema di Venezia.

C’è di nuovo un confronto familiare, nel soggetto di Le verità, confronto che qui diviene anche culturale e generazionale: da un lato la Fabienne interpretata da Catherine Deneuve, star del cinema francese che ha appena pubblicato la sua autobiografia, cinica e opportunista, ormai incapace di non indossare una maschera finanche nei suoi rapporti con le persone più vicine; dall’altra, la figlia Lumir col volto di Juliette Binoche, attrice mancata e donna carica di vecchi rancori nei confronti di sua madre, appena tornata a Parigi da New York insieme a suo marito Hank e a sua figlia Charlotte. L’occasione per il confronto tra le due donne è la pubblicazione del libro di memorie di Fabienne, autocelebrazione che racconta a suo modo frammenti di vita lavorativa e familiare, evocatori in Lumir di ricordi dolorosi; ma il viaggio, per quest’ultima, sarà anche l’occasione per assistere alle riprese del nuovo film di Fabienne, un’opera di fantascienza in cui l’attrice si trova a interpretare il ruolo di una figlia che si confronta con una madre rimasta miracolosamente giovane. Un ruolo che finirà per lavorare sul subconscio della donna, favorendo una maggiore empatia con la stessa Lumir, e facendo venire finalmente alla luce i nodi di un rapporto madre/figlia irrisolto.

Abituato a lavorare in sottrazione rispetto ai temi che di volta in volta porta sullo schermo, ma anche a comporre ritratti ricchi di equilibrio tra tutti i suoi personaggi, Kore-eda in questo Le verità appare un po’ in difficoltà a causa di un soggetto – ma anche di una struttura produttiva – che richiama per sua natura uno spazio di una certa consistenza per le due protagoniste. Il dramma di Fabienne e Lumir si identifica troppo spesso con la personalità delle sue due interpreti, facendo fatica a respirare e a dare il giusto peso ai personaggi secondari: sacrificate appaiono in particolare le figure del padre di Lumir – personaggio dalle potenzialità non sfruttate, che viene introdotto e poi rapidamente accantonato dalla sceneggiatura – ma soprattutto quella della piccola Charlotte, incarnazione di un elemento ricorrente del cinema di Kore-eda (quello infantile, con tutta la sua peculiarità di sguardo) qui stretto e messo in ombra dalle due figure adulte. Tramite queste ultime, il regista punta a ragionare sui concetti di realtà e interpretazione, sul potere della recitazione di portare alla luce il rimosso ma anche di tenerlo imprigionato e soffocato, sulla confusione tra set e vita e sull’illusoria sensazione di onnipotenza fornita dall’arte del recitare. Una sensazione che si va a sgretolare non appena ci si trova di fronte alla necessità, umanissima e concreta, di fare un discorso di scuse senza dover seguire un copione preordinato.

Le verità tenta di replicare nel nuovo contesto le atmosfere all’insegna delle nuances, e la problematizzazione di sguardo, che hanno reso fondamentali lavori come Little Sister o Un affare di famiglia; ma la levità costantemente ricercata dal regista, i toni che si fermano a un passo dal dramma esplicito, andando poi a flirtare con la commedia, appaiono qui leggermente forzati. Si avverte che il soggetto, nato altrove e probabilmente con altre premesse, ha finito per adattarsi in modo troppo marcato ai gusti del “medio” pubblico mainstream europeo, fidando quasi completamente su una Deneuve che riempie lo schermo, e su una Binoche il cui personaggio richiama una catarsi emotiva che semplicemente non arriva.

Al di là dell’inconsistenza delle figure accessorie (tra queste inseriremmo anche il personaggio del marito di Lumir, interpretato da Ethan Hawke) il problema di Le verità sta proprio nella difficoltosa conciliazione tra i temi del regista con un contenitore narrativo che tende inevitabilmente a normalizzarne (e appiattirne) lo sguardo. In questo senso, la stessa ambientazione cinematografica, e il ragionamento sull’arte del recitare e sulle sue implicazioni, appaiono motivi pretestuosi, al di là della scontata identificazione tra la figura di Fabienne e la sua interprete al di qua dello schermo. D’altra parte, i segni e i riferimenti al suo cinema che il regista inserisce (la caduta delle foglie dagli alberi, il generale clima autunnale della storia, il poco invasivo commento musicale) sembrano più contentini dati al suo pubblico, riferimenti a una poetica che qui fatica ad adattarsi al nuovo contenitore. Un contenitore che ha portato il regista nipponico a quello che risulta finora l’episodio più debole della sua carriera, tenuto in piedi solo dal mestiere suo e da quello del cast: ma il cinema di Kore-eda, finora, aveva mostrato ben altra sostanza.

Titolo originale: La vérité
Regia: Hirokazu Kore-eda
Paese/anno: Francia, Giappone / 2019
Durata: 106’
Genere: Drammatico
Cast: Alain Libolt, Aleksandra Yermak, Catherine Deneuve, Christian Crahay, Clémentine Grenier, Ethan Hawke, Jackie Berroyer, Juliette Binoche, Laurent Capelluto, Ludivine Sagnier, Manon Clavel, Maya Sansa, Roger Van Hool
Sceneggiatura: Hirokazu Kore-eda
Fotografia: Éric Gautier
Montaggio: Hirokazu Kore-eda
Musiche: Aleksej Ajgi
Produttore: Consuelo Frauenfelder, Jamal Zeinal Zade, Jasmine Zeinal-Zade, Margot Zeinal-Zade, Mathilde Incerti, Miyuki Fukuma, Muriel Merlin, Nathalie Dennes
Casa di Produzione: 3B Productions, Bun-Buku, France 3 Cinéma, MI Movies
Distribuzione: BiM Distribuzione

Data di uscita: 10/10/2019

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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