BRAVE RAGAZZE

BRAVE RAGAZZE

La recente riscoperta dei generi, nel cinema italiano (e la conseguente, problematica rivalutazione di tutto ciò che siamo soliti chiamare “cinema di genere”) ha indubbiamente fatto (anche) i suoi danni. Tra questi, includeremmo la recente tendenza a voler dare una coloritura “di genere” – comprendendo in questa categoria i filoni in qualche modo fondativi del nostro cinema popolare, tra cui il poliziesco, il peplum e l’horror – a prodotti che in realtà restano del tutto interni alle logiche produttive, e al rincorso gusto “medio”, dell’attuale panorama italico. All’interno di questa tendenza, all’esperimento compiuto da Gabriele Salvatores col suo Il ragazzo invisibile (con tanto di fallimentare sequel) e al tentativo, apprezzabile negli intenti quanto difettoso nella tenuta, compiuto dal Matteo Rovere de Il primo re, va sommato un prodotto come questo Brave ragazze, seconda prova da regista di una Michela Andreozzi che invero non fa molto per nascondere il suo background televisivo. Un background che qui assume, semplicemente, una diversa patina estetica, legata da un lato alla scelta di intercettare il pubblico più giovane, dall’altro all’imperante voglia di revival eighties a cui il nostro cinema non poteva restare indifferente.

Proprio nel decennio più citato (e probabilmente più frainteso) dal cinema e dalla televisione degli ultimi anni, è ambientato il plot del film della Andreozzi, ispirato a una vicenda che ebbe il suo reale teatro in Francia. Qui, ci troviamo invece nella Gaeta dei primi anni ’80, in una realtà in cui al precariato lavorativo si sommano gli ancora pesanti stereotipi di genere: di qui l’idea delle amiche Anna e Maria, rispettivamente madre single e moglie di un uomo instabile e violento, e delle sorelle Chicca e Caterina, di rapinare la banca locale, fidando sull’idea che gli inquirenti non penserebbero mai a criminali di sesso femminile. Il colpo va a buon fine, ma le quattro dovranno presto fare i conti con una disponibilità economica prima sconosciuta, con un tenore di vita mai sperimentato, nonché con un certo, scoperto gusto per il crimine: di lì a rifarlo, il passo si rivelerà molto breve. Con tutte le complicazioni del caso, ivi compreso l’invaghimento per Anna (ricambiato) da parte del nuovo commissario di polizia, giunto da Torino.

La furba scelta di setting del film di Michela Andreozzi, superficialmente accompagnata da un gusto iconografico e cromatico affine – evidente fin dai titoli di testa, con quei caratteri un po’ kitsch in azzurro e rosa – viene sottolineata nel film più volte, negli elementi dell’arredo come in certe battute (“sarebbe bello avere un telefono che puoi portarti sempre in giro”, dice il personaggio di Serena Rossi): una scelta che quasi segnala la preoccupazione della regista di ribadire una collocazione storica per la vicenda che dagli eventi, invece, emerge poco. La funzionalità dell’ambientazione di Brave ragazze pare essere quella di esplorare una realtà di provincia che, tre decenni fa, relegava la donna a un ruolo subalterno con una forza ben maggiore di quanto non faccia oggi; una componente che tuttavia il film non porta mai davvero avanti, mostrando quattro personaggi che, tra disavventure lavorative e voglia di scappare, finiscono per stridere con lo stereotipo che si voleva evidenziare. La stessa figura della religiosa Maria, succube di un marito violento, non va molto oltre la macchietta, con un’evoluzione che (pur considerate le tappe forzate a cui, in qualche modo, lo script la condanna) risulta fin dall’inizio ampiamente prevedibile.

A dispetto della sua ambientazione, Brave ragazze colleziona un buon numero di stereotipi e cliché tipici della commedia italica dell’ultimo decennio, dal prete romano e moderno col volto di Max Tortora alla madre single, coi piedi per terra ma non scoraggiata, interpretata da Ambra Angiolini; in questo senso, il film della Andreozzi fa stridere ancor più le sue atmosfere col superficiale contenitore che si è voluto dare. Se la prima parte del film presenta sommariamente i personaggi, delineando i rispettivi background e i ruoli all’interno della comunità di riferimento, la seconda imbastisce un’esilissima trama poliziesca, dalla progressione scontata e con più di un’incongruenza nell’intreccio. Se è pretestuosa e telefonata, in questo senso, la love story tra il personaggio della Angiolini e l’ombroso poliziotto col volto di Luca Argentero, quest’ultimo non mostra un particolare acume nel non intuire subito (specie quando un testimone glielo suggerisce esplicitamente) il sesso dei rapinatori. Ma, va detto, in questo senso la sospensione dell’incredulità risulta ardua fin dall’inizio, fin da una prima rapina in cui la femminilità (corporea e vocale) del gruppo di rapinatrici appare abbastanza palese.

Tra canzoni d’epoca, qualche esile sketch (il tormentone sui nomi “canterini” dei personaggi interpretati da Tortora e Argentero) e sequenze d’azione piuttosto confuse (si veda il primo inseguimento automobilistico, non proprio un gran pezzo di regia), Brave ragazze va a confondersi nel calderone di una commedia italiana che si conferma priva di personalità: non basta certo il dittico “bigodini e pistole” – per usare un’espressione della stessa regista – per dire qualcosa di nuovo in un panorama sempre più asfittico, che avrebbe bisogno di ben più che di una spennellata di anni ’80 per tornare a funzionare. Qui si resta, invero, in un aurea mediocritas che la furba confezione di genere non fa che rendere ancor più fastidiosa. La scossa necessaria, non solo per la commedia, ma per l’italico mainstream tout court, deve ancora arrivare.

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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