GEMINI MAN

GEMINI MAN

Nella lunga e prosperosa storia del cinema americano, in mezzo alla pioggia incessante di film prodotti anno dopo anno, ci sono idee e progetti che vagano in attesa che la giusta concatenazione di fattori produttivi possa rendere loro merito. È il caso, questo, di Gemini Man, nuovo film di Ang Lee con protagonisti Will Smith, Mary Elizabeth Winstead e Clive Owen. Nato più di vent’anni fa da un’idea dello sceneggiatore Darren Lemke, il film incontra ben presto problemi di realizzazione, legati soprattutto ai limiti tecnologici dell’epoca sugli effetti di ringiovanimento facciale richiesti per il protagonista della storia, Henry Brogen.

Inizialmente era prevista la regia di Tony Scott e la produzione della Walt Disney Pictures, la quale aveva anche sviluppato nel 2002, con il suo dipartimento di animazione ed effetti speciali (The Secret Lab), un cortometraggio di prova intitolato Human Face Project, dove si sperimentava la creazione digitale di una versione ringiovanita del protagonista. Lo sviluppo di tale tecnologia, tuttavia, procedeva piuttosto lentamente; così, dopo vari nomi avvicendatisi alla regia e nel cast per il ruolo del protagonista, si arriva al decisivo cambio di rotta degli ultimi anni: nel 2016 è il produttore Jerry Bruckheimer a prendere in mano il progetto, mentre l’anno successivo viene scelto Ang Lee per la regia, con il compito di riscrivere la sceneggiatura originale di Darren Lemke affidato a David Benioff e Billy Ray. Ultima, ma non meno importante, è la Weta Digital, a cogliere la difficile sfida degli effetti speciali di Gemini Man.

La storia ruota attorno alla figura di Henry Brogen (Will Smith), spietato sicario al soldo dell’Intelligence americana, il quale dopo una lunga carriera costellata di successi ha un solo pensiero in testa: ritirarsi, mettere a tacere la sua coscienza, incapace ormai di reggere la pressione dei compiti che gli vengono richiesti. Ma è proprio con il suo ultimo bersaglio che Henry finisce nei guai e si ritrova a sua volta al centro di una caccia all’uomo senza quartiere. A volerlo morto è il suo ex capo e addestratore Clay Verris (Clive Owen), il quale si avvale di un’arma decisamente destabilizzante e distruttiva: un clone di Henry Brogen, creato in laboratorio e cresciuto a suon di addestramenti come un’autentica macchina da guerra. Henry si troverà in serio pericolo nel fronteggiare quella che a tutti gli effetti è una versione più giovane di sé stesso, capace di prevedere ogni sua mossa e di agire con estrema freddezza. Con l’aiuto dell’agente Danny Zakarwesky (Mary Elizabeth Winstead) e dall’amico Baron (Benedict Wong), Henry proverà a ribaltare le sorti della battaglia, restituendo al suo clone Junior (questo il nome dato da Verris) al contempo la verità sul suo passato e un piccolo, ma decisivo, barlume di coscienza.

In Gemini Man lo spettacolo e il divertimento offerti dalle tecnologie all’avanguardia la fanno da padrone. E non potrebbe essere altrimenti, in quanto la trama classica e banale che sta alla base del film non giustificherebbe da sola il prezzo del biglietto. Il film di Ang Lee vuole tenere incollato alla poltrona lo spettatore con le sue adrenaliniche scene d’azione (stupendo l’inseguimento di Cartagena tra Henry e il suo clone Junior). Proprio per questo motivo la scelta del regista taiwanese è quella di girare il film nel formato 3D nativo con una ripresa a 120 fps, a cui si aggiunge l’assoluta novità del personaggio di Junior; non un semplice Will Smith ringiovanito digitalmente, ma un vero e proprio modello in CGI (computer-generated imagery) mosso dall’attore con il metodo della performance capture. Lo stupore dello spettatore nel vedere due Will Smith di età differenti muoversi e lottare nella stessa inquadratura sarà giustificato.

Gemini Man è dunque un esperimento riuscito a metà, un film dal doppio volto, tutto sommato divertente se visto al massimo delle sue capacità tecnologiche, evitabile invece per quanto riguarda la futura versione home video.

Walter Stranieri

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