PAVAROTTI

PAVAROTTI
di Ron Howard


Presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, Pavarotti è inevitabilmente un prodotto celebrativo, con cui Ron Howard ben restituisce l'inedita natura mediatica dell'artista, ma non tenta mai di ampliare il discorso, né di indagare i legami tra arte e vita a cui pure fa sporadicamente cenno.

Nessun dorma

Ponendosi sul solco del suo The Beatles: Eight Days a Week – The Touring Years, Ron Howard si misura in Pavarotti con quella che è senz’altro la più iconica (e discussa) figura della lirica italiana contemporanea. Una figura che, a differenza di quelle dei Fab Four, non è stata forse ancora storicizzata del tutto, un po’ per la relativa vicinanza nel tempo della morte del tenore (avvenuta nel 2007), un po’ perché la sua eredità, nell’immaginario collettivo prima ancora che sulla scena musicale, sembra per ora vacante. Abituato, almeno nel suo cinema di fiction, a mettere in scena sfide e forti contrasti (si pensi a Frost/Nixon – Il duello, a Rush – dedicato alla rivalità tra Niki Lauda e James Hunt – o ancora a Heart of The Sea – Le origini di Moby Dick, in cui si raccontava l’eterno contrasto uomo/bestia) Howard orchestra qui al contrario un one man show in forma di documentario, in cui c’è un terminale unico, un oggetto di rappresentazione eternato e privo di contraltari: una figura che oscura quasi del tutto – e la cosa è fortemente voluta – lo sfondo, o i diversi sfondi (paralleli alle epoche che hanno segnato la sua ascesa) su cui la sua storia si pone.

Parlare di Pavarotti significa descrivere un pezzo di documentazione storica e artistica che quasi rifulge di luce propria, che mostra una sua forza intrinseca e prescinde (quasi) del tutto dalla qualità della rappresentazione. È indubbiamente (anche) un prodotto celebrativo, quello di Ron Howard, principalmente perché l’ascesa dell’uomo ha in sé una componente trionfale e magniloquente, un legame a doppio filo con la sua rappresentazione mediatica – primo caso, forse, per un artista del settore – che mal si adatta al ritratto più intimo. O meglio: raccontare la figura di Luciano Pavarotti con un taglio più sfumato e in chiaroscuro avrebbe significato fare un altro film, forse da intitolare persino diversamente (la mera specificazione del cognome, in fondo, non richiama che l’immagine mediatica). E infatti, stretto dalla sua natura di prodotto “di servizio”, di suggello cinematografico, un decennio dopo, su una carriera straordinaria, il film di Ron Howard è più debole proprio quando, all’inizio, tenta di mettere insieme pubblico e privato, dimensione intima e inizio di un’ascesa irresistibile. La sua struttura ripetitiva e didascalica si addormenta laddove dissemina cenni, parziali, della crescita dell’uomo, per trovare invece la sua dimensione ideale quando passa a raccontare i suoi trionfi.

Difficile, quindi, andare a cercare in un prodotto come Pavarotti segni particolari dell’estetica cinematografica di Ron Howard (che, pur nel carattere altalenante delle sue regie, è di solito facilmente riconoscibile) o istanze diverse dalla pura e semplice fissazione sullo schermo, a uso e consumo del suo pubblico, del percorso di un mito. Il proverbiale, aperto sorriso del personaggio, di cui mai viene messa in dubbio (ed è giusto) l’autenticità, non lascia intravedere altro, non fa emergere non diciamo uno scarto, ma neanche una qualche lontana ricerca di quest’ultimo. L’abbondante materiale d’epoca e i cenni biografici, gli aneddoti sulla vita familiare e sul lento raggiungimento del successo (nonché i cenni alla successiva, burrascosa vita sentimentale) non bastano a costruire un ritratto a tutto tondo, restando elementi funzionali a una costruzione “narrativa” che trova la sua sublimazione nella rappresentazione dei concerti. Nella messa in scena dei bagni di pubblico dell’artista, nelle trionfali esibizioni culminate nel concerto del 1990 insieme a Placido Domingo e Jose Carreras, il documentario trova il suo ritmo e la sua dimensione, poco improntata ai mezzi toni e molto alla pura rievocazione di ciò che è per sua natura irripetibile.

Se Pavarotti racconta bene (aiutato, in questo, dall’indubbia perizia tecnica del regista) la natura fortemente mediatica, da rockstar, di un artista figlio di un panorama apparentemente lontanissimo dalle logiche del successo (e della cultura) di massa, il film di Ron Howard inciampa invece quando adocchia e suggerisce altro; quando, cioè, prova ad abbozzare una riflessione – subito interrotta – sulla natura fittizia e “recitata” della voce del tenore, o quando, attraverso una testimonianza familiare, suggerisce un’analogia tra l’artista e il ladro, col suo corredo di trucchi e travestimenti. Cenni di ritratto intimo e di riflessione più generale sul linguaggio adottato dall’artista, capitati nel film forse per caso, a dispetto delle sue intenzioni; frammenti che paiono corpi estranei, forse mere evocazioni di un altro prodotto, mai realizzato e probabilmente anche difficilmente realizzabile. Quello che abbiamo invece sotto gli occhi resta, nella sua confezione come nel modo in cui arriva allo spettatore, un documentario ricco di vita e furore artistico, almeno per chi ha seguito il personaggio, ma poco significativo laddove si voglia cercare di scandagliarne in modo più sistematico (e profondo) i “conseguimenti” umani, nonché il loro legame con quelli artistici.

Titolo originale: Pavarotti
Regia: Ron Howard
Paese/anno: Regno Unito, Stati Uniti / 2019
Durata: 114’
Genere: Biografico, Documentario, Musicale
Cast: Adua Veroni, Anne Midgette, Bono, Cristina Pavarotti, Giuliana Pavarotti, Harvey Goldsmith, Lorenza Pavarotti, Luciano Pavarotti, Madelyn Renée Monti, Nicoletta Mantovani
Sceneggiatura: Mark Monroe
Fotografia: Michael Dwyer
Montaggio: Paul Crowder
Musiche: Chris Wagner, Dan Pinnella, Matter Music, Ric Markmann
Produttore: Brian Grazer, Jeanne Elfant Festa, Michael Rosenberg, Nigel Sinclair, Ron Howard
Casa di Produzione: Imagine Entertainment, PolyGram Entertainment, StudioCanal, White Horse Pictures
Distribuzione: Nexo Digital

Data di uscita: 28/10/2019

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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