WILLOW

WILLOW
di Milcho Manchevski


Nuovo lavoro di Milcho Manchevski, Willow indaga con pregnanza il desiderio di maternità, con la dolorosa quanto necessaria capacità di resilienza di tre donne; lo fa in tre storie irregolarmente connesse, in una circolarità apparente che nasconde l'evoluzione e l'umanissima capacità di apprendere. In anteprima alla Festa del Cinema di Roma 2019.

Circolarità irregolari

Torna a raccontare una vicenda divisa in tre, Milcho Manchevski. Lo fa, con Willow, attraversando la storia della sua Macedonia (e della cultura che la anima), andando a cercare un trait d’union che ne connetta le sensibilità, con particolare riferimento ai personaggi femminili e alla loro voglia di maternità. I tempi di Prima della pioggia sono lontani, lo sguardo si è fatto più universale e onnicomprensivo; ma la ricerca umana, prima che sociale, è in fondo analoga. La “circolarità” dei tre episodi che compongono questo nuovo lavoro, presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, è meno esplicita di quella del celebrato film del 1994: qui, nelle ultime battute del terzo segmento, il film sembra volersi riconnettere idealmente al primo (ambientato in un’altra epoca storica) ma l’imperfezione (o, per usare le parole dello stesso regista, la “falsità”) del cerchio emerge plasticamente nei suoi sviluppi. Un’imperfezione, in questo caso, benedetta, che spezza il senso di plumbea ineluttabilità che sembra gravare sul film. La resilienza del salice, entità e presenza simbolica che attraversa trasversalmente le tre storie, ne ha modificato le premesse.

Il desiderio inappagato di maternità, e i suoi drammatici effetti sul quotidiano delle donne protagoniste, è la premessa di tutti e tre i segmenti di Willow: nel primo, che si svolge nella campagna della Macedonia medievale, una coppia si rivolge a una fattucchiera per riuscire ad avere dei figli, salvo poi accettare la peggiore delle condizioni (cedere il primogenito alla strega che l’ha fatto nascere); nel secondo, ambientato nella metropoli contemporanea, una donna tenta in tutti i modi di restare incinta, per ricorrere infine alla fecondazione in vitro, e rendersi conto che la maternità può avere un prezzo – il più duro; nell’ultimo segmento, la sorella della stessa donna ha adottato un bambino, incapace (o forse semplicemente non intenzionato) a comunicare con la voce, ma straordinariamente espressivo nei canali di comunicazione non verbali. Una capacità che gli consente di raccontare una storia – quella più istruttiva – con la sua semplice assenza, quando deliberatamente sparisce gettando sua madre nel panico.

Cerca l’armonia e le risonanze tra i suoi tre racconti, Willow, ne collega i terminali idealmente – nel legame indiretto tra il primo episodio e i due restanti – e concretamente, nella narrazione intrecciata degli altri due; ma, parallelamente, il film di Manchevski mette in evidenza anche gli elementi distintivi di ogni singola vicenda, la differenza nel modo di fronteggiare il dolore da parte delle tre donne (tanto quello fisico, quanto quello psicologico derivato dall’assenza, e dall’inappagata voglia di maternità); lo fa rimarcando il valore positivo della diversità – culturale, ma anche e soprattutto umana – come contraltare a quello che pare un destino che si fa beffe delle volontà contingenti. Il salice del titolo, pianta che si piega e non si spezza, è emblema di una sofferenza che sceglie di non nascondersi, ma che impara, incarnata di volta in volta in ognuno dei tre personaggi, a trovare i suoi antidoti all’ineluttabile. È un po’ come se le tre donne protagoniste fossero tappe, evoluzioni di un unico personaggio femminile che attraversa una sorta di catarsi (espressa nella – dolorosissima – storia centrale del film) per poi tornare modificato e più consapevole, alla situazione messa in scena all’inizio.

Coerentemente col suo modo di raccontare per immagini, Manchevski non cerca in Willow la contemplazione o lo svolazzo estetico, ma al contrario immerge le sue tre storie nel quotidiano, le bagna letteralmente di fango (non a scopo taumaturgico, come evocato nel primo segmento, ma piuttosto di rappresentazione del reale), di pioggia e sangue; il suo sguardo si apre a momenti di straordinaria, quieta dolcezza (si vedano, nel secondo episodio, le circostanze dell’incontro tra Rodna e il suo compagno) uniti ad altri di cruda fisicità. C’è la pietra, insieme al salice, quale ulteriore elemento simbolico che attraversa le tre storie: quella che, secondo la credenza tradizionale, impedisce a una donna di avere un bambino (l’espressione “mi è caduta una pietra sul petto” indica, nella cultura macedone, l’impossibilità di procreare), capace di dispensare la morte nel primo episodio, per tornare poi ad aiutare la vita – e a favorirne, pur indirettamente, il perpetuarsi – nel segmento successivo. Una pietra impossibile da spezzare, ma alla cui fisicità inamovibile si può contrapporre quella mobilità (di vita, oltre che di emozioni) ben rappresentata dal figlio di Katerina. La sua differenza, ben messa in scena dall’obliqua prova del suo interprete, è (in)quieta, necessaria ipoteca sul futuro. Il falso cerchio si è infine spezzato.

Titolo originale: Vrba
Regia: Milcho Manchevski
Paese/anno: Albania, Belgio, Macedonia del Nord, Ungheria / 2019
Durata: 101’
Genere: Drammatico
Cast: Adem Karaga, Ana Kostovska, Blagoja Corevski, Elena Kuzmanov, Ivan Gosevski, Jelena Jovanova, Kamka Tocinovski, Kire Gorevski, Laze Manaskov, Marija Novak, Natalija Teodosieva, Nenad Nacev, Nikola Nakovski, Nikola Risteski, Petar Caranovikj, Petar Mircevski, Ratka Radmanovic, Sara Klimoska, Simon Manaskovski, Sonja Oshavkova
Sceneggiatura: Milcho Manchevski
Fotografia: Tamás Dobos
Montaggio: Nicolas Gaster
Musiche: Kiril Dzajkovski
Produttore: Agron Domi, Eleonóra Peták, Hubert Toint, Ildiko Kemeny, Jane Kortoshev, László Józsa, Milcho Manchevski
Casa di Produzione: Banana Film DOOEL, Pioneer Pictures, Saga Film, Tirana Film Institute

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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