JUDY

JUDY
di Rupert Goold


Messa in scena dell'ultima parte della vita di Judy Garland, teso a evidenziare il contrasto (ma anche la tragica continuità) tra la star-bambina e la donna invecchiata anzitempo, Judy non trova sufficiente organicità e respiro nella sua narrazione: il regista Rupert Goold dirige quello che appare quasi come un lungo prologo all'ultima, intensa sequenza. Alla Festa del Cinema di Roma 2019.

Caduta dall'arcobaleno

Da qualche tempo, a Hollywood, sembra sussistere una certa fascinazione per i biopic dedicati alle star nella fase discendente della loro carriera. È stato, questo, il caso del recente Stanlio & Ollio di Jon S. Baird, che ritraeva due invecchiati Laurel e Hardy prigionieri dei loro personaggi, logorati da un’industria ingrata; ed è il caso, ora, di questo Judy, ritratto di una Judy Garland colta nel suo ultimo anno di vita, focalizzato sul soggiorno londinese dell’attrice che ne vedrà la prematura scomparsa. Il contrasto tra successo e decadenza, tra immortalità dell’icona e caducità dell’immagine individuale, è ancora più stridente (e centrale) nel film di Rupert Goold, data la studiata immagine di attrice bambina – e poi di ragazza della porta accanto – che l’artista dovette impersonare: un’immagine accuratamente studiata e confezionata da zero, “vestita” dalla giovanissima Frances Ethel Gumm più a seguito di una precisa strategia industriale che di reale affinità. I flashback dell’adolescenza dell’attrice, e in particolare quelli che la ritraggono sul set che la vide trasformarsi nella Dorothy de Il mago di Oz, sostanziano e contrappuntano costantemente la vicenda narrata nel film, alternando il volto della giovane Darci Shaw a quello segnato da rughe e sconfitte di Renée Zellweger.

La dialettica passato/presente, e l’esplicitare didascalico (ma a suo modo efficace) delle ricadute di quel successo maledetto sul presente della donna – coi problemi alimentari e la dipendenza da farmaci – rappresentano l’elemento più interessante di questo Judy, già presentato con successo al Telluride Film Festival e ora nel cartellone della Festa del Cinema di Roma 2019. Il film di Rupert Goold, per il resto, si avvia fin da subito sui binari di un biopic piuttosto tradizionale, in cui la regia segue un po’ scolasticamente le vicissitudini familiari prima, personali e artistiche poi, di una star invecchiata anzitempo, visualizzata in modo smaccato e predeterminato come icona tragica. Sul volto di Renée Zellweger, nella sua mimica facciale e nei nervosi movimenti involontari del suo corpo, si avverte un senso di predestinazione che mal si adatta a un soggetto che vorrebbe mettere in scena un personaggio in lotta con sé e col proprio passato. Una figura vittima di un tormento e di una serie di ferite psichiche che si vorrebbero controbilanciate dalla dedizione alla famiglia, elemento che la sceneggiatura evidenzia invero in più di un passaggio; ma proprio il contrasto tra la teorica complessità della mente dell’artista, e una recitazione che sceglie fin dall’inizio il registro esplicito e diretto, rappresentano nel film un problema di una certa consistenza.

Ciò è vero anche in quanto questo Judy appare piuttosto incerto, e inusitatamente contratto, quando si tratta di esplicitare alcuni momenti-chiave dell’ultima parte della parabola della protagonista; quella che, dall’apparente, ritrovata dimensione personale e artistica sui palchi londinesi, la riporta nel vortice della depressione e delle dipendenze, con un nuovo matrimonio e la certificazione definitiva di una lontananza (quella dai tre figli) che il film risolve in una sola, sbrigativa sequenza. Incerto e a tratti singhiozzante nel ritmo, Judy gioca un po’ troppo disinvoltamente con le ellissi temporali – il periodo londinese appare in questo senso leggermente confuso – mettendo in scena in modo sbrigativo e superficiale l’ultimo matrimonio dell’attrice (quello col Mickey interpretato da Finn Wittrock) e correndo rapido verso una scena conclusiva che appare la vera ragione che ne sostanzia la realizzazione. In mezzo si ritrovano i tanti flashback del passato dell’artista, frammenti di dolorosa memoria che tuttavia non compongono mai un quadro organico, restando pezzi slegati e autosufficienti, spesso emotivamente forti quanto galleggianti in un contenitore senza verve e lasciato alla prova della protagonista. Una protagonista che, nonostante doti innegabili e l’obiettiva difficoltà del ruolo, adotta qui un registro a nostro avviso troppo diretto e sopra le righe, privo delle necessarie sfumature per una personalità tanto complessa.

Qualche buona carta, Judy la gioca comunque in una rappresentazione realistica e abbastanza puntuale della Londra di fine anni ’60, unita nell’ultima parte ad alcuni momenti di disarmante, intima sincerità (l’incontro con la coppia gay) che risollevano parzialmente il tono e la temperatura della narrazione. La sequenza conclusiva, per esplicita, smaccata e fictionalizzata che sia (nel modo in cui la sceneggiatura ci arriva), resta il vero, principale guizzo del film di Rupert Goold: in quell’occasione, la problematica compresenza tra passato e presente, quell’equilibrio così faticosamente ricercato – e quasi mai raggiunto – nelle due ore di film, viene infine colto in un momento che vorrebbe simboleggiare una catarsi e (forse) l’inizio di una riconciliazione coi propri demoni. Ma quell’arcobaleno, disgraziatamente (come i titoli di coda ci ricordano impietosamente) si sarebbe presto di nuovo spento. Definitivamente. E la sua fine, forse, meritava uno sguardo più personale e organico su colei che lo incarnò.

Titolo originale: Judy
Regia: Rupert Goold
Paese/anno: Regno Unito / 2019
Durata: 118’
Genere: Biografico, Drammatico, Musicale, Sentimentale
Cast: Andy Nyman, Bella Ramsey, Darci Shaw, Fenella Woolgar, Finn Wittrock, Gaia Weiss, Gemma-Leah Devereux, Jessie Buckley, John Dagleish, Julian Ferro, Lucy Russell, Luke Fetherston, Michael Gambon, Natasha Powell, Phil Dunster, Philippe Spall, Renée Zellweger, Richard Cordery, Royce Pierreson, Rufus Sewell, Tom Durant Pritchard
Sceneggiatura: Tom Edge
Fotografia: Ole Bratt Birkeland
Montaggio: Melanie Oliver
Musiche: Gabriel Yared
Produttore: David Livingstone, Jim Spencer
Casa di Produzione: 20th Century Fox, BBC Films, Calamity Films, Pathé UK
Distribuzione: Notorious Pictures

Data di uscita: 16/01/2020

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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