TROIS JOURS ET UNE VIE

TROIS JOURS ET UNE VIE
di Nicolas Boukhrief


Noir di provincia dalla confezione classica, ma atipico nel suo svelare subito la superficie dei fatti, Trois jours et une vie mostra una comunità che ha da tempo perduto l'innocenza, se mai l'ha avuta; il registro del film di Nicolas Boukhrief è all'insegna di un naturalismo quasi spietato. Presentato alla Festa del Cinema di Roma 2019.

Radici marce

Calato nel raggelato contesto di una cittadina delle Ardenne, tanto contratto nello spazio della sua ambientazione, quanto esteso e articolato nel tempo (dal 1999 ai giorni nostri) Trois jours et une vie è un noir atipico. Atipico perché, malgrado l’origine letteraria (il romanzo omonimo scritto da Pierre Lemaitre, pubblicato in Italia col titolo Tre giorni e una vita), e a dispetto di uno sguardo sulla vita di provincia che in qualche modo appartiene ai codici – anche letterari – del genere, il film di Nicolas Boukhrief mostra uno sviluppo insolito per un film del suo filone. La premessa iniziale (un bambino scomparso in una piccola comunità, l’intero paese sconvolto, stretto nella morsa dei sospetti reciproci) farebbe pensare a una classica narrazione all’insegna del whodunit; ma il film, dopo un prologo che è in realtà un breve flash-forward, spiazza rivelando immediatamente la verità. La risposta al mistero, in tutta la sua casuale banalità, ci viene da subito posta sotto gli occhi; ciò che dovremo comprendere e ricostruire, semmai, saranno le basi della capacità di celare (e tentare di cancellare) l’orrore per tanto tempo. E quella, conseguente, di convivere col suo fantasma.

I tre giorni del titolo sono quelli in cui la cittadina mineraria teatro della storia, a cavallo del Natale del 1999, vive l’apparente sparizione del piccolo Rémi. Poco prima, come un triste presagio (o forse qualcosa di più) il padre del bambino aveva sparato al suo cane. L’evento è destinato a cambiare per sempre il volto della città: ne siamo consapevoli, nel momento in cui vediamo il contrasto tra le luci e i canti natalizi e il plumbeo clima di rassegnazione che si respira nella comunità. Una comunità che era già malata, sofferente di una patologia (fatta di isolamento, immobilismo culturale, e incapacità di reagire alla crisi economica) che ha posto le basi per l’evento luttuoso; basi che finiscono per coinvolgere il corpo sociale tutto, non soltanto – e forse neanche principalmente – l’autore diretto del crimine. Una successiva, “provvidenziale” tempesta seppellisce l’evento, ma non ne lava via le (simboliche) radici; quelle restano lì, sepolte in un bosco che è stato testimone dell’orrore, ripopolato di vita ma ancora contaminato dalla morte. La vita che segue i tre giorni è quella dell’autore del crimine, ma anche quella della comunità tutta, dei cui segreti (in realtà) scopriamo di conoscere solo una piccola parte.

Fa pensare ai thriller letterari d’ambientazione nordeuropea, Trois jours et une vie, ma anche a certi esempi di cinema di genere italiano (si pensi a La ragazza del lago di Andrea Molaioli, non a caso debitore di quella stessa scena) e più in generale a una declinazione antropologica del noir che si propone di scandagliare la vita di provincia, mettendone in luce deviazioni e fantasmi. In questo senso, la fotografia desaturata del film di Nicolas Boukhrief ci introduce al meglio nel mood della storia, facendo respirare minaccia, sospetto e risentimento fin dalle prime sequenze; la miniera sta per chiudere, molti operai (tra cui il padre di Rémi) rischiano di restare senza lavoro, ma la solidarietà di classe non sembra abitare (più) qui. Al suo posto, il sospetto, in primis per lo straniero incarnato dall’ombroso Kowalski; tollerato perché funzionale, con la sua attività economica, alla sopravvivenza della comunità, ma irrimediabilmente ai margini di quest’ultima. Persino la figura d’altri tempi del medico di campagna, cittadino benvoluto e perno della vita di paese, ha i suoi segreti e il suo fardello. Fuggire sembra impossibile, perché le radici, quelle marce che celano un crimine che resterà immutabile nella coscienza (individuale e collettiva), sono piantate troppo a fondo.

Avvolgente nell’incedere, di grande impatto nella sua prima parte, Trois jours et une vie rallenta un po’ nella frazione centrale, facendo registrare anche qualche lungaggine (specie dopo la prima ellissi temporale, seguita alla tempesta); orfano del meccanismo giallo classico, ma anche della tensione legata alla psicologia del colpevole (nonché all’ombra della colpa), il film impiega un po’ di tempo a fasarsi su nuove basi narrative; basi, queste ultime, che coinvolgono il corpo sociale nel suo complesso, malato a tal punto da affidarsi – con ironico contrappasso – a un nuovo medico che di quella patologia è il primo portatore. La sobria regia di Boukhrief preme solo a tratti sul pedale dell’iperrealismo (specie nell’impressionante sequenza della tempesta) restando per il resto ancorata a un naturalismo rigoroso, quasi spietato. Scandito dalle ricorrenze del Natale, estese attraverso un ventennio di vita, il film mostra l’amara impossibilità di fuggire e liberarsi del peso del passato. Perché quel peso, prima che individuale, è collettivo: e forse le sue radici vanno ricercate in una natura umana che si ha (troppa) paura a guardare in faccia.

Titolo originale: Trois jours et une vie
Regia: Nicolas Boukhrief
Paese/anno: Belgio, Francia / 2019
Durata: 120’
Genere: Drammatico, Thriller
Cast: Alice D'Hauwe, André Pasquasy, Arben Bajraktaraj, Bruno Georis, Catherine Businaro, Charles Berling, Dimitri Storoge, Igor van Dessel, Jeremy Senez, Léo Lévy, Luc Van Grunderbeeck, Margot Bancilhon, Murielle Texier, Nicole Colchat, Pablo Pauly, Pauline Sakellaridis, Philippe Torreton, Sandrine Bonnaire, Stéphanie Van Vyve, Thomas Demarez, Yoann Blanc
Sceneggiatura: Perrine Margaine, Pierre Lemaitre
Fotografia: Manuel Dacosse
Montaggio: Lydia Decobert
Musiche: Robin Coudert
Produttore: Camille Trumer, Cédric Iland, Julien Colombani, Nadia Khamlichi, Pierre Lemaitre, Sidonie Dumas, Sylvain Goldberg
Casa di Produzione: France 3 Cinéma, Ganapati, Gaumont, La Company, Mahi Films, Nexus Factory, Proximus, Radio Télévision Belge Francophone, uFund, Umedia

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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