FINCHÉ MORTE NON CI SEPARI

FINCHÉ MORTE NON CI SEPARI
di Matt Bettinelli-Olpin, Tyler Gillett


Mescolando horror ludico e satira sociale (e politica), Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett mettono in scena in Finché morte non ci separi una macabra caccia, con un grottesco a tratti un po' generico e caricato, ma dal fondo apprezzabilmente acido verso il mondo che rappresenta.

Essi giocano

Quello dell’horror “ludico”, inteso come tale non tanto – o non solo – in quanto permeato da un’atmosfera scanzonata e giocosa, ma piuttosto perché legato narrativamente e concettualmente al gioco (e ai suoi eventuali risvolti mortali) sta diventando negli ultimi anni un vero e proprio sottogenere. Vengono in mente a questo proposito il primo Ouija (2014), prodotto dalla Blumhouse, e il relativo prequel Ouija – L’origine del male (quest’ultimo diretto da Mark Flanagan, nel 2016), incentrati sulla famosa tavoletta per le sedute spiritiche; viene in mente il recente, debole Obbligo o verità (2018), con al centro una maledizione legata al noto gioco adolescenziale; viene in mente anche, per estensione, l’inoffensivo Escape Room (2019), incentrato sulla fuga di un gruppo di giovani dalla location di un gioco in presenza diventato decisamente troppo realistico. Sembra apparentemente legato allo stesso filone – ma non lo è del tutto, come vedremo – questo Finché morte non ci separi, diretto dalla coppia di registi formata da Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett (al loro attivo il collettivo V/H/S e il successivo La stirpe del male). Un prodotto, quello dei due registi americani, dalle influenze in realtà più varie e composite, e dall’impeto (per fortuna) decisamente più cinico rispetto agli esempi sopra citati.

È permeato dal concetto di gioco, Finché morte non ci separi, principalmente perché sono produttori di giochi da tavolo i familiari del protagonista Alex Le Domas, ricchi eredi di una dinastia che proprio su quel settore aveva fondato le sue fortune. Non sembrano affatto voler giocare, tuttavia, lo stesso giovane e la sua fidanzata Grace, quando celebrano il loro matrimonio presso la ricca tenuta della famiglia: un rito che segnerà ufficialmente l’ingresso della ragazza nella dinastia, malgrado la scarsa stima dello stesso Alex per i suoi familiari. Per diventare ufficialmente una Le Domas, tuttavia, Grace dovrà sottoporsi a un’ultima prova: la ragazza dovrà pescare una carta da un’antichissima scatola, che fu consegnata al bisnonno del padre di Daniel dal benefattore Le Bail; questi promise di finanziare l’attività del patriarca a patto che ogni nuovo membro della famiglia avesse accettato di cimentarsi, di volta in volta, nel gioco indicato dalla carta. Il caso vuole che la carta pescata da Grace le imponga la prova più pericolosa: quella del nascondino. Una versione rivista e corretta del classico gioco infantile, in cui la persona che deve nascondersi viene braccata dai membri armati dell’intera famiglia, e l’eventuale sua cattura ne comporta l’eliminazione fisica. Ma, nel caso Grace dovesse sopravvivere fino all’alba, la maledizione vuole che sarà invece l’intera famiglia Le Domas a essere annientata…

Se il plot del film di Bettinelli-Olpin e Gillett suggerisce un prevalente approccio ludico al materiale trattato, all’insegna della sclerotizzazione grottesca dei tratti dell’istituzione familiare, e della caricatura di un mondo alto-borghese rappresentato come “altro” e alieno, il racconto di Finché morte non ci separi viene avviato in realtà in modo più serioso (diremmo persino lugubre) di quanto non sarebbe stato lecito immaginare. Il prologo mette subito le carte in tavola, tanto per restare alla metafora ludica: nella dimora dei Le Domas è in atto una prova mortale, e su questo ci vengono lasciati ben pochi dubbi. I morbidi piani sequenza che lambiscono i corridoi e le enormi stanze della villa seguono un Alex bambino con suo fratello Daniel, giovanissimi testimoni di un orrore destinato a ripetersi periodicamente. Successivamente, nel presente, il film rallenta e lascia emergere i suoi tratti da black comedy: il matrimonio, i pettegolezzi e l’alcol, il contatto della Cenerentola interpretata da Samara Weaving col gotico, borghese mondo degli orrori di famiglia; la fuga e la caccia che si collocano da qualche parte tra la Pericolosa partita di Ernest B. Schoedsack e i fantasiosi massacri del terzo La notte del giudizio – Election Year (che a sua volta rimasticava suggestioni dell’horror dei decenni passati). Rientrano nell’equazione – ed è logico, pensando al tema del film – anche il Jordan Peele di Scappa – Get Out, prima espressione di un horror che sa essere contemporaneamente politico e grottesco, oltre all’onnipresente Society – The Horror di Brian Yuzna, esempio seminale e fondativo per l’intero filone.

Si gioca, quindi, in Finché morte non ci separi (in originale un Ready or Not che voleva piuttosto evidenziare la portata del passaggio – di status prima che di vita – del personaggio di Grace), ma il gioco è stavolta acido e all’insegna di un’apprezzabile satira antiborghese, un po’ generica ma comunque cattiva e lucida a sufficienza. I sobri interni della tenuta familiare, con gli arcigni ritratti del patriarca e dei suoi discendenti, restano testimoni di un sincopato campionario di cartooneschi orrori, tra fratelli che annegano nell’alcol la propria incapacità di staccarsi dal (sanguinolento) grembo familiare, sorelle cocainomani che ammazzano maldestramente domestiche sopraggiunte nel momento sbagliato al posto sbagliato, pargoli che contribuiscono con zelo alla caccia per ricevere le lodi dei soddisfatti genitori, un pozzo incubatore di orrori e un rito per esorcizzare (come figliocci degeneri – e probabilmente ripudiati – del Nosferatu di Murnau) la paura dell’alba. Se la coppia scoppia, sembrano quasi dirci i due registi, il matrimonio interclassista, con annesso ingresso in famiglia, può fare anche peggio. Non tutto funziona a dovere, nella costruzione narrativa del film, il modo in cui si arriva alla risoluzione della vicenda lascia qualche dubbio di credibilità, mentre il grottesco esibito di tutta l’operazione a tratti è caricato oltre ogni misura, rischiando di trasformarsi sovente in maniera. Ma l’orgia splatter dell’ultima parte (sorprendente, visto il marchio distributivo della Disney) nonché l’ultima linea di dialogo, restituiscono apprezzabilmente senso e lucidità al tutto. Abbiamo riso un po’ (con fondo di brividi annessi) dei loro esclusivi orrori. In fondo, non ci si proponeva altro.

Titolo originale: Ready or Not
Regia: Matt Bettinelli-Olpin, Tyler Gillett
Paese/anno: Canada, Stati Uniti / 2019
Durata: 95’
Genere: Horror, Thriller
Cast: Adam Brody, Adam Winlove-Smith, Alan Richardson, Andie MacDowell, Andrew Anthony, Celine Tsai, Chase Churchill, Daniela Barbosa, Elana Dunkelman, Elyse Levesque, Ethan Tavares, Etienne Kellici, Hanneke Talbot, Henry Czerny, John Ralston, Kate Ziegler, Kristian Bruun, Liam MacDonald, Mark O'Brien, Melanie Scrofano, Nicky Guadagni, Samara Weaving
Sceneggiatura: Guy Busick, Ryan Murphy
Fotografia: Brett Jutkiewicz
Montaggio: Terel Gibson
Musiche: Brian Tyler
Produttore: Bradley J. Fischer, James Vanderbilt, Tripp Vinson, William Sherak
Casa di Produzione: Mythology Entertainment, Vinson Films
Distribuzione: 20th Century Fox

Data di uscita: 24/10/2019

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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