SCARY STORIES TO TELL IN THE DARK

SCARY STORIES TO TELL IN THE DARK
di André Øvredal


Presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, ispirato a una serie di racconti horror per ragazzi, Scary Stories to Tell in the Dark di Andre Øvredal non fa mistero della sua voglia di intrattenere, ma riesce a piazzare qualche interessante riflessione sul genere – e sulla narrazione di storie – che lo allontana dalla sua declinazione più “usa e getta”.

Da Halloween al Vietnam

C’è un prodotto editoriale per ragazzi, all’origine di questo Scary Stories to Tell in the Dark, ultima produzione di un Guillermo del Toro (qui anche co-autore della sceneggiatura) che continua a scandagliare la materia del fantastico in tutte le sue sfaccettature. Fonte di ispirazione per il film di Andre Øvredal (al suo attivo si ricordino gli interessanti Troll Hunter e Autopsy) è infatti l’omonima serie di romanzi di Alvin Schwartz, usciti tra il 1981 e il 1991 e solo da poco pubblicati in Italia. Una circostanza che già da sé dovrebbe dire molto – se ancora ce ne fosse bisogno – sulle potenzialità del genere fantastico (horror nella fattispecie) quale mezzo di stimolo alla lettura per giovani e giovanissimi, e quale veicolo di costruzione di un proprio autonomo immaginario, nonché di una propria capacità di elaborare e riflettere sulla realtà. Un riconoscimento del valore formativo ed educativo nella narrativa di genere, che l’editoria del Belpaese tuttora fatica a comprendere. Proprio con una riflessione sulla potenzialità della narrazione di storie, e sulla capacità di queste ultime di guarire e ferire in egual misura, si apre il film di Øvredal, che si muove su un territorio narrativo originale che trae spunti e suggestioni dai racconti di Schwartz.

Ambientato in un anno cruciale come il 1968, il soggetto segue le vicende di un gruppo di adolescenti che, durante la notte di Halloween, si ritrovano prigionieri di quella che, nella cittadina, è considerata la classica casa stregata. Come da tradizione, la dimora ha anche il suo background orrorifico: ci abitavano infatti, a fine ‘800, i Bellows, proprietari di un mulino e benvoluti fondatori della città. La famiglia aveva tuttavia una figlia disturbata, Sarah, che teneva segregata in casa; la dimora restò disabitata dopo che la ragazzina si impiccò al suo interno, provocando la disperazione della famiglia. Ma la leggenda vuole che chiunque si avvicini abbastanza senta ancora l’inquieta Sarah raccontare le sue storie, storie spaventose che finiscono per avverarsi non appena vengono narrate. L’adolescente Stella, a sua volta aspirante scrittrice di racconti dell’orrore, trova il manoscritto su cui Sarah vergava le sue storie, e sottovoce prega lo spirito della ragazzina di raccontarne altre; il desiderio verrà esaudito, con conseguenze nefaste per tutto il gruppo.

Ci sono i racconti di Alvin Schwartz, incastonati nelle pieghe del soggetto di Scary Stories to Tell in the Dark, ma soprattutto c’è un filo conduttore che fa pensare immediatamente alla narrativa di Stephen King, e al suo sguardo privilegiato da un lato sull’infanzia e l’adolescenza, dall’altro sulla realtà della provincia americana e sulle sue meschinità. L’aver scelto il 1968 come anno di ambientazione, e la presenza continua sullo sfondo del fantasma del Vietnam – evocato nelle trasmissioni televisive, così come nei discorsi dei protagonisti – serve alla sceneggiatura per stabilire una dialettica (portata avanti in modo magari un po’ didascalico, ma efficace) tra gli orrori cui assistono i giovani protagonisti, materializzazioni della cupa fantasia di un’adolescente, e quelli del mondo adulto, composto da babau in carne e ossa che mandano senza scrupoli al macello migliaia di giovani americani. Proprio il personaggio di Ramón, renitente alla leva e vittima di discriminazione per le sue origini ispaniche, è in questo senso tra i più riusciti e centrati dell’intera sceneggiatura. Più in generale, pur mantenendo ben salda la sua struttura di genere, e le caratteristiche di un’iconografia horror dichiaratamente (e per una volta non furbescamente) retrò, il film di Andre Øvredal cerca di ricondurre la materia fantastica alle deviazioni e agli orrori del presente, specie laddove svela la storia dell’inquieto spirito protagonista.

È, se vogliamo, un po’ semplificata e schematica, la struttura di Scary Stories to Tell in The Dark, costellata qua e là di qualche anacronismo (difficile immaginare, nel 1968, la cameretta di un’adolescente piena di locandine di film horror, ammesso che tale merchandising venisse prodotto all’epoca); una struttura privilegiante l’effetto d’insieme – quello della maledizione e dei tentativi dei protagonisti di disinnescarla – alla definizione dei background dei singoli personaggi, non tutti approfonditi al meglio. In questo senso, come accennato, quello del giovane Ramón è uno dei caratteri su cui la sceneggiatura punta maggiormente, insieme alla stessa Stella, plasticamente accostata (e sovrapposta) alla figura del “mostro” che dimora nella casa. La premessa orrorifica della vicenda, ricostruita dell’opera di detection dei protagonisti, si traduce in una storia di diversità, orrore e abbandono non certo nuova, ma capace comunque di esercitare la sua presa drammaturgica, specie sul pubblico più giovane: in un panorama horror che spesso sorvola con colpevole leggerezza sul contesto, e su una descrizione esauriente delle radici dell’orrore, è apprezzabile che un prodotto di genere si prenda il suo tempo per narrare (coerentemente con la sua natura) una storia che vuole farsi premessa e innesco narrativo per tutte le altre.

Siamo insomma di fronte, con Scary Stories to Tell in The Dark, a un prodotto ludico che non fa mistero della sua precipua voglia di intrattenere, ma che è capace anche di piazzare qualche interessante riflessione sul sempiterno valore della narrazione – a prescindere dal mezzo con cui viene portata avanti – e sugli incubi e i fantasmi che accompagnano l’individuo durante la sua crescita, plasticamente materializzati dalle storie raccontate da Sarah Bellows. Ci si diverte con salti sulla sedia e spaventi assortiti, piazzati comunque intelligentemente laddove risultano necessari, mai tali da generare quell’effetto-saturazione a cui troppi prodotti recenti ci hanno abituati; e ci si stupisce anche della consistenza fisica, frutto in gran parte di un make-up vecchia scuola – che si affida solo in misura limitata al digitale – delle creature portate sullo schermo dal film. Ci si sorprende inoltre per il fondo amaro di una conclusione che, pur laddove tiene le porte aperte per un ipotetico sequel, ribadisce quel contatto con la realtà, con quegli orrori reali di cui gli incubi dei protagonisti non sono che mere materializzazioni, che non può essere annientata altrettanto facilmente. Raccontarla, tuttavia, può senz’altro aiutare a rendere i suoi denti meno acuminati.

Titolo originale: Scary Stories to Tell in the Dark
Regia: André Øvredal
Paese/anno: Canada, Cina, Stati Uniti / 2019
Durata: 111’
Genere: Horror
Cast: Austin Abrams, Austin Zajur, Dean Norris, Deborah Pollitt, Gabriel Rush, Gil Bellows, Javier Botet, Kathleen Pollard, Lorraine Toussaint, Marie Ward, Michael Garza, Natalie Ganzhorn, Troy James, Victoria Fodor, Zoe Margaret Colletti
Sceneggiatura: Dan Hageman, Kevin Hageman
Fotografia: Roman Osin
Montaggio: Patrick Larsgaard
Musiche: Anna Drubich, Marco Beltrami
Produttore: Elizabeth Grave, Guillermo del Toro, J. Miles Dale, Jason F. Brown, Sean Daniel
Casa di Produzione: 1212 Entertainment, CBS Films, Double Dare You, Entertainment One, Sean Daniel Company
Distribuzione: Notorious Pictures

Data di uscita: 24/10/2019

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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