WAVES

WAVES
di Trey Edward Shults


Opera terza di Trey Edward Shults, approdato alla Festa del Cinema di Roma dopo i passaggi ai festival di Telluride e Toronto, Waves è un dramma familiare plasticamente diviso in due parti: nervoso e straripante di un'estetica che a tratti rischia di sommergerlo, ma con momenti melò di un'intensità disarmante.

Onde da placare

Melò familiare, love story, empatica rivendicazione della necessità di (ri)connessione tra gli individui. Waves, opera terza del regista americano Trey Edward Shults, che quasi urla in faccia allo spettatore il suo status di film indipendente, vuole essere tutto questo. Aspira a esserlo fin dal prologo, con un rapido montaggio che introduce lo spettatore nell’atmosfera del film: e vi aspira con una regia che certo non fa niente per nascondersi, ma anzi intensifica progressivamente, in modo quasi provocatorio, la sua presenza e il suo peso nella costruzione dell’opera. Panoramiche a schiaffo o circolari, lunghi piani sequenza, bruschi tagli di montaggio: la realtà di una famiglia afroamericana del sud degli Stati Uniti, solo apparentemente compatta e inserita nel tessuto sociale cittadino, viene scandagliata con sincopato iperrealismo. È come se, per portare alla luce la tensione che connette e fa scontrare i personaggi di Tyler, Ronald, Catherine ed Emily, fosse necessario un certo grado di distorsione, una trasfigurazione del quotidiano che ne devi lo sguardo quel tanto che basta per svelarne i segreti. Segreti in realtà tutt’altro che nascosti.

Tyler, 18 anni, ha un forte legame con suo padre Roland, ex atleta che lo spinge a eccellere nello studio e nell’attività sportiva di wrestler. Figura ben intenzionata ma dominante, Roland non si avvede che suo figlio soffre di una lesione ossea che rischia di comprometterne irrimediabilmente la carriera. Quando il ragazzo viene umiliato nell’ultimo incontro, vedendosi costretto a rivelare la sua menomazione, il mondo pare crollargli addosso; la sua fidanzata Alexis, poi, gli rivela di essere incinta, gettandolo nel panico. Tenere il bambino è fuori discussione, per Tyler, ma la ragazza, dopo una prima decisione di abortire, cambia idea. La rottura è dietro l’angolo; la tragedia, inaspettata e casuale, anche.

È plasticamente diviso in due metà, Waves, individuabili in modo limpido: dapprima un crescendo di tensione fuori e dentro la famiglia protagonista, la progressiva rottura dei legami, culminata nel dramma e nell’apparente sfaldarsi del nucleo familiare; poi il rallentamento del passo e del respiro del film, l’osservazione rassegnata da parte della persona superstite delle macerie della speranza, seguita da un’inattesa love story, rigenerante e quasi taumaturgica. La prima parte del film di Shults risulta talmente inquieta, straripante di energie represse e mal contenute – quelle che il giovane protagonista non può più incanalare tramite il mezzo del wrestling – da far quasi male agli occhi: ma forse quella macchina da presa mobile e a tratti forsennata, quel fascio di nervi che guida le azioni di Tyler e di suo padre, disturbano perché rivelano più di quanto i personaggi dicano esplicitamente. E, forse, la deliberata lentezza della seconda parte, persino le sue apparenti lungaggini, così come il suo soffermarsi su episodi secondari, hanno anch’essi un ruolo difficile da cogliere a un primo sguardo.

Waves gioca coi tempi cinematografici e i registri narrativi, ubriaca lo spettatore di grandangoli e contrasti cromatici, porta la tensione al culmine per poi scioglierla lentamente, pezzo per pezzo e goccia dopo goccia, in tutta la seconda metà del film. Altera disinvoltamente anche i formati di ripresa, il film di Trey Edward Shults, restringendo il quadro a un asfissiante 1.33:1 in una significativa sequenza, per poi estenderlo di nuovo al cambiamento del clima emotivo della storia. Un uso dello spazio sullo schermo, e una sollecitazione continua all’occhio dello spettatore, che erano già stati sperimentati (in modo più radicale ma in un certo senso meno “libero”) da Xavier Dolan nel suo Mommy. Proprio il cinema di Dolan viene spesso in mente, assistendo al film di Shults, sia per la ricercata, estrema cura delle immagini, sia per una ricerca continua del cuore emozionale della storia, da cui entrambi i registi si guardano bene dall’arretrare.

Potrebbe anche indispettire alcuni spettatori, questo Waves, poiché la tendenza del regista a sovraccaricare l’impianto visivo del film, la sovrapposizione tra le scosse emotive dei personaggi e quelle della sua messa in scena, rischiano a tratti di andare fuori controllo. Ma quando il film placa il suo ritmo e fa un passo decisivo verso i suoi personaggi, quando la tragedia è consumata, e la spinta empatica non è più vuota formula da sermone ecclesiastico, ma piuttosto imprescindibile necessità, la sincerità che fluisce dal tutto è quasi dolorosa. E sono proprio le scene dal taglio più “piccolo”, si tratti di una conversazione padre-figlia o del primo, goffo approccio sessuale tra due adolescenti, quelle in cui il dialogo riacquista (in un giusto contrappasso) una funzione narrativa primaria, a fornire sostanza e forza lirica al film, completando e integrando il peso della sua costruzione visiva. La sensazione finale è di aver sperimentato tanto, in termini estetici ed emotivi, ma senza nulla di superfluo.

Titolo originale: Waves
Regia: Trey Edward Shults
Paese/anno: Stati Uniti / 2019
Durata: 135’
Genere: Drammatico, Sentimentale
Cast: Albert Link, Alexa Demie, Avis-Marie Barnes, Bill Wise, Clifton Collins Jr., David Anthony Payton, David Garelik, Holland Hayes, Joshua Brockington, Justin R. Chan, Kelvin Harrison Jr., Krisha Fairchild, Lucas Hedges, Lulu Braha, Neal Huff, Renée Elise Goldsberry, Ruben E. A. Brown, Sterling K. Brown, Taylor Russell, Vivi Pineda
Sceneggiatura: Trey Edward Shults
Fotografia: Drew Daniels
Montaggio: Isaac Hagy, Trey Edward Shults
Musiche: Atticus Ross, Trent Reznor
Produttore: Harrison Kreiss, James Wilson, Justin R. Chan, Kevin Turen, Trey Edward Shults
Casa di Produzione: A24

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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