L’UOMO DEL LABIRINTO

L’UOMO DEL LABIRINTO
di Donato Carrisi


Giunto all'opera seconda, Donato Carrisi accentua con L'uomo del labirinto il carattere simbolico e universale (nonché dal forte portato psicanalitico) della sua poetica; il film si immerge e si perde nei tanti rivoli che ne costituiscono la trama, restituendo un quadro suggestivo ma non sempre centrato e coerente.

Labirintiche ossessioni

È un percorso sicuramente interessante, quello di Donato Carrisi, già scrittore, giornalista e drammaturgo, dal 2017 approdato alla regia cinematografica col suo La ragazza nella nebbia, direttamente ispirato al suo romanzo omonimo. Arrivato con questo L’uomo del labirinto alla prova dell’opera seconda – anch’essa ispirata a un testo dallo stesso titolo, anch’essa afferente al macro-contenitore del thriller – Carrisi è forse uno dei pochi personaggi davvero “multimediali” della cultura italiana contemporanea, capace di muoversi su più fronti mantenendo una sensibilità e un approccio tutto personale alle storie. È interessante soprattutto, in una carriera letteraria che pare ricalcata su quelle degli autori di gialli del nord Europa (anche temi e atmosfere, d’altronde, sono abbastanza affini) la scelta di occuparsi direttamente della trasposizione cinematografica delle proprie opere, “sporcandosi le mani” – potremmo dire – con un medium tanto lontano dalla letteratura quanto a mezzi, funzionamento e possibilità espressive. Una scelta resa possibile da un credito popolare, e commerciale, accumulato negli anni e consolidatosi, costruito fin dall’esordio letterario nel 2009 con Il suggeritore.

Arrivato in sala, come il precedente film, sotto l’egida Medusa, L’uomo del labirinto ricerca fin dalle prime sequenze una dimensione più internazionale – e nel contempo più universale – alla materia del thriller, che si colora qui di suggestioni psicanalitiche e persino oniriche. L’ambientazione, priva di specificazione precisa tanto nel libro quanto nel film, sembra essere quella di una città americana di medie dimensioni; i nomi dei protagonisti, d’altronde, suggeriscono una mescolanza di origini che rende difficile attribuire una precisa collocazione spaziale alla vicenda. Un’indeterminatezza, quella del setting, che si riflette anche (volutamente) sulla sua collocazione temporale: nel film convivono di fatto elementi di epoche diverse, smartphone dal design moderno e cellulari di un quindicennio fa, un laptop utilizzato dal protagonista che ha tutta l’aria di essere stato acquistato recentemente, insieme a una postazione informatica, nell’archivio delle persone scomparse della stazione di polizia, che pare risalente agli anni ’90. Le strade notturne della città, attraversate dal detective col volto di Toni Servillo, risultano poi un tripudio di luci al neon e colori iperrealisti, che giungono persino a trasmettere il mood di una metropoli asiatica.

Una scelta nel segno dell’universalità, quella di Carrisi, tesa probabilmente a rimarcare la vera ambientazione della storia, i meandri della mente e l’inconscio dei personaggi: un terreno su cui si misurano, separatamente, l’investigatore privato Bruno Genko (interpretato dal già citato Servillo) e il profiler della polizia dottor Green (col volto di Dustin Hoffman) che tentano di districare il mistero di Samantha Andretti, rapita all’età di 13 anni e riapparsa quindici anni dopo. Se il detective col volto di Servillo cammina fianco a fianco alla morte, colpito da un’infezione al cuore che gli dà la consapevolezza che ogni suo istante potrebbe essere l’ultimo, Green mostra un fare enigmatico e contraddittorio, mentre accanto al letto d’ospedale della giovane cerca di scavare – a volte empaticamente, altre con spietata efficienza – nei suoi ricordi frammentati. Sarà il personaggio di Servillo, presentato come individuo cinico e privo di legami, che nell’ultima fase della sua vita decide di esaudire una vecchia richiesta della famiglia di Samantha, a ricostruire un complesso mosaico che affonda le sue radici nel passato, in una catena di crimini perpetuata negli anni, espressa in un gioco di specchi vittima/carnefice che trasmette l’orrore (incarnato, plasticamente, in un killer dalle fattezze di coniglio) come una sorta di contagio.

Fresco reduce dalla prova di 5 è il numero perfetto, Servillo si cala ne L’uomo del labirinto in un altro ruolo dalla coloritura noir, che pare scritto su misura per la sua maschera; un modo di vestire il personaggio che, riproposto di film in film, evita tuttavia (ed è un bene, data la levatura dell’attore) di farsi mera reiterazione e maniera. Il detective di Servillo è un personaggio che, costruito in modo di giocare col cliché noir dell’investigatore privato, ma addizionato di una carica iperrealistica che ne smussa i caratteri più stereotipati (vedi il tentativo di suicidio iniziale) funge da vera e propria guida per lo spettatore, in un labirinto narrativo che riflette quasi subito quello al centro della trama; un’indagine/viaggio che si dipana in un andirivieni tra luoghi, tempi e personaggi, che presto assume caratteri al confine con l’esplorazione onirica. La forma del coniglio antropomorfo, vero e proprio topos del fantastico che spesso, negli ultimi anni, ha popolato l’iconografia di genere – e non solo (si pensi a Inland Empire di David Lynch, o a Donnie Darko di Richard Kelly) va a sommarsi a una fotografia iperrealistica, sospesa tra l’astrazione asettica di alcuni ambienti – la già citata stazione di polizia e l’ufficio sotterraneo delle persone scomparse – e la consistenza materiale, sporca eppure onirica, del labirinto del titolo, incarnazione di ricordi riemersi forse contaminati dall’incubo. Una scelta che vuole da un lato sottolineare il carattere liquido e privo di una precisa connotazione spazio/temporale della storia, dall’altro ribadire comunque il suo legame con una cronaca (qui quella dei rapimenti ai danni di minori) che l’autore mostra di conoscere sufficientemente bene.

Suggestivo e disuguale, L’uomo del labirinto appare asimmetrico nella sua costruzione, specie laddove concentra l’attenzione sul personaggio interpretato da Servillo, relegando il profiler di Dustin Hoffman a un ruolo apparentemente marginale; un ruolo che risulta immobilizzato e isolato nelle interazioni – dapprima prive di evoluzione – con la vittima interpretata da Valentina Bellè. Un’asimmetria, quella del film, la cui giustificazione narrativa diverrà chiara quando il mistero sarà infine districato, ma che tuttavia, portata sullo schermo così com’è, inficia l’armonia di un racconto che vorrebbe il giusto spazio per tutti gli interpreti principali. Mette tanta carne al fuoco, Carrisi, gioca in modo disinvolto con i tanti temi della storia (tra questi, la paura del diverso, gli orrori nascosti nelle comunità religiose, l’inefficienza della polizia), rischiando a più riprese di perdere centro e coerenza narrativa; il twist finale arriva in modo forse troppo affrettato, non riuscendo a tirare adeguatamente le somme dei vari subplot – dispersi tra passato e presente – di cui la storia si compone.

La sostanza c’è, in un film comunque coraggioso e interessante come quello di Carrisi; non si può fare a meno di ammirare la cura visiva con cui il regista assembla la vicenda, oltre alla trasversalità dei suoi riferimenti (le suggestioni sono riprese tanto da Hitchcock, quanto dai gialli nordici contemporanei e dai sado-thriller à la Saw – L’enigmista), rielaborati alla luce di un gusto che resta assolutamente personale. Il carattere disunito dello script, tuttavia, evidente soprattutto nella seconda parte, impedisce di considerare L’uomo del labirinto come un’opera del tutto riuscita; così com’è, il film di Carrisi, nei suoi ottimi intenti e nei suoi limiti, sta a testimoniare semplicemente un modo possibile – comunque da continuare a sperimentare e percorrere – di approcciarsi a una materia dalle tante sfaccettature come quella del thriller.

L'uomo del labirinto poster locandina

Titolo originale: L'uomo del labirinto
Regia: Donato Carrisi
Paese/anno: Italia / 2019
Durata: 130’
Genere: Drammatico, Giallo, Thriller
Cast: Carla Cassola, Dustin Hoffman, Filippo Dini, Katsiaryna Shulha, Luis Gnecco, Orlando Cinque, Riccardo Cicogna, Sergio Grossini, Sergio Leone, Stefano Rossi Giordani, Toni Servillo, Valentina Bellè, Vinicio Marchioni
Sceneggiatura: Donato Carrisi
Fotografia: Federico Masiero
Montaggio: Massimo Quaglia
Musiche: Vito Lo Re
Produttore: Alessandro Usai, Maurizio Totti
Casa di Produzione: Colorado Film, Gavila
Distribuzione: Medusa Film

Data di uscita: 30/10/2019

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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