TERMINATOR – DESTINO OSCURO

TERMINATOR – DESTINO OSCURO
di Tim Miller


Si nota in parte, in Terminator - Destino oscuro, la mano di James Cameron, specie nel recupero dei personaggi storici del franchise così come erano stati concepiti; ma il film di Tim Miller non riesce ad aggiornare la mitologia di base della saga, anche a causa di due nuove protagoniste prive del necessario carisma.

Un vecchio futuro

Tra tutte le saghe “storiche” concepite tra gli anni ’70 e gli ’80, quella di Terminator si è rivelata in assoluto la più difficile da tenere in vita nel nuovo millennio, specie nell’ottica di un suo rilancio e di una rimodulazione per i mutati gusti del pubblico. Conclusa idealmente, nella sua prima fase, con quell’evocativo “the future is unwritten”, che in Terminator 2 – Il giorno del giudizio (1991) rappresentava la perfetta chiosa su una storia che aveva visto Sarah Connor annullare le basi per l’esistenza di Skynet, e il T-800 interpretato da Arnold Schwarzenegger immolarsi per impedirne la ricostruzione, la saga è stata ripensata ed espansa più volte nel corso dell’ultimo ventennio: nel 2003 con Terminator 3 – Le macchine ribelli di Jonathan Mostow, poco fortunato sequel diretto che riformulava il concetto di futuro (e destino) espresso nei capitoli precedenti; nel 2008 con la serie tv Terminator: The Sarah Connor Chronicles, orfana dei suoi protagonisti storici; nel 2009 col fallimentare tentativo di nuovo avvio di Terminator Salvation di McG, che vedeva Christian Bale nel ruolo del salvatore del mondo John Connor; nel 2015 col reboot di Terminator Genisys di Alan Taylor (2015), che riscriveva gli eventi dei primi due capitoli in una storyline alternativa quanto intricata. L’insuccesso di quest’ultimo episodio ci porta fino a oggi: fino, cioè, a questo Terminator – Destino oscuro, primo sequel nel cui progetto torna a essere coinvolto direttamente – come produttore e co-autore del soggetto – il creatore della saga James Cameron.

Il plot del film si ricollega direttamente a quello del secondo episodio del 1991, ignorando tutti i capitoli successivi: la guerra con Skynet è stata impedita, il lugubre futuro che vedeva verificarsi la fine del mondo nel 1997 scongiurato. Ma il germe di Skynet, radicato nel destino dell’umanità, non è stato estirpato del tutto; altri Terminator, infatti, continuano ad arrivare da un futuro evidentemente ancora a rischio, mentre Sarah Connor si è trasformata in una loro spietata giustiziera, una mercenaria in fuga ricercata in diversi stati. Nel 2020 giungono dal futuro, a Città del Messico, due nuovi guerrieri: una donna a cui sono state impiantate parti di macchina di nome Grace, e un Terminator avanzato mandato da un network di nome Legion, un Rev-9, simile al T-1000 ma più resistente. Il loro obiettivo congiunto – rispettivamente da proteggere e da eliminare – è la giovane Daniella Ramos, destinata ad avere un ruolo chiave nella futura resistenza contro le macchine. A dare man forte a Daniella e Grace arriverà presto Sarah, allertata da un misterioso messaggio di testo speditole ogni qualvolta un Terminator viene inviato dal futuro; ma le tre guerriere, per confrontarsi con un nemico che sembra indistruttibile, avranno bisogno del corpo meccanico del vecchio T-800, che vive confuso e mimetizzato tra gli esseri umani.

Diretto da quel Tim Miller che aveva esordito dietro la macchina da presa col cinecomic Deadpool (ma che era stato anche tra i registi della riuscita serie animata Love, Death & Robots), Terminator – Destino oscuro mostra fin dalle sue prime battute la voglia di ricollegarsi direttamente al passato della saga: lo fa fin dal prologo, che con la voce di Linda Hamilton (tornata per la prima volta a recitare nella saga dopo il 1991) riassume gli eventi dei primi due episodi e ne mostra gli immediati sviluppi, nella sequenza sulla spiaggia che mostra i volti di Schwarzenegger, della Hamilton e di Edward Furlong ringiovaniti digitalmente. Ma la voglia del film di Miller di recuperare il mood che contrassegnò gli esordi della saga si coglie anche in un plot che recupera e aggiorna gli eventi di Terminator 2 – Il giorno del giudizio, film di cui quest’ultimo finisce per costituire – coi dovuti distinguo a livello di ritmo e atmosfere – una sorta di remake. Una scelta evidente anche nella concezione – e nell’interpretazione da parte di Gabriel Luna – del nuovo Rev-9, che mostra quell’aspetto di ordinarietà e affidabilità occhieggiante al look casual, e alla concomitante spietatezza, del fu T-1000 interpretato da Robert Patrick. Ma il rimando ai primi due film si esprime anche in una linearità narrativa che fa tabula rasa delle complesse evoluzioni e degli incastri che avevano caratterizzato (e complicato) il plot di Terminator Genisys: qui, il tema del viaggio temporale è ridotto alla sua versione essenziale, e lo scopo dei protagonisti è di nuovo quello di impedire una catastrofe globale.

Se la concezione del film e il suo soggetto – e molti dei suoi passaggi narrativi – mostrano chiaramente la mano di James Cameron, è anche vero che il plot di Terminator – Destino oscuro tenta in modo un po’ stanco, e derivativo, di agganciarsi a un modello di sci-fi che nel 2019 ha già detto molto di ciò che aveva da dire; un modello che probabilmente non può piantare nuovi semi nel cinema moderno senza una diversa visione a ispirarlo. È essenzialmente un problema di visione, e di freschezza nell’interpretazione del soggetto, quello principale del film di Tim Miller: un lavoro che esprime involontariamente un’aura vintage, proprio perché le sue premesse restano tal quali quelle dei primi due episodi della saga (del secondo in particolare) depurate tuttavia dalla potenza visiva e dal forte portato concettuale che avevano ispirato i film di Cameron (il cui impatto, va detto, derivava anche dal loro periodo di concezione). Qui, la regia di Miller è roboante e a tratti non chiarissima, ma non è neanche questo il problema principale del film: il limite di Terminator – Destino oscuro sta innanzitutto nel non essere riuscito a (ri)costruire un’epica, fallendo nell’affiancare ai vecchi protagonisti Arnold Schwarzenegger e Linda Hamilton una nuova generazione, di cui le figure intepretate da Mackenzie Davis e Natalia Reyes (e, per converso, il nuovo villain col volto di Gabriel Luna) dovrebbero costituire il centro.

Proprio i personaggi della cyborg Grace e della futura guerriera Dani non riescono a esprimere (in parte per l’approccio delle due interpreti, in parte per come i caratteri stessi sono stati scritti) la statura e il portato epico che sarebbero richiesti da una storia che vuole essere premessa per un’apocalisse prossima ventura. La “vecchia guardia”, in questo caso, ha decisamente la meglio: se la rugosa e combattiva Linda Hamilton si riappropria fin da subito, con naturalezza, del suo personaggio, a sorprendere in positivo è soprattutto la prova dello stesso Schwarzenegger, che porta alle estreme (e in parte autoironiche) conseguenze l’intuizione del suo personaggio originale: ci riferiamo all’inespressività dell’attore – qui assolutamente ricercata e caricata – che diviene cifra interpretativa per portare sullo schermo un robot, la cui resa viene problematizzata dagli accenni di una coscienza che si vuole costruita in itinere. È proprio il nuovo sguardo sulla figura del T-800 (al di là del suo già discusso invecchiamento organico) l’unica reale – e interessante – novità di questo Terminator – Destino oscuro: una visione che vorrebbe un vero e proprio apprendimento emotivo in una macchina antropomorfa, capace di sviluppare coscienza e autocoscienza nel corso degli anni. Un motivo che, derivato dalla figura dell’androide così com’era stata già ripensata nel secondo episodio, rivela chiaramente il tocco di Cameron nella concezione del soggetto.

Nato su una premessa tanto teoricamente “facile” (anche se – dobbiamo dirlo – gli eventi raccontati nel prologo richiedono un grande sforzo di sospensione dell’incredulità) quanto complessa nella realizzazione e nella capacità di tenuta narrativa, Terminator – Destino oscuro non fa che confermare le difficoltà incontrate da tutti i suoi predecessori nel tener viva, rinnovare e rivitalizzare un’intuizione probabilmente troppo legata al suo periodo di concezione. Un’intuizione che forse, per attecchire davvero nel cinema contemporaneo – già inflazionato da tanti cloni e opere più o meno direttamente derivate – avrebbe bisogno di un coinvolgimento ancora più organico del suo creatore originario: proprio Cameron, col gigantismo della sua visione e la sua abilità di narratore per immagini, sarebbe probabilmente l’unico capace di gettare nuove basi per la saga e proiettarla nel cinema del futuro, come già accaduto in tempi recenti per altri franchise non meno stagionati. Il carattere assolutamente aperto del finale, a richiamare un sequel già messo in preventivo (il film vorrebbe essere il primo di una nuova trilogia) ma ovviamente tutt’altro che certo, rivela la volontà dei produttori di proseguire sulla strada qui abbozzata. Ma la strada, laddove non rivelerà un percorso davvero nuovo, e nuove suggestioni sul suo tragitto, resterà più che mai in salita.

Titolo originale: Terminator: Dark Fate
Regia: Tim Miller
Paese/anno: Cina, Stati Uniti / 2019
Durata: 128’
Genere: Azione, Fantascienza
Cast: Alicia Borrachero, Arnold Schwarzenegger, Blair Jackson, Christine Horn, Cleveland Berto, Diego Boneta, Edward Furlong, Enrique Arce, Ferran Fernández, Fraser James, Gabriel Luna, José Cerós, Kacy Owens, Kevin Medina, Linda Hamilton, Lorna Brown, Mackenzie Davis, Manuel Pacific, Matt Devere, Natalia Reyes, Neil Corbould, Pedro Hernández, Pedro Rudolphi, Pete Ploszek, Phillip Garcia, Stephanie Gil, Steven Cree, Tábata Cerezo, Tarnue Massaquoi, Tom Hopper, Tristán Ulloa
Sceneggiatura: Billy Ray, David S. Goyer, Justin Rhodes
Fotografia: Ken Seng
Montaggio: Julian Clarke
Musiche: Junkie XL
Produttore: David Ellison, James Cameron
Casa di Produzione: 20th Century Fox, Lightstorm Entertainment, Paramount Pictures, Skydance Media, TSG Entertainment
Distribuzione: 20th Century Fox

Data di uscita: 31/10/2019

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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