438 DAYS

438 DAYS
di Jesper Ganslandt


438 Days, presentato alla Festa del Cinema di Roma, è un film di denuncia sulla libertà di stampa: chiaro e descrittivo, mantiene costantemente il focus sul valore del giornalismo oggi, raccontando la storia vera di due giornalisti svedesi e della loro travagliata avventura in Etiopia. Sempre realistico senza tramutarsi in documentario, il film di Jesper Gaslandt lascia il giusto spazio alle emozioni dei due interpreti, evitando di amplificare troppo la tragicità degli avvenimenti. Convincente.

Menzogna e verità

Jesper Ganslandt, regista svedese classe ’78, conosciuto per Falkenberg Farewell (2006) ma poco noto al pubblico italiano, ha uno stile autoriale, volto a evidenziare tematiche introspettive e conflitti politici e sociali, passando dalla propria biografia fino ai documentari e a film di genere drammatico come Blondie (2012). 438 Days trae la sua originalità dalla capacità di essere contestualmente un film d’azione e di suspense e un racconto giornalistico di una vicenda realmente accaduta, con riferimenti precisi a persone e fatti storicamente e giornalisticamente accurati.

Siamo nel 2011. I due giornalisti svedesi Martin Schibbye (interpretato da Gustaf Skarsgård) e Johan Persson (Matias Varela) si trovano in Somalia per indagare sul legame tra un noto politico svedese e la compagnia petrolifera Lundin Oil. La loro attenzione non si arresta però al legame tra Svezia ed Etiopia, ma è catturata soprattutto dalle violenze che la popolazione rurale sembra subire gratuitamente, per il semplice fatto di trovarsi nel “posto sbagliato”, l’Ogaden: una regione tra l’Etiopia e la Somalia, contesa per i ricchi pozzi di petrolio. Questo scenario è ulteriormente compromesso da una situazione politica complessa in cui i militari hanno pieno potere, e i ribelli politici (Fronte Nazionale di Liberazione dell’Ogaden/ONLF) vengono etichettati dal governo e dalle autorità come spietati criminali e terroristi. Sarà difatti proprio questa compromettente situazione a risultare pericolosa per i due giornalisti: Martin e Johan, per passare il confine tra Somalia ed Etiopia, hanno bisogno dell’aiuto dei ribelli.

Dall’esterno è evidente che l’intento dei due protagonisti sia genuinamente e inequivocabilmente giornalistico e non abbia a che vedere con qualsiasi tipo di schieramento politico; tuttavia, in una realtà del genere, dare “testimonianza” attraverso il proprio lavoro può essere molto rischioso. A inizio film, i due amici sono entusiasti delle loro scoperte: fiutano che la loro pista di ricerca sta dando buoni frutti e si sentono vicini alla verità dei fatti. Presto, però, all’entusiasmo adrenalinico e all’ironia che li caratterizza si sostituiranno la paura e l’incertezza: passare il confine tra Somalia ed Etiopia insieme ai ribelli li espone irrimediabilmente, molti dei loro “accompagnatori” vengono uccisi dall’esercito del governo e loro si ritrovano ostaggi, e poi prigionieri, in attesa di essere processati ufficialmente con la menzognera accusa di terrorismo.

438 Days è perciò il racconto di questa lunga prigionia, in cui sorprendentemente i due giornalisti riescono a cavarsela grazie alla loro ironia e alla capacità di saper restare uniti. Ma è anche la storia di come il giornalismo sia una vocazione importante e trasversale, perché a essere decisivo sarà proprio l’intervento di un giornalista etiope pronto a rischiare la vita per il proprio lavoro, in un circolo virtuoso generato dalla propria coscienza e dai propri valori. Lo stile è spontaneo e naturale, drammatico senza scadere nel melodramma gratuito e nel sensazionalismo; anche le riprese e la fotografia seguono l’aspirazione alla descrizione fedele dei fatti, semplice e diretta.

Quello che colpisce nel film di Jesper Ganslandt è proprio l’attenzione genuina alle dinamiche umane: i due giornalisti si dimostrano indubbiamente persone eccezionali, ma allo stesso tempo fragili e vulnerabili, in un contesto pressante dove i nervi vengono messi a dura prova e si rischia in continuazione la propria vita. Siamo lontani da un dipinto idealistico: ci saranno dei momenti in cui i due professionisti dovranno scendere a compromessi e rinnegare il proprio lavoro per non essere uccisi.

438 Days è un film che prima di tutto vuole raccontare una storia, una storia importante sulla libertà di parola e di stampa. Quando alcuni giornali svedesi diranno dei due protagonisti che si sono comportati da perfetti “marxisti”, Johan ironizzerà affermando di essere felice di appartenere a un paese in cui chiunque è libero di dire qualsiasi cosa, anche la più stupida. La capacità di alternare spaccati di leggerezza e quotidianità al racconto dei fatti e ai momenti di suspense più drammatici rende questo lavoro piacevole e adatto anche al grande pubblico.

Titolo originale: 438 dagar
Regia: Jesper Ganslandt
Paese/anno: Svezia / 2019
Durata: 124’
Genere: Drammatico
Cast: Armaan Haggio, Farouk Valley-Omar, Faysal Ahmed, Frederik Nilsson, Fredrik Skavlan, Graham Clarke, Gustaf Skarsgård, Jesper Ganslandt, Josefin Neldén, Lena B. Nilsson, Magnus Sundberg, Matias Varela, Philip Zandén, Sivuyile Ngesi, Stephen Jennings
Sceneggiatura: Peter Birro
Fotografia: Sophia Olsson
Musiche: Jon Ekstrand
Produttore: Brigid Olen, Gavin Sweeney, Karl Fredrik Ulfung, Marlow De Mardt, Sandra Harms
Casa di Produzione: Film i Väst, Miso Film Sverige, Sveriges Television (SVT)

Sara Gallaccio

Appassionata di filosofia con un’attenzione particolare rivolta alla storia delle religioni, all’antropologia e alla diverse forme d’arte, si è specializzata in pratiche filosofiche nel 2018, presso la SUCF di Roma. Come giornalista si occupa di cultura, cinema, politica e attualità.

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