THE IRISHMAN

THE IRISHMAN
di Martin Scorsese


Compendio dei temi e dei frammenti di storia americana raccontati da Martin Scorsese, opera d'autore epica, celebrazione del cinema tra le più lucide degli ultimi anni, The Irishman è cinema bigger than life che punta a essere anche bigger than history; dalla Festa del Cinema di Roma 2019 al piccolo schermo di Netflix, con più di un rimpianto per una “vita” in sala che si preannuncia inusitatamente breve.

La ballata del tempo e della storia

È un progetto che è un vero e proprio monstre, nelle dimensioni, nell’estensione della sua narrazione, nella durata (210 minuti) quanto nella visione che lo ispira, quello di The Irishman; un film, l’ultimo di Martin Scorsese, il cui hype è stato secondo forse solo alle polemiche (dirette e indirette) che ne hanno accompagnato la produzione e il lancio. Produzione rimasta bloccata negli studios hollywoodiani fin dal 2007, in seguito realizzata col marchio – e i capitali – di Netflix, il film di Scorsese da un lato si va a incastrare in una discussione (che data almeno dall’analoga uscita, un anno fa, del Leone d’Oro veneziano Roma, di Alfonso Cuarón) sul limitato spazio trovato in sala dai film prodotti dalla nota piattaforma di streaming; dall’altro si accompagna alle recenti dichiarazioni del suo autore – non strettamente legate al film, ma semmai al concetto di cinema nel suo complesso – contro i prodotti Marvel, che hanno finito per alienare a Scorsese (in parte) le simpatie del pubblico più giovane. Polemiche, queste ultime, che hanno fatto sì che l’anteprima nazionale di The Irishman, alla quattordicesima Festa del Cinema di Roma, finisse per polarizzare uno scontro tra fronti contrapposti: da un lato tra i sostenitori dei maestri della New Hollywood (nel frattempo anche Francis Ford Coppola ha dato manforte al collega) e i difensori del cinema-popcorn, dall’altro tra i “conservatori” della visione in sala e i “progressisti” sostenitori dello streaming casalingo.

Sono polemiche, queste ultime, che a noi interessano molto relativamente, almeno nei termini di uno scontro tra tifoserie che lascia inevitabilmente il tempo che trova. Quello che si può e si deve rimarcare, qui, è soltanto l’anomalia (per usare un eufemismo) per cui un’opera dell’importanza di The Irishman finirà per essere goduta in sala per soli tre giorni, da un pubblico forzatamente più limitato rispetto a una normale uscita in sala, prima del suo passaggio sul piccolo schermo; il sintomo è talmente macroscopico, nei suoi risultati patologici – specie per un film dall’impatto visivo pari a quello di Scorsese – da necessitare urgentemente una revisione dell’intero sistema. La premessa, che potrebbe apparire fuori tema in un pezzo di critica cinematografica, vuole in realtà rimarcare il fatto che il film di Scorsese (analogamente al C’era una volta a… Hollywood di Tarantino) più che mai vuole la sala come suo mezzo di fruizione privilegiato; e ciò non solo, e non tanto, perché il suo soggetto rappresenta l’approdo – e in qualche modo la summa, come vedremo – del percorso di quello che è uno dei più importanti registi cinematografici dell’ultimo cinquantennio; ma anche perché la sua stessa realizzazione, la consistenza delle sue immagini e la mimesi che queste riescono a realizzare con la vita (quella di un individuo e quella di un’intera nazione) sono celebrazione diretta ed esplicita del cinema. Difficile trovare, per un’opera che vuole celebrare e sottolineare la potenza di un certo mezzo espressivo, un terreno di fruizione diverso da quello pensato per quel mezzo.

The Irishman celebra il cinema perché, come già fece Hugo Cabret, ne esalta il carattere magico e mesmerico, sottolineandone la capacità non solo di sopravvivere al tempo, ma anche di sostituirsi letteralmente a esso; lo fa ringiovanendo e invecchiando i volti degli attori a suo piacimento, rendendo invisibile una materia considerata finora pesante e invasiva come quella del digitale, articolando una narrazione che non solo è bigger than life, ma aspira addirittura a competere con le dimensioni della storia, riscrivendone in parte le premesse. In fondo, questo, Scorsese lo sta facendo quasi ininterrottamente dall’inizio della sua carriera, dal crudele racconto americano di America 1929 – Sterminateli senza pietà all’epopea criminale di Quei bravi ragazzi, fino alla cupa visione del mito fondativo in Gangs of New York, e a quella dello yuppismo forsennato di The Wolf of Wall Street. Pezzi e capitoli di un racconto americano che tuttavia (e questa è la fondamentale differenza) sembrano trovare in The Irishman una sistemazione complessiva, se non un vero e proprio compendio: c’è tutta l’estetica delle opere appena citate, nel monumentale affresco criminale di Scorsese, il loro respiro epico, la loro crudezza spietata unita all’iperrealismo – qui tenuto a bada, anch’esso “invisibile”, quanto pesante negli effetti – della loro messa in scena: e sembra esserci anche la voglia di riassumere tutte quelle istanze, nel racconto di un tempo personale e collettivo che passa inesorabilmente, lasciando cicatrici (oltre che rughe sempre più profonde) e l’urgenza profonda di fare i conti col passato.

E il passato americano, in The Irishman, rivive proprio attraverso quelle figure oscure che ne hanno scritto (più di quelle finite sotto la luce dei riflettori) la storia nascosta: quello stato criminale parallelo che ha contribuito a fondare, e consolidare, le istituzioni che oggi reggono “la più grande democrazia del mondo”, i mafiosi che hanno favorito l’elezione di John Fitzgerald Kennedy per poi imporgli la disastrosa azione della Baia dei Porci, l’establishment criminale che ha coccolato una figura carismatica come quella di Jimmy Hoffa salvo poi liberarsene, cancellandola (letteralmente) dall’equazione. Una storia nascosta analoga a quella che fu scritta da un autore come James Ellroy nel suo American Tabloid, e che qui rivive in uno dei suoi protagonisti più oscuri: per raccontare e portare alla luce ciò che è nascosto in fondo alla coscienza (oltre che nel DNA) di milioni di americani, non poteva esserci personaggio migliore del gangster Frank Sheeran. Uno che diviene il galoppino della famiglia mafiosa Bufalino (e poi dell’Hoffa con l’istrionico volto di Al Pacino) perché il suo curriculum nella Seconda Guerra Mondiale, quando ha servito il suo paese giustiziando nemici dopo avergli ordinato di scavarsi la fossa, parla chiaro. La guerra è uno sporco, necessario affare, e lo è anche il mantenimento dello status quo criminale che sorregge e fa fluire soldi nelle istituzioni “ufficiali”; nessuno meglio di Sheeran, probabilmente, può cogliere la continuità tra i due contesti. E nessuno meglio di un interprete come Robert De Niro, attore-feticcio del regista per due decenni, più che mai emblema col suo corpo e il suo volto di un tempo che punta a cancellare la memoria (ivi compresa quella dello spettatore) poteva impersonare meglio il protagonista. Due invisibili tornati alla luce, direttamente al centro dei riflettori.

Avvolge e irretisce, la narrazione di The Irishman, si dirama nei suoi tanti rivoli per poi riunirli, si ferma davanti allo spettatore insieme al vecchio Sheeran – voce fuori campo per una volta funzionale, e perfettamente giustificata a livello narrativo – per un “c’era una volta” fatto di sangue, sesso, denaro e potere, in cui ognuno trova il suo posto e la sua – spesso tragica – collocazione. I volti di amici e nemici divengono progressivamente fantasmi, nomi che una giovane infermiera finge semplicemente (e un po’ goffamente) di conoscere; i ricordi si confondono coi sogni e gli incubi, e questi ultimi col mito. C’è tempo per interrogarsi su cosa verrà ora, ed è un’interrogazione che dalla figura di Sheeran/De Niro può essere estesa all’America tutta; c’è spazio per un’inquietudine spirituale che il contatto con la figura di riferimento (il sacerdote della casa di cura) non cancella ma si limita ad alleviare. Gli orrori perpetrati e il dolore arrecato non generano pentimento, ma solo un vago sentore di dannazione; mentire esprimendo un rammarico non provato, concludere la propria esistenza con una bugia (l’ultima), sarebbe in questo senso il crimine peggiore. L’afflato spirituale de L’ultima tentazione di Cristo e del recente Silence, con l’uomo solo di fronte a una muta entità trascendente, torna qui prepotente alla fine del racconto, giustificandone la lunga coda. Altro frammento, quest’ultimo, di un’opera che a maggior ragione appare summa tematica di tutte le precedenti del regista, compendio e (forse) capitolo finale di una lunga, nera e luminosa ballata americana. Non sarà (lo speriamo e lo auspichiamo) l’ultimo film di Martin Scorsese, ma senz’altro chiude un capitolo importante della sua carriera, e ne segna una fondamentale pietra miliare. Altre storie, diverse e complementari, seguiranno.

Titolo originale: The Irishman
Regia: Martin Scorsese
Paese/anno: Stati Uniti / 2019
Durata: 209’
Genere: Biografico, Drammatico, Noir, Storico, Thriller
Cast: Al Pacino, Aleksa Palladino, Anna Paquin, Barry Primus, Bobby Cannavale, Domenick Lombardozzi, Gary Basaraba, Harvey Keitel, India Ennenga, J.C. MacKenzie, Jack Huston, Jake Hoffman, Jeremy Luke, Jesse Plemons, Jim Norton, Joe Pesci, Kathrine Narducci, Larry Romano, Patrick Gallo, Ray Romano, Robert De Niro, Sebastian Maniscalco, Stephanie Kurtzuba, Stephen Graham
Sceneggiatura: Steven Zaillian
Fotografia: Rodrigo Prieto
Montaggio: Thelma Schoonmaker
Musiche: Seann Sara Sella
Produttore: Emma Tillinger Koskoff, Gastón Pavlovich, Jane Rosenthal, Martin Scorsese, Robert De Niro
Casa di Produzione: Fábrica de Cine, Netflix, Sikelia Productions, STX Entertainment, TriBeCa Productions
Distribuzione: Netflix

Data di uscita: 04/11/2019

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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