L’ETÀ GIOVANE

L’ETÀ GIOVANE
di Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne


Lontani dallo spaccato antropologico sull'integralismo islamico, intenzionati piuttosto a delineare il percorso di crescita di un adolescente dall'identità in fieri, i fratelli Dardenne mettono in scena con L'età giovane un romanzo di formazione sui generis, non sempre centratissimo, ma intelligente nella concezione e forte nella resa.

Diventare giovani

Da sempre portati agli spaccati sociali di piccolo taglio, tali tuttavia da rappresentare emblemi, spesso dirompenti, di questioni sociali di più ampio respiro, i fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne prendono di petto con questo L’età giovane (fuorviante titolo italiano che sostituisce l’originale Le jeune Ahmed) lo spinoso tema dell’integralismo islamico. L’ottica è di nuovo personale, intima, filtrata dallo sguardo di un altro dei loro personaggi ai margini; un nuovo outsider che stavolta si pone in diretto contrasto non solo col suo ambiente sociale (quello sospeso tra due mondi di tutti gli immigrati di seconda generazione) ma anche con la sua stessa famiglia. Il volto di Ahmed, tredicenne che subisce la perniciosa influenza dell’imam della moschea locale, che lo porta a progettare l’omicidio di una sua insegnante, è quello di un personaggio privo di appartenenza, impossibilitato a costruirsi un’identità: è proprio sull’assenza di definizione e guide reali – la comunità musulmana è divisa, nel film, persino sull’opportunità di insegnare o meno l’arabo ai giovani figli di immigrati – che si innesta il proselitismo del capo religioso, scaltro e tale da richiamare la violenza senza menzionarla esplicitamente.

Abituati a filtrare le loro storie attraverso un’ottica prevalentemente psicologica, che quasi sempre si sovrappone con lo sguardo del singolo personaggio – ma che tuttavia lascia trasparire, con ammirevole limpidezza, il punto di vista degli autori – i Dardenne restano qui incollati sul volto e sul corpo di Ahmed (l’eccellente attore esordiente Idir Ben Addi) in modo più stretto – e quasi claustrofobico – di quanto non abbiano fatto con molte loro figure del passato. Cogliamo il protagonista, all’inizio della storia, nell’atto di “radicalizzarsi” (volendo utilizzare questo – brutto – termine per un percorso in realtà più complesso) proprio quando quel suo processo di ricerca inquieta, e in definitiva sempre frustrata, è già in uno stato avanzato; non ci è dato di vedere un prima, visto che il film parte di fatto in media res, con una situazione di contrasto e tensione (quella con la sua insegnante e vittima designata) già pienamente in atto. Quel prima, allusione a una “normalità” perduta legata all’innocenza infantile, è evocato solo dai discorsi di sua madre, a sua volta alle prese coi suoi demoni (l’alcol e la necessità di crescere da sola i suoi figli) e tormentata dal fantasma del nipote, immolatosi sulla via della jihad. Per Ahmed, l’assenza di una rete sociale realmente formativa sarà la base per il rifugio ossessivo nella preghiera, e l’elezione dell’imam a guida.

È stato accolto in modo più tiepido rispetto a molti dei precedenti film dei Dardenne, L’età giovane, nonostante il premio per la regia a Cannes; ciò forse a ragione del fatto che, più che in passato, il fuori, il contesto in cui la storia vive e si sviluppa, è trattato qui prevalentemente come sfondo ed elemento funzionale all’evoluzione del protagonista, più che in termini di ambiente sociale con cui quest’ultimo entra in dialettica. La stessa figura dell’imam, “cattivo maestro” che denuncia fin da subito l’inconsistenza della sua predicazione, è mostrata in chiave di innesco narrativo per la vicenda; un pretesto, più che un vero e proprio personaggio, che a sua volta si fa emblema – pur involontario – della fragilità teorica della predicazione integralista. Ma quello che appare chiaro, guardando L’età giovane, è come i fratelli belgi si siano tenuti lontani da qualsiasi tentazione di fare un trattato antropologico sull’integralismo islamico, e sul suo potere di penetrazione tra i figli di immigrati: ciò che forse ha spiazzato, più di tutto, è il preponderante focus sul percorso psicologico (che si sovrappone, in modo peculiare, a quello di una crescita adolescenziale sui generis) del giovane protagonista. Un approccio che quindi, pur tenendo ferma la rappresentazione del contesto (pennellata con pochi tocchi, soprattutto nella prima parte) si stacca dal tema etnico e religioso, impattando più in generale col motivo della formazione dell’identità.

In questo senso, il discorso de L’età giovane trova decisamente più forza e lucidità nella sua seconda parte, laddove la storia si libera della necessità di fare i conti con la descrizione contestuale, e può esplorare con più continuità il percorso del protagonista; un percorso in cui si aprono decisive crepe – non ultima quella sentimentale – quando Ahmed entra in contatto con una realtà diversa, per lui “aliena”, qual è la comunità in cui viene recluso. Qui, la sceneggiatura mette in contrasto, in modo efficace e intelligente, l’irresistibile spinta al martirio del giovane protagonista – che assume tratti sempre più ossessivi, al punto da sfiorare il disturbo psichiatrico – e il miraggio, adocchiato paradossalmente in un contesto punitivo e di reclusione, di un’esistenza libera dai legacci etnici e religiosi. Un contrasto che esplode sul volto, solo apparentemente quieto e privo di impennate emotive, del giovanissimo protagonista. Una prova in sottrazione, la sua, a sostanziare un film che rappresenta, per i due registi belgi, un’operazione interessante pur se meno diretta, ed esplicita, rispetto a molti loro lavori passati. Pur laddove il discorso di L’età giovane non è sempre lucidissimo, il rigore della messa in scena resta infatti innegabile, e le conclusioni affini e coerenti con una poetica che, nonostante tutto, continua a guardare alla storia – e ai suoi piccoli, oscuri protagonisti – col sempre presente ottimismo della volontà.

L'età giovane (2019) - Dardenne - Recensione | ASBURY MOVIES

Titolo originale: Le jeune Ahmed
Regia: Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne
Paese/anno: Belgio, Francia / 2019
Durata: 84’
Genere: Drammatico
Cast: Amine Hamidou, Annette Closset, Anthony Foladore, Bazil Jall, Benoît Stiz, Claire Bodson, Cyra Lassman, Eva Zingaro, Frank Onana, Idir Ben Addi, Karim Chihab, Laurent Caron, Madeleine Baudot, Myriem Akheddiou, Nadège Ouedraogo, Olivier Bonnaud, Othmane Moumen, Philippe Toussaint, Victoria Bluck, Yassine Tarsimi
Sceneggiatura: Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne
Fotografia: Benoît Dervaux
Montaggio: Marie-Hélène Dozo, Tristan Meunier
Produttore: Arlette Zylberberg, Denis Freyd, Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne, Tanguy Dekeyser
Casa di Produzione: Archipel 35, Canal+, Ciné+, France 2 Cinéma, France Télévisions, Les Films du Fleuve, Proximus, Radio Télévision Belge Francophone (RTBF), Région de Bruxelles-Capitale, Wallimage
Distribuzione: BiM Distribuzione

Data di uscita: 31/10/2019

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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