LE RAGAZZE DI WALL STREET – BUSINESS IS BUSINESS

LE RAGAZZE DI WALL STREET – BUSINESS IS BUSINESS
di Lorene Scafaria


Indagine in forma di commedia nera, da parte della regista Lorene Scafaria, sul legame tra sesso, soldi e potere dall'ottica di un gruppo di outsider, Le ragazze di Wall Street - Business is Business mostra uno sguardo sufficientemente cinico sul contesto che mette in scena, pur soffrendo di una narrazione non sempre organica e compatta. Alla Festa del Cinema di Roma 2019.

Guardare, toccare, farsi derubare

La crisi finanziaria del 2008, vero e proprio turning point per l’economia e la politica mondiali, evento che non ha ancora smesso di far sentire i suoi effetti – diretti e indiretti – sulla popolazione dei paesi industrializzati, è stata più volte oggetto di indagine da parte del cinema. Il punto di vista scelto da Lorene Scafaria per questo suo Le ragazze di Wall Street – Business is Business (chilometrico titolo scelto dalla distribuzione italiana, in luogo del più semplice Hustlers) mostra tuttavia una certa originalità: se la triade “sesso, soldi e potere” è quella che storicamente detta le regole del gioco (politico ed economico) influenzando i processi decisionali e decretando trionfi e fallimenti di uomini, organizzazioni e nazioni, l’idea di indagarne i meccanismi dal punto di vista di un gruppo di outsider sui generis contiene in sé un’intuizione interessante. Proprio da outsider è costituito, di fatto, il gruppo di spogliarelliste capitanato da Destiny e Ramona (rispettivamente interpretate da Constance Wu e Jennifer Lopez) che nel cuore dell’impero finanziario americano, la reggia di Wall Street, decidono di mettere in atto una sistematica truffa ai danni dei facoltosi boss della finanza locale.

L’ispirazione per il film di Lorene Scafaria è una vicenda di cronaca risalente al periodo tra il 2007 e il 2011, raccontata in un articolo per il New York Magazine dalla giornalista Jessica Pressler; le spogliarelliste di uno strip club newyorchese misero davvero in atto un rodato sistema di truffa ai danni dei frequentatori abituali, somministrando loro un mix di chetamina e MDMA (rispettivamente usati per inibire il giudizio e far perdere la memoria) appropriandosi così di ingenti quantitativi di denaro. Proprio il denaro, la sua (assenza di) etica e le sue tante facce (quella fisica e quella smaterializzata, “virtuale” della finanza) sono il cuore tematico del film: fin dalla prima entrata in scena del personaggio interpretato da Jennifer Lopez, ricoperto da una pioggia di banconote provenienti dal pubblico, la regista rende esplicita e trasparente l’iconografia dei soldi, il loro legame col sesso e la loro centralità nella storia. Le ragazze di Wall Street – Business is Business fa tuttavia un passo ulteriore, mettendo in evidenza da un lato la carnalità del denaro così come conosciuto – e bramato – da chi ricopre i gradini medio-bassi della scala sociale (gli uomini che, per usare le parole del personaggio della Lopez, “si distinguono dai veri ricchi dalle scarpe”); dall’altro, la sua virtualizzazione nei flussi finanziari, nelle operazioni di borsa sovente richiamate e mostrate, nel montaggio, parallelamente alle imprese criminali delle protagoniste.

C’è in questo senso, ed è interessante in un film che sviluppa due tematiche intrise di fisicità come l’erotismo e la ricerca parallela del potere – in un contenitore fisico e carnale per sua natura come quello del noir – una sorta di slittamento sul terreno dell’immateriale: la truffa messa in atto da Destiny, Ramona e dalle loro amiche, per funzionare, deve farsi invisibile, esercitandosi come pura operazione virtuale: basta una strisciata della carta di credito, e ingenti quantitativi di denaro vengono sottratti, come accade in mille rapine in banca di altrettanti heist movie. Le loro tracce vengono fatte sparire, in primis nella memoria della vittima, cancellata dalla droga. Quello di spogliarellista, mestiere fisico per eccellenza, diviene un’attività imprenditoriale perfettamente calata nel nuovo millennio, in cui domina la virtualizzazione dei soldi: la stessa logica che ha generato la crisi finanziaria, provocando drammatiche (e concretissime) ricadute sulla vita di milioni di individui, viene utilizzata per defraudarne gli ideatori. Gli strumenti, ed è questa l’allegoria più forte del film, sono esattamente gli stessi del sistema che si vuole prosciugare: quelli del capitalismo finanziario, che a un certo punto non ha neanche più bisogno di una sede fisica (lo strip club) per esercitarsi come attività economica. La sede è il corpo stesso delle ragazze, unico elemento fisico necessario, mobile e attivo: un corpo che, contraddicendo un vecchio detto, si può sia guardare che toccare, ma che reagisce quasi come fosse un fantasma, etereo e spietato.

L’allegoria di Le ragazze di Wall Street – Business is Business, apprezzabile nel cinismo con cui mette in scena un mito di Robin Hood spogliato di qualsiasi romanticismo (come sostenne l’autrice originale dell’articolo, le ragazze “rubavano ai ricchi, per dare a se stesse”) funziona laddove la sceneggiatura resta ancorata all’attività delle protagoniste e alla descrizione concreta delle loro imprese; quando lo script cerca invece di allargare lo sguardo, includendo il privato delle donne, il racconto si sfilaccia e rischia sovente di perdere il controllo, facendosi a tratti confuso ed episodico. Il subplot della nonna della protagonista, abbandonato per un largo tratto di narrazione, poi ripreso in modo un po’ surrettizio dopo una lunga ellissi temporale, viene gestito in modo goffo e poco organico, così come gli occasionali cenni alla famiglia di Ramona; la stessa affermazione per cui “la maternità è una patologia” – con riferimento alla figlia della giovane donna – sottolineata in apertura e chiusura del film, lascia il tempo che trova. Messo in scena in modo elegante e non privo di verve, con un tono in apprezzabile equilibrio tra commedia nera e dramma, il film di Lorene Scafaria paga dunque qualcosa sul piano della compattezza narrativa, probabile risultato (anche) dell’estensione temporale della vicenda. Un limite che comunque non impedisce di apprezzarne le premesse, oltre all’interessante, originale cattiveria di sguardo che lo pervade.

Titolo originale: Hustlers
Regia: Lorene Scafaria
Paese/anno: Stati Uniti / 2019
Durata: 110’
Genere: Commedia, Drammatico, Thriller
Cast: Cardi B, Constance Wu, Emma Batiz, G-Eazy, Jay Oakerson, Jennifer Lopez, Julia Stiles, Keke Palmer, Lili Reinhart, Lizzo, Madeline Brewer, Marcy Richardson, Mercedes Ruehl, Mette Towley, Trace Lysette, Vanessa Aspillaga
Sceneggiatura: Lorene Scafaria
Fotografia: Todd Banhazl
Montaggio: Kayla Emter
Produttore: Adam McKay, Benny Medina, Elaine Goldsmith-Thomas, Jennifer Lopez, Jessica Elbaum, Lorene Scafaria, Will Ferrell
Casa di Produzione: Annapurna Pictures, Gloria Sanchez Productions, Nuyorican Productions, STX Films
Distribuzione: Lucky Red

Data di uscita: 07/11/2019

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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