BRITTANY NON SI FERMA PIÙ

BRITTANY NON SI FERMA PIÙ

Commedia indipendente che guarda con mestiere e gusto al cinema mainstream, capace di valorizzare il paesaggio urbano di una New York sempre in primo piano, senza mai perdere di vista la figura (e l’emotività) della sua protagonista, Brittany non si ferma più ha conquistato la platea dell’ultimo Sundance Film Festival, che gli ha tributato il premio del pubblico. Un “innamoramento”, quello degli spettatori della manifestazione fondata da Robert Redford, che non si fatica a capire guardando il film di Paul Downs Colaizzo, affermato drammaturgo qui al suo esordio dietro la macchina da presa: il film, centrato sul corpo, la mente e le aspirazioni del personaggio interpretato da Jillian Bell, rappresenta un perfetto ponte tra la commedia americana da grande pubblico, figlia delle favole contemporanee di Garry Marshall e dei loro derivati, e l’approccio indie figlio dei ritratti urbani anni ’90 di Kevin Smith, depurati delle componenti più sboccate e nerd. Una fusione che risulta in un prodotto con tutti gli elementi al punto giusto, ma dal substrato meno scontato di quanto non sarebbe stato lecito attendersi.

Il plot di Brittany non si ferma più è incentrato sul personaggio di Brittany Forglar, donna ventottenne sovrappeso e socievole, apparentemente felice quanto in realtà sola e afflitta da latente insoddisfazione; il suo lavoro come cassiera di un teatro le permette a malapena di pagarsi l’affitto dell’appartamento che condivide con la ben più popolare (e apparentemente felice) Gretchen; i suoi problemi di attenzione e stanchezza cronica, risultato di uno stile di vita poco sano e dall’assenza di attività fisica, vengono trattati tramite l’abuso di psicofarmaci. Quando il suo medico le nega una prescrizione, suggerendole con una certa urgenza di iniziare a perdere peso, Brittany decide di seguire il consiglio; constatata l’impossibilità di permettersi la palestra, la ragazza dapprima fa il giro dell’isolato di corsa, poi, prendendoci gusto, si unisce al gruppo di aspiranti atleti della sua vicina di casa Catherine, finora da lei guardata con ostilità per la sua vita apparentemente perfetta. Qui, Brittany stringe anche amicizia con Seth, un altro neo-corridore con cui scopre più di un punto in comune; insieme, i tre si danno l’obiettivo di partecipare alla prossima maratona di New York.

Visivamente accattivante, con un’interprete capace di esprimere l’ottimale equilibrio tra una fragilità post-adolescenziale proiettata e perpetuata nell’età adulta, e un cinismo irriverente e a tratti travolgente, Brittany non si ferma più contamina la commedia più fiabesca e ottimista (con una spruzzata di romanticismo) con un’apprezzabile riconduzione alla realtà terrena e proletaria dei quartieri più poveri della metropoli newyorchese. Cenerentola mancata incapace di trovare (ancora) il suo principe azzurro, brutto anatroccolo che (non) si trasforma in cigno, la Brittany interpretata da Jillian Bell deve fare i conti, ogni giorno, con la lotta quotidiana per sbarcare il lunario, affiancata a quella interiore – per troppo tempo trascurata – per l’autostima e l’accettazione. Difficile trovare il tempo, e le energie, per capirsi, definirsi, amarsi – e magari modificarsi laddove è necessario – quando la preoccupazione principale è quella di barcamenarsi tra due/tre lavori precari per mettere insieme il sufficiente per vivere; meglio stordirsi quando possibile con psicofarmaci, alcol e cibo, e con un rapporto d’amicizia tanto tossico quanto apparentemente sicuro. Il pane è garantito, almeno per il momento; per le rose verranno (chissà) tempi migliori. E poi, non dimentichiamolo, le rose rischiano anche di pungere.

E in effetti si punge, si lecca le ferite e riparte, la protagonista del film di Colaizzo, attraversando tutte le fasi dell’eroe di un racconto di redenzione urbana che, per prevedibile, triviale e costruito a tavolino che sia, ha il non indifferente merito di calarsi in un’esistenza minuta di cui rappresenta bene gli aspetti più prosaici. Se l’aspirazione di Brittany è quella della partecipazione alla maratona, occasione di condivisione interclassista e socialmente trasversale, il suo percorso deve fare i conti con una realtà che (per citare un altro classico degli anni ’90) morde e fa male: e lo fa senza guardare in faccia nessuno, accanendosi in particolare con chi di risorse ne ha un po’ di meno. Al punto che, nella fase più nera, si può essere costretti a tornare laddove si è cresciuti, in quella Philadelphia in cui la statua di Rocky Balboa ti guarda e ti sprona, incoraggiandoti a credere in un sogno americano di cui finora non ti sono arrivate che le briciole. Alla fine, la protagonista di Brittany non si ferma più (titolo italiano fuorviante: lo stop c’è eccome, seppur temporaneo) si permette di assaporarne un po’, di quel sogno; lo fa senza arrivare in cima a nessuna scala, fisica o simbolica che sia, ma semplicemente abbracciando (e accettando) l’idea di non correre da sola. Dopo il traguardo, ci sono ad attenderla percorsi altrettanto accidentati, da affrontare però con la leggerezza (metaforica) della condivisione.

Brittany non si ferma più poster locandina

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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