LE MANS ’66 – LA GRANDE SFIDA

LE MANS ’66 – LA GRANDE SFIDA
di James Mangold


Mettendo in scena un'impresa sportiva col passo e la solidità del cinema classico, James Mangold riesce in Le Mans '66 - La grande sfida a mascherare i pur presenti schematismi della trama, traendo il massimo dai suoi due interpreti e dalle serrate sequenze d'azione.

La vertigine dei 7000 giri

È cinema classico, che si nutre della sua stessa classicità, Le Mans ’66 – La grande sfida. Un progetto in cui il regista James Mangold, narratore di razza quanto eclettico nei generi che affronta, è entrato con grande naturalezza, su una sceneggiatura già scritta e inizialmente pensata per altri interpreti (Tom Cruise e Brad Pitt erano i protagonisti inizialmente designati – ed è legittimo chiedersi, alla luce delle prove di Christian Bale e Matt Damon, che impronta avrebbero dato ai rispettivi personaggi). Quando si pensa al contesto automobilistico, declinato in forma di biopic, la mente va inevitabilmente a Rush, film in cui Ron Howard raccontava una rivalità storica e in qualche modo “fondativa” per la Formula 1 moderna, quella tra James Hunt e Niki Lauda. Nonostante il titolo originale del film di Mangold, Ford V Ferrari, richiami di nuovo – e forse non è un caso – la dimensione della rivalità, pur spostata sul terreno delle grandi case automobilistiche, il tema centrale di Le Mans ’66 – La grande sfida è quello di un’amicizia: quella tra Carrol Shelby, ex pilota costretto all’abbandono da un problema cardiaco, poi riciclatosi come designer di auto, e l’irascibile e talentuoso Ken Miles, pilota e collaudatore. Sulla collaborazione tra questi due personaggi, e sui loro scontri con l’establishment aziendale della Ford – rivoltasi al team di Shelby per vincere la 24 Ore di Le Mans – si snoda il film di Mangold, diviso tra la dimensione intima dei due personaggi e quella “epica” dell’impresa sportiva.

È un film che vive innanzitutto di una scrittura equilibrata e funzionale, quello di Mangold, che spinge molto sul dualismo tra il talento libero e insofferente ai legacci di Miles e le logiche di marketing e immagine aziendale – incarnate soprattutto dal dirigente col volto di Josh Lucas – per cui la figura del pilota risulta da subito scomoda. In questo senso lo script, e lo stesso modo in cui il personaggio interpretato da Christian Bale è costruito, impongono una sua gestione entro un recinto abbastanza preciso, quello di un collaudato e non certo innovativo prototipo di genio e sregolatezza; il film, tuttavia, evita intelligentemente una costruzione troppo manichea del personaggio, riuscendo da un lato a evidenziarne la dimensione privata e familiare, incentrata su una costante consapevolezza della precarietà – e dell’intrinseca pericolosità – del suo lavoro, dall’altro mettendo accanto a esso una controparte “mediatrice” (il Carrol Shelby col volto di Matt Damon) che ne risulta perfetto complemento scenico e narrativo. In questo senso, Mangold sembra sapere istintivamente quando farsi da parte per lasciare agire i due attori e far respirare sullo schermo i rispettivi personaggi, capaci di incarnare due espressioni – una più utopica e insofferente ai compromessi, l’altra più capace di mediare, e non del tutto estranea alle lusinghe della fama – di una stessa tensione verso l’annullamento, dritta alla vertigine di quel limite dei 7000 giri per minuto, che emblematicamente viene evocata all’inizio e alla fine del film.

Risulta forse un po’ ingessato e poco centrato, Le Mans ’66 – La grande sfida, laddove cerca di allargare il suo sguardo al più generale ambiente dell’industria automobilistica degli anni ’60, costruendo un background per la storia (quello dello scontro tra Henry Ford II, patron della casa omonima e datore di lavoro dei due protagonisti, e l’Enzo Ferrari interpretato da Remo Girone) che appare eccessivamente dilatato, e poco organico col resto del film. Se da un lato la definizione del setting aiuta a sostanziare lo scontro tra il personaggio interpretato da Bale e la burocrazia aziendale, dando una più solida giustificazione all’agire di quest’ultima – oltre a un inquadramento storico più preciso all’intera vicenda – dall’altra il film vive di uno scarto abbastanza evidente tra le sequenze in cui sono in scena Bale e Damon e quelle che rappresentano il “contorno” della vicenda. Il danno resta relativo, comunque; nonostante le lungaggini e gli inevitabili schematismi narrativi, James Mangold mostra infatti un’eccellente capacità di direzione d’insieme del cast, riuscendo da un lato a mascherare abbastanza bene la scarsa funzionalità di certe figure (il già citato Ferrari, a cui dà vita un comunque ottimo Girone) e dall’altro a valorizzare quei personaggi che, pur con ruoli preordinati e dalle scarse potenzialità di sviluppo e lettura personale, riescono a vivere con sufficiente credibilità sullo schermo (pensiamo al vicepresidente Ford col volto di Jon Bernthal, e al già citato Leo Beebe interpretato da Josh Lucas).

Incentrato su una passione che in modo diverso, per i due protagonisti, diventa ossessione ed esigenza, Le Mans ’66 – La grande sfida trova la sua dimensione ideale nella rappresentazione diretta di questa passione: ovvero, nelle sequenze delle corse automobilistiche (solo due, nel corso delle due ore e mezza di film, ma di grande impatto), catarsi e sublimazione per un film che, per il resto, è sostanzialmente di scrittura e di interpreti. Come a suo tempo fece Ron Howard nel già citato Rush, Mangold riesce a restituire tutta la dimensione fisica, spettacolare quanto credibile, di una pratica di cui solo venendo direttamente a contatto coi suoi protagonisti, adottando il loro punto di vista, si può apprezzare tutto il fascino. Non è un caso che il regista, nella conferenza stampa in cui ha presentato il film, abbia dichiarato di non apprezzare molto le corse automobilistiche, trovandole noiose: ed è interessante, in questo senso, rilevare come una stessa materia – trasportata sì nella dimensione fittizia della rappresentazione filmica, ma riprodotta con fare aderente alla realtà – possa essere percepita in modo così radicalmente diverso spostando il punto di vista. L’automobilismo, laddove ben messo in scena, è forse tra le pratiche sportive più cinematografiche di sempre: la Settima Arte, probabilmente, non ne ha ancora colto completamente il potenziale. Un film come quello di Mangold, che nulla rivoluziona a livello estetico e narrativo, potrebbe in questo senso, se non altro, indicare un soggetto ancora relativamente poco esplorato, per un cinema-blockbuster che qui mostra indiscussa dignità e potenziale spettacolare.

Titolo originale: Ford v Ferrari
Regia: James Mangold
Paese/anno: Francia, Stati Uniti / 2019
Durata: 152’
Genere: Biografico, Drammatico, Sportivo
Cast: Benjamin Rigby, Caitriona Balfe, Christian Bale, Francesco Bauco, Gian Franco Tordi, Jack McMullen, JJ Feild, Jon Bernthal, Josh Lucas, Marisa Petroro, Matt Damon, Noah Jupe, Ray McKinnon, Remo Girone, Tracy Letts
Sceneggiatura: Jason Keller, Jez Butterworth, John-Henry Butterworth
Fotografia: Phedon Papamichael
Montaggio: Andrew Buckland, Michael McCusker
Musiche: Marco Beltrami
Produttore: Aaron Downing, Anthony Dixon, James Mangold, Jenno Topping, Peter Chernin
Casa di Produzione: 20th Century Fox, Chernin Entertainment
Distribuzione: 20th Century Fox

Data di uscita: 14/11/2019

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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