ASPROMONTE – LA TERRA DEGLI ULTIMI

ASPROMONTE – LA TERRA DEGLI ULTIMI

Prosegue nella sua alternanza tra cinema di fiction e documentario, Mimmo Calopresti, con un’urgenza che sembra essere rimasta, nei vari temi trattati, quella del racconto della realtà. Se Uno per tutti (2015) metteva in scena un segreto sepolto nel passato, e le sue drammatiche ricadute sul presente di tre amici, qui il regista di Polistena nel passato (remoto eppure ben vivo) ci si immerge direttamente; e lo fa calandosi nella “sua” Calabria, in una terra che è quasi un non luogo. Ispirandosi al romanzo Via dall’Aspromonte di Pietro Criaco, Aspromonte – La terra degli ultimi racconta le premesse di uno spopolamento, quello del paese di Africo negli anni ’50; quasi un prequel a un dramma mai raccontato, il prologo di una vicenda già nota. Siamo nel 1951: una maestra elementare (Valeria Bruni Tedeschi) arriva nel paesino e si trova davanti una comunità che dalla modernità non è stata nemmeno sfiorata. Si muore di parto, ad Africo, si muore di malattia, si muore anche – e forse soprattutto – di mancanza di cultura. La “civiltà” è lì a pochi chilometri di distanza, nel paese affacciato sul mare che gli abitanti chiamano “la marina”: ma, senza mezzi di trasporto e strade praticabili, quello è come un mondo separato. Così, i pratici cittadini di Africo decidono di rimboccarsi le maniche e costruire una strada che colleghi i due luoghi. Ma le autorità – e il boss locale Don Totò (un insolito Sergio Rubini) – si mostreranno subito in disaccordo.

Inizia con una tesa sequenza di massa, Aspromonte – La terra degli ultimi, quando mostra l’assalto dei cittadini di Africo – donne e bambini compresi – all’ufficio del prefetto, colpevole di aver disatteso la promessa di fornir loro un medico condotto. Poi, il ritmo scende e la tensione si allenta. Il film segue da un lato il contatto dell’enigmatica maestra interpretata da Valeria Bruni Tedeschi (il cui personaggio è apprezzabilmente privo di un background definito) con una realtà dura, difficile da comprendere quanto ricca di dignità e capacità di apertura; dall’altro, il progetto di costruzione della strada da parte della gente del paese – guidata dal combattivo Peppe col volto di Francesco Colella – il suo scontro col rais locale Don Totò, la vita dei bambini di Africo stretti tra la voglia di sapere cosa c’è al di là del mare e la spietata necessità di contribuire al lavoro dei loro genitori. Il punto di vista della storia, l’ottica del racconto, oscilla continuamente: a tratti si sovrappone a quella della maestra Giulia, spaesata ma decisa a dare il suo contributo perché i bambini del luogo non siano costretti a replicare la misera vita dei loro genitori; a tratti si sposta su Peppe e sulla sua tenace lotta contro il boss da un lato, e le corrotte autorità dall’altro; a tratti va a coincidere con quella del di lui figlio, Andrea, da subito preso a ben volere dalla maestra. E poi c’è il Poeta interpretato da Marcello Fonte, eccentrica “coscienza” della cittadinanza, l’unico minimamente alfabetizzato.

Calopresti ha definito Aspromonte – La terra degli ultimi una sorta di racconto western; ed è proprio nel momento in cui ricerca quella dimensione collettiva, unita allo sguardo antropologico e al tentativo di raggiungere un portato “epica” (espresso nello scontro che è culturale e sociale insieme, con le istituzioni da un lato e il bandito col volto di Rubini dall’altro) che il film gioca le sue migliori carte. L’isolamento del paese, unito a quegli scorci sul mare a rivelare meraviglie invisibili (e irraggiungibili), funge da detonatore per le tensioni a stento trattenute; tensioni rappresentate in un affresco collettivo che si fa apprezzare per il suo realismo, per la puntualità con cui mette in scena la quotidianità di una comunità, per l’attenzione a evitare gli stereotipi e le figure macchiettistiche. Persino il personaggio interpretato da Fonte – figura decisamente meno cupa di quella vista in Dogman – riesce a essere funzionale pur nei suoi tratti grotteschi. Il film di Calopresti, tuttavia, perde decisamente compattezza e mordente quando sbanda sul versante più elegiaco e fiabesco, cercando di comporre un elogio – malgrado tutto – della semplicità contadina e dei suoi rituali, che cozza decisamente contro il suo dichiarato realismo. Soprattutto, il film risulta debole quando tenta (con poca convinzione) di adottare il punto di vista del piccolo Andrea, e di sposare quello sguardo infantile – che vorrebbe trovare una sponda da un lato nella figura della maestra, dall’altra in quella del Poeta – che non viene né approfondito, né adeguatamente contestualizzato.

Non riesce a tenere in modo convincente le fila di una narrazione che forse avrebbe necessitato di una mezz’ora in più, Aspromonte – La terra degli ultimi, suggerendo una love story mai sviluppata tra i personaggi di Colella e Bruni Tedeschi (e, più che una scelta nel segno di un rapporto suggerito, sembra un problema di selezione in fase di montaggio), incappando in qualche momento fuori tono (la sequenza collettiva della caramella, pur lodata da alcuni), precipitando troppo rapidamente la narrazione verso uno showdown dall’esito deludente e poco credibile. In questo senso, sarebbe stato interessante approfondire maggiormente la figura interpretata da Rubini, in particolare, nonché la sua capacità di influenza (concreta e culturale insieme) su un intero paese e sulla sua gente. La conclusione del film mostra un flash-forward apprezzabile e a suo modo toccante, ma la sensazione (netta) resta quella di aver assistito a un qualcosa di incompleto. Apprezzabile negli intenti, riuscito in alcuni notevoli, singoli momenti, ma forse non sviluppato del tutto e al meglio.

Aspromonte - La terra degli ultimi poster locandina

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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