FROZEN II – IL SEGRETO DI ARENDELLE

FROZEN II – IL SEGRETO DI ARENDELLE

Nuova uscita Disney pre-natalizia, sequel di quel Frozen – Il regno di ghiaccio che nel 2013 aveva voluto ribadire una tendenza alla classicità, per la casa di Topolino, che andava a compensare le sperimentazioni tematiche del precedente Ralph Spaccatutto, Frozen II – Il segreto di Arendelle arriva persino tardi, rispetto a quelle che erano le attese; un “ritardo” rispetto al suo predecessore (sei anni) che stupisce un po’, specie considerato il grande successo di quest’ultimo. Un lasso di tempo in cui molto è successo in casa Disney, ivi compresa la fuoriuscita del direttore creativo John Lasseter, col risultato di una probabile, sempre maggiore indipendenza (produttiva e artistica) dalle contemporanee produzioni Pixar. Un effetto che, nel caso di questo sequel firmato da Chris Buck e Jennifer Lee (quest’ultima succeduta a Lasseter alla guida dello studio) si nota in modo molto chiaro, sia dal punto di vista tematico che da quello stilistico. Non è un caso, forse, che il film sarà il primo lungometraggio animato Disney a essere lanciato sulla piattaforma di streaming Disney+: laddove Netflix segna il suo esordio nell’animazione con Klaus – I segreti del Natale (che, in un curioso contrappasso, si giova di un’animazione creata prevalentemente a mano), il colosso americano risponde con un’opera sì digitale, ma più che mai nel segno della classicità.

Il plot di Frozen II – Il segreto di Arendelle muove i suoi passi tre anni dopo gli eventi dell’originale: le due sorelle Anna ed Elsa si sono riappacificate, con la seconda che ha imparato a controllare i propri poteri e regna ora pacificamente sulla città di Arendelle. Nuovi problemi, tuttavia, sono all’orizzonte: Elsa avverte infatti, giorno e notte, il suono di una musica proveniente dalla vicina foresta, che sembra chiamarla. Una notte, il richiamo è particolarmente forte, e la risposta della ragazza provoca lo scatenamento dei quattro elementi (fuoco, aria, terra e acqua) che finiscono per minacciare la città nel suo complesso. Elsa capisce così che il richiamo è legato a un segreto nascosto nel suo passato, e allo stesso mistero della sua nascita: la ragazza, messi al sicuro gli abitanti di Arendelle sulla montagna, decide così di partire per un lungo viaggio che la porterà fino a una terra sconosciuta, in cui dovrà fronteggiare la sua natura. Ad aiutarla, anche stavolta, ci saranno la sorella Anna, il di lei compagno Kristoff, il pupazzo di neve Olaf e la renna Sven.

L’avvio di Frozen II – Il segreto di Arendelle sembra configurare una dialettica tra staticità e trasformazione, appagamento contrapposto a voglia di sperimentare e (ri)mettersi in gioco, che configura un po’ un leit motiv di tutte le recenti opere Disney; un motivo riassunto qui, in particolar modo, nel “nuovo” personaggio di Elsa. Una dialettica che si riassume in particolare – con una presenza del cantato qui ben più incisiva rispetto agli ultimi film dello studio – nella canzone iniziale che sintetizza e riassume la vita ad Arendelle, e in quella successiva che segna il risveglio della regina a seguito del richiamo notturno. Il viaggio di una Elsa già matura, non più spaventata dai suoi poteri, ma semmai interessata a comprendere la loro origine, si configura così come una ricerca delle proprie radici, un viaggio al di fuori del terreno familiare che è anche riscoperta e valorizzazione del proprio passato (in un percorso non dissimile da quello della protagonista del recente Oceania). Un viaggio che, rispetto al primo Frozen – Il regno di ghiaccio, si concentra inevitabilmente in misura maggiore sul personaggio della stessa Elsa, lasciando un po’ in secondo piano i comprimari – la figura di Kristoff, in particolare, si rivela abbastanza secondaria, funzionale solo a un subplot romantico piuttosto debole, e lasciato a livello di puro riempitivo.

Nella costruzione di questo sequel si avverte la tendenza al recupero di quella dimensione animista che negli ultimi anni l’animazione, e più in generale il cinema, occidentali, hanno mutuato in toto dalle opere dell’estremo oriente, in particolare da quelle dello Studio Ghibli. Una dimensione riassunta qui nella vecchia dialettica uomo/natura – che si esprime nel confronto tra il popolo di Arendelle e quello della foresta – e personificata nell’incarnazione plastica dei quattro elementi, ognuno rappresentato da un “personaggio” specifico (il vento che si muove come un essere senziente, il cavallo d’acqua, la piccola salamandra infuocata, i giganti di roccia). Una scelta, quella del recupero di questa dimensione – in linea con la recente, generica tendenza “ecologista” che sembra informare di sé un po’ tutto il cinema occidentale – che tuttavia, purtroppo, non si rivela qui sorretta da una struttura narrativa sufficientemente solida. Il confronto col già citato Oceania (altro racconto di viaggio con al centro un forte personaggio femminile) è persino impietoso: la premessa alla base di tutta l’impalcatura di Frozen II – Il segreto di Arendelle, rivelata solo nella parte conclusiva ma ampiamente intuibile, si rivela di un’esilità sconcertante, mentre la risoluzione della storia risulta alquanto frettolosa e scontata.

Il netto allontanamento di questo sequel dal plot del suo predecessore (decisamente meno lineare e – pur nella sua classicità – più elaborato) non si è rivelato, per una volta, un punto a favore del film: l’impressione è che si sia voluto forzatamente proseguire una storia che aveva di fatto esaurito tutto il suo potenziale, costruendo alla bell’e meglio una vicenda ricalcata su altre e più riuscite opere Disney (recenti e non). Il livello tecnico di Frozen II – Il segreto di Arendelle è ovviamente molto alto, i disegni e i colori catturano l’occhio, ma la narrazione è talmente involuta e scolastica, nonché ampiamente prevedibile nei suoi snodi principali, da ingenerare presto noia. Se l’approfondimento del passato del personaggio di Elsa non era (in sé) un’idea da disprezzare, si è scelta qui la via più risaputa e meno rischiosa per svilupparne le premesse. Viene da pensare che la figura della salamandra infuocata e quella del cavallo d’acqua genereranno la vendita di molti giocattoli, ma l’impianto “ecologico” di tutta la vicenda non sembra avere molte altre giustificazioni. E non aiuta nemmeno, in questo, il doppiaggio italiano, con una Serena Autieri che nel dare voce alla protagonista Elsa, quando non canta, adotta un timbro piatto e monocorde, che ostacola ulteriormente la già difficoltosa empatia col personaggio.

Frozen II - Il segreto di Arendelle poster locandina

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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