A TOR BELLA MONACA NON PIOVE MAI

A TOR BELLA MONACA NON PIOVE MAI

Nel nome di un pragmatismo spietato, Marco Bocci fa del suo esordio dietro la macchina da presa una curiosa anomalia, sorprendendo con l’inusuale gioco di specchi di un adattamentoda e di sé stesso.  Si chiama A Tor Bella Monaca non piove mai, questa trasposizione dell’omonimo romanzo dell’attore-autore umbro che per il suo debutto, tanto per non farsi mancare niente, si fa in tre, regista/romanziere/sceneggiatore, materia da psicanalisi cinefila. Intreccia la galleria di caratteri con la notazione sociale, sprazzi di umorismo a un fondo più fosco e disperato. È la storia di una periferia dimenticata che al suo interno custodisce il racconto di un gruppetto di suoi ancor più dimenticati figli che tentano, e chissà mai se riusciranno, a raddrizzare la traiettoria sconnessa delle loro vite a dispetto di continui sbandamenti di percorso, interiori e d’ambiente.

Il respiro è autobiografico, per ammissione esplicita dell’autore. Che vede un po’ di sé stesso nei dilemmi morali e nelle scelte affrontate dai due fratelli protagonisti di A Tor Bella Monaca non piove mai. Uno, Libero De Rienzo, annega i suoi 35 anni circa nel noto pantano contemporaneo di lavoretti precari, mal pagati e senza alcuno sbocco. Quel minimo di studi nel bagaglio e un’aria educata e per bene gli guadagnano il titolo di bravo ragazzo della famiglia, ma non basta. Non basta a guadagnarli più che l’amore, perché quello c’è, la possibilità di un progetto di vita condivisa con l’ex Antonia Liskova, tensione questa che risulterà decisiva nella scelta di campo (morale) che la proposta di un paio di amici lo spingerà a compiere. L’altro fratello, Andrea Sartoretti, è un criminale di professione che per amore della moglie Fulvia Lorenzetti e della figlioletta rivernicia di legalità una vita sbagliata, trovandosi comunque costretto a fare i conti con l’implacabilità di un mondo che, vuoi per pigrizia o per bieco calcolo pregiudiziale, ha il culto inossidabile della prima impressione. E continua a trattarlo come un ladro.

Il titolo A Tor Bella Monaca non piove mai ha valenza doppia. Nel gergo delle periferie, infatti, il verbo “piovere” ha ben poco di meteorologico, alludendo piuttosto alla presenza in loco di rappresentanti delle forze dell’ordine. In un senso più poetico, spiega Marco Bocci, il riferimento alla pioggia, o per essere più precisi alla sua mancanza, racconta dell’aridità di prospettive e di vitalità di un deserto di cemento in attesa di un bagno purificatore di vita e di riscatto. L’obiettivo è posato sulle tante vite oneste che in queste oasi degradate e degradanti di mortificazione sociale tentano in ogni modo di restare a galla onestamente, anche quando la nave dello stato naufraga. Un po’ come il capofamiglia Giorgio Colangeli, che Bocci modella sui travagli del padre artigiano che fa della sua bottega l’ancoraggio economico di una vita fino al giorno in cui l’affittuario del locale decide di trattenere l’affitto, lasciando il pover’uomo senza un soldo, con la legge che si gira dall’altra parte e tanti cattivi pensieri in testa.

D’altronde è proprio sul crinale di questa biforcazione morale, onestà o il suo contrario, che il film cerca il senso. La periferia evocata dal racconto è il riflesso di un discorso che non aggiunge nulla a una materia che, senza scomodare paragoni ingombranti di epoche e cinema molto lontani, sembra cristallizzata nelle idee e nel linguaggio ai principi fissati più di venti anni fa dall’impietosa e sentitissima radiografia della vita nei sobborghi francesi che era L’Odio di Mathieu Kassovitz. A Tor Bella Monaca non piove mai rielabora nella sua essenza il modello ingombrante, affidandosi a una costruzione in perenne oscillazione fra la brutalità di uno sguardo documentaristico e soluzioni più estetizzanti. Nel complesso l’architettura del racconto, umorismo e cupezza, speranza e angoscia, quadro d’ambiente e introspezione, con tutte le fragilità e i limiti di uno sguardo ancora in embrione, tiene.

A Tor Bella Monaca non piove mai poster locandina

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Francesco Costantini

Nato a Roma a un certo punto degli anni '80 del secolo scorso. Laurea in Scienze Politiche. Amo il cinema, la musica, la letteratura. Aspirante maratoneta.

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