A WHITE, WHITE DAY

A WHITE, WHITE DAY
di Hlynur Palmason


In concorso al Torino Film Festival, dopo la presentazione alla Semaine de la Critique di Cannes, A White, White Day è un interessante melò della memoria, sospeso tra l’umana (e “civile”) gestione del lutto, e il richiamo di una natura che preme per avere il suo spazio, sia pure quello di una vendetta sui generis.

Un bianco (non) perenne

Un lutto mai elaborato, l’incapacità per chi resta di venire a patti con gli eventi, la voglia ossessiva di scavare nel passato, e l’aggrapparsi come un’ancora di salvezza agli affetti familiari. Sono semplici, se vogliamo anche triti, gli elementi alla base di A White, White Day, co-produzione tra Islanda e Danimarca diretta da Hlynur Palmason: un’opera che viene ora presentata nel concorso del Torino Film Festival, dopo l’apparizione nella Semaine de la Critique di Cannes. Girato in un 35mm che mette in evidenza la consistenza terrigna e spigolosa della landscape islandese, film di Palmason è un melodramma che poco concede alle emozioni esplicite, ancor meno al possibile atto di spiegare qualcosa che, per lo stesso protagonista, resta nebuloso e indistinto quasi come lo stesso paesaggio. Lo stesso, lungo piano sequenza iniziale, a far mostra di un incidente di cui mai conosceremo (e in fondo mai avremo necessità di conoscere) i dettagli, fa capire chiaramente quale sarà il clima del film. Ingimundur, capo della polizia locale, ha perso sua moglie e non riesce a farsene una ragione; il rapporto con la nipotina, e la costruzione di una nuova casa per la sua famiglia, è ciò che lo tiene in vita. Questo è ciò che ci serve sapere, almeno per essere introdotti nel film.

Non fa molte concessioni allo spettatore, A White, White Day, al di là dell’anonima citazione iniziale a introdurre, e in parte preparare, ciò che vedremo. Il personaggio di Ingimundur, che ha il volto di un impassibile quanto a suo modo dolente Ingvar Sigurdsson, è una guida lui stessa ritrosa, incapace di vedere un futuro possibile, in quanto ancora bloccato in un passato non compreso. Un passato di cui la tragica scomparsa di sua moglie è stata solo l’ultimo, brusco, atto. Non bastano il recupero, perdente in partenza, di una normalità divisa tra sedute dallo psicologo, partite di calcetto, e il darsi spassionato per costruire una nuova casa a chi, quel passato, ha ancora gli anticorpi per superarlo; ci vuole altro, una risalita alla fonte del dolore, un confronto netto con ciò che forse non si voleva vedere. Un confronto che, per un rude poliziotto cresciuto e invecchiato in una terra ancora più rude, conquistata pezzo dopo pezzo a una natura selvaggia che vi rende eternamente precaria la presenza umana, non potrà che essere nel segno della violenza. Un prezzo da pagare tanto più alto quanto più se ne ritarda il saldo.

Più immagini e musica che dialoghi (concentrati, questi ultimi, soprattutto nel personaggio della giovane nipote del protagonista), A White, White Day gira perennemente intorno all’evento scatenante della trama, lo adocchia con rimandi diretti e indiretti, ne (ri)mette costantemente in primo piano il teatro (l’autostrada e quella curva fatale), mostrando a più riprese gli oggetti (un cappello, una pietra, la carcassa contorta dell’automobile) che ne hanno costituito il contesto. Immagini che emergono a più riprese dal subconscio di Ingimundur, come quel sasso che ostacola il suo tragitto in quella stessa fatale strada, di cui seguiamo dettagliatamente l’identico, inesorabile percorso verso l’abisso. L’ottica dello spettatore coincide e si sovrappone a quella spaesata del protagonista, nella cui psiche tuttavia si fa strada, col procedere della trama, un confuso e disorganizzato piano di indagine (e di vendetta). Parallelamente alla rinuncia a qualsiasi parvenza di normalità borghese, preso atto che uno psicologo – operante addirittura da dietro lo schermo di un computer – non riporterà alla luce il rimosso di un passato che non si offre così facilmente a essere dissepolto, l’unica soluzione sarà un confronto radicale. Forse distruttivo.

Trattenuto e volutamente in sottrazione (ma non in modo furbo) quando resta nei territori del melò, A White, White Day rimane tale anche quando si sposta in quelli più spigolosi e accidentati del revenge movie. Più che vendetta, in fondo, il protagonista ricerca quella chiarezza che si può raggiungere solo tagliando fuori i (fragili) cascami di una civiltà che resta in precario equilibrio, artificialmente innestata su una natura selvaggia che preme per riconquistare il suo spazio. La stessa “resa dei conti” (virgolette d’obbligo) si giova non a caso di un’ellisse che ne taglia fuori le conseguenze ultime. Lo sguardo non è mai giudicante, neanche quando il sangue arriva a coprire il bianco della neve e dell’oblio della memoria; anzi, quel rosso è ben accetto, per il recupero di una dimensione più autentica e diretta nella gestione degli affetti. E lo stesso melò, nella sua ultima, significativa manifestazione (che coincide con l’intensa chiusura del film) può farsi finalmente più esplicito.

Titolo originale: Hvítur, Hvítur Dagur
Regia: Hlynur Palmason
Paese/anno: Danimarca, Islanda, Svezia / 2019
Durata: 109’
Genere: Drammatico
Cast: Arnmundur Ernst Björnsson, Björn Ingi Hilmarsson, Elma Stefania Agustsdottir, Haraldur Stefansson, Hilmir Snær Guðnason, Ída Mekkín Hlynsdóttir, Ingvar Sigurdsson, Laufey Elíasdóttir, Sara Dögg Ásgeirsdóttir, Sigurður Sigurjónsson, Sverrir Þór Sverrisson, Þór Tulinius
Sceneggiatura: Hlynur Palmason
Fotografia: Maria von Hausswolff
Montaggio: Julius Krebs Damsbo
Musiche: Edmund Finnis
Produttore: Andri Óttarsson, Anthony Muir, Anton Máni Svansson, Arnbjörg Hafliðadóttir, Baldvin Zophoníasson, Eva Jakobsen, Hörður Rúnarsson, Katrin Pors, Mikkel Jersin, Nima Yousefi
Casa di Produzione: Danish Film Institute, Danmarks Radio (DR), Film i Väst, Glassriver, Iceland's Ministry of Industry and Commerce, Icelandic Film Center, Join Motion Pictures, Kukl, MEDIA Programme of the European Union, Nordisk Film- & TV-Fond, Ríkisútvarpið-Sjónvarp (RÚV), Sena, Snowglobe Films, Swedish Film Institute

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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