IL PECCATO

IL PECCATO

Autore eclettico e difficile da catalogare, capace di spaziare nella sua lunga carriera dal rigoroso adattamento cechoviano di Zio Vanja (1970) ai blockbuster di produzione americana degli anni ’80 (A 30 secondi dalla fine, Tango & Cash), fino alle recenti affermazioni alla Mostra del Cinema di Venezia con The Postman’s White Nights (2014) e Paradise (2016), Andrei Konchalovsky sceglie con questo Il peccato di immergersi nell’atmosfera e negli umori del Rinascimento italiano. Già uso a raccontare la storia, in tutte le sue sfaccettature, il regista russo tenta qui un ritratto decentrato e poco convenzionale di una figura centrale della cultura italiana come quella di Michelangelo Buonarroti; e lo fa dirigendo quello che vuole essere in parte un biopic, in parte un’esplorazione storica sul confine tra carnalità e aspirazione (sempre frustrata) alla spiritualità. Due elementi, questi ultimi, che collidono nella figura interpretata – con ammirevole carica fisica – dall’attore teatrale Alberto Testone, corpo e volto che dell’artista italiano restituiscono complessità e contraddizioni.

Coproduzione italo-russa, scelto come evento speciale di chiusura della quattordicesima Festa del Cinema di Roma, Il peccato è un film tanto complesso quanto sghembo nei conseguimenti, centrato sul suo protagonista eppure incredibilmente denso nel raccontare il contesto, irregolare nel ritmo e nel contempo (a suo modo) capace di agganciare irresistibilmente lo sguardo dello spettatore. In mezzo a tanti ritratti storici asettici, con lo sfondo visualizzato in funzione meramente ornativa, va lodata la scelta del regista russo di raccontare, del ‘500 italiano, quella dimensione sporca e carnale che va oltre la rappresentazione convenzionale dell’umanistico “bello”, quella riconduzione della politica all’intreccio di denaro, sesso e sangue riprodotta nella faida tra le famiglie Medici e Della Rovere, nella follia plasticamente rappresentata sul volto del personaggio principale, posseduto dal fuoco dell’arte eppure legato a un’avidità tutta terrena. Via libera, allora, al linguaggio diretto e alla recitazione dal taglio naturalistico, via libera al dialetto, al grottesco esibito (così affine a un ambiente artistico contemporaneamente vicino al potere e agli umori del popolo), alla frammentazione deliberata del racconto.

Il Michelangelo messo in scena da Konchalovsky è amorale, meschino coi suoi collaboratori eppure capace di accessi d’affetto quasi disarmanti, folle e perduto nell’alcol eppure scaltro nel trattare coi potenti, annebbiato ma straordinariamente lucido nei suoi progetti. È, soprattutto, un personaggio ossessionato dalla ricerca del divino in un’arte in cui non può fare a meno di scorgere segni di trascendenza (incarnati dal fantasma di Dante, vero e proprio tramite con la divinità) ma anche dalla consapevolezza che i fruitori finale di quell’arte saranno individui che, di quel divino, sono la perfetta negazione. Questa dialettica continua costituisce la riflessione centrale del personaggio (e del film) sostanziandone anche l’estetica; come in un’opera di Michelangelo, ne Il peccato convive il bello della rappresentazione, la complessità della sua ricostruzione e l’aspirazione alla dimensione più “alta” – incarnata nello sguardo sovente rivolto al cielo del protagonista, e in singole, oniriche sequenze come quella finale – e la consapevolezza della sua trivialità, del carattere episodico e privo di centro dell’esistenza – anche e soprattutto di quella di un artista – e di un’opera che ha il passo e il registro del racconto popolare.

È difficile negare i problemi che affliggono un lavoro come Il peccato, praticamente pronto dal 2017 e tenuto in standby per due anni, rimontato più volte ed evidentemente (data la collocazione) non tenuto in gran conto neanche dai selezionatori della Festa romana, che l’hanno relegato in un’unica proiezione nel corso della giornata finale. La versione del film che abbiamo visto soffre di evidenti difetti di montaggio (alcuni macroscopici, evidenziati dalla presenza di didascalie laddove non sarebbero state necessarie), di un suono mixato in modo approssimativo, dell’assenza di sottotitolazione in italiano laddove (come nelle scene in dialetto) sarebbe stata necessaria. La scarsa coesione del film è in parte il risultato di una precisa scelta narrativa del regista, che ha voluto ricostruire il caos e l’assenza di unità della vita dell’artista, dall’altra di una lavorazione che evidentemente – specie in fase di post-produzione – ha attraversato più di un problema. Ne è esempio il finale del film, notevole quanto a concezione e impatto emotivo, ma non adeguatamente preparato, sorta di “corpo separato” bellissimo e ingiustificato nella tessitura della trama. Non si può non rilevare come il registro pittoresco e sopra le righe della recitazione di gran parte del cast, oltre al voluto senso di grottesco, trasmetta a tratti un’idea di approssimazione e scarsa armonizzazione. Limiti, questi ultimi, che inficiano quanto a compattezza e impatto complessivo il risultato del film di Konchalovsky, pur non cancellando l’intimo, magnetico fascino di molti suoi momenti.

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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