UN GIORNO DI PIOGGIA A NEW YORK

UN GIORNO DI PIOGGIA A NEW YORK

L’occhio pigro guarda a Un giorno di pioggia a New York e fatica a trovare granché di originale in questo nuovo film di Woody Allen. Provate a dargli torto. La citazione elegante sempre a portata di mano, la nostalgia in una nuvola densa di pioggia e svolazzi jazz. L’amore e la galleria delle illusioni che saranno pure sporche bugie, ma se non altro riescono a nascondere almeno per un po’ l’orribile insensatezza della realtà nuda e cruda. La città, che ovviamente oltrepassa il suo dato fisico e si veste da luogo dell’anima al cui interno, centrifugato, galleggia il consueto minestrone di atmosfere e suggestioni rigorosamente fuori moda. Tratteggiata, manco a dirlo, nei toni caldi e pastosi del nostro grandissimo Vittorio Storaro.

Eppure. La curiosità di uno sguardo più addestrato a perdersi nel dettaglio racconta un’altra storia. Pretendere dal cinema di Woody Allen una ritrattazione totale, parziale o che dir si voglia dei suoi motivi, dopo più di cinquant’anni percorsi da autore con un bagaglio di ossessioni e idiosincrasie riconoscibili a miglia di distanza, è francamente insensato. La sorpresa di Un giorno di pioggia a New York sta tutta in quell’attimo di pura coscienza critica in cui ci si accorge che, se è vero che gli ingredienti del cocktail sono sempre gli stessi, al momento di dosarli qualcosa è successo. E l’effetto di questo qualcosa, più che vedersi, si sente.

In fuga dal college, la giornata newyorkese dei fidanzatini Timothée Chalamet ed Elle Fanning va provvidenzialmente a rotoli. Lui si chiama Gatsby Welles (!) e la recensione potrebbe anche fermarsi qui. È il (per niente) tipico rampollo ribelle dell’altissima borghesia cittadina, con un dono naturale per il piano bar e un’idea di romanticismo che non contempla l’uso del colore. Residuo dell’età del jazz appena scongelato, tutto preso a nobilitare il XXI secolo con la sua riscrittura millennial del Giovane Holden, questo manifesto ideologico ambulante di ostilità verso il presente ha due obiettivi chiari in mente. Scampare un noiosissimo party a casa dei suoi, evitando così lo sguardo pretenzioso e mai troppo insoddisfatto (sul serio?) della madre, e nel frattempo mostrare la città alla compagna. Finirà, si fa per dire, per ingannare il tempo in compagnia di Chan, Selena Gomez, artista del sarcasmo a getto continuo utilizzato per distrarre l’attenzione dall’enorme amore non corrisposto di cui Gatsby è destinatario non consapevole. Lei invece, Elle Fanning, la dolce metà del nostro eroe che di nome fa Ashleigh Enright, è un bel mix di innocenza e ambizioni di carriera tenute insieme da un golfino di cachemire. Aspirante giornalista, sfrutta il blitz cittadino per acchiappare il regista in crisi Liev Schreiber che a sua volta la condurrà dallo sceneggiatore ombra Jude Law in crisi coniugale con Rebecca Hall, e tutto questo per finire tra le grinfie del divo playboy latineggiante Diego Luna.

New York è romantica, ancor più sotto l’incantesimo di un buon temporale. La vita pretende il suo pedaggio di mediocrità, compromessi e morte, cui è impossibile resistere se non trincerandosi dietro un’ostinata fuga nell’irrealtà dell’amore, della magia, del cinema classico. L’umorismo è intelligente, taglia a fette il mondo e i suoi protagonisti e non rasenta mai la volgarità. Fino a qui, tutto bene. Nel senso che Un giorno di pioggia a New York declina la formula senza scostarsi di un millimetro dalle prescrizioni del manuale Allen. E tuttavia, a dispetto di quanto appena detto, la tenerezza giocosa del film è accompagnata da un’impressione di, si fa quasi fatica a dirlo, pacato ottimismo. L’arte tristemente umoristica di Woody Allen ha sempre disegnato il conflitto fra realtà e sogno come una tensione necessaria ma dall’esito prevedibile, in cui la musica di Gershwin è niente di più di una parentesi ristoratrice prima dell’abisso senza significato verso cui siamo tutti diretti. Bob Hope e Ingmar Bergman. Solo che questa volta il sogno è posato direttamente sulla realtà, ed è all’interno di questo mix molto ambiguo di identità sfuggenti che un buon compromesso può regalare la felicità. Quanto duratura, lo deciderà il tempo, che in questo film gioca un ruolo fondamentale.

Timothée Chalamet colora di un intellettualismo dandy-bohémien il suo protagonista, spogliandolo dei manierismi nevrotici che in più di un’occasione hanno caratterizzato gli sforzi degli interpreti chiamati a vestire i panni dell’eroe alleniano standard. Fa il paio con l’equilibrismo di Elle Fanning, che manovra ogni possibile variazione sul tema della ragazza ingenua ma non troppo alle prese con una città al tempo stesso alienante e cucita su misura per lei. Un buon materiale su cui costruire romanticherie future. Sappiamo bene, tuttavia, come niente di tutto questo succederà.

Le scosse telluriche prodotte sul sistema dal movimento Me Too rendono problematica la carriera di Woody Allen anche al di là degli evidenti limiti anagrafici. Un giorno di pioggia a New York miracolosamente esce in sala con un anno di ritardo e in un numero ridotto di paesi, e note sono le ragioni di questo intento censorio. Il cast dal canto suo gareggia nel disconoscere il film e il suo regista, sconvolto (ma solo a riprese ultimate) dalle pesantissime accuse di molestie sessuali su minore che da decenni, ripetiamo da decenni, pendono sul capo di Allen e da allora infiammano il dibattito pubblico sull’uomo dietro l’artista. Ma non stupiamoci di questa reazione, perfettamente comprensibile se ipotizziamo che nessuno degli interpreti sia mai uscito di casa o abbia letto un giornale nel corso degli ultimi venticinque anni. È lo scenario più probabile. Confidiamo quindi nella maturità del pubblico, e nella sua capacità di avvicinarsi al film separando la verità artistica dalle ipotesi sull’uomo, o magari rifiutando tutto questo e scegliendo la strada del plotone d’esecuzione. Comunque, decidendo senza ipocrisie.

Un giorno di pioggia a New York poster locandina

Francesco Costantini

Nato a Roma a un certo punto degli anni '80 del secolo scorso. Laurea in Scienze Politiche. Amo il cinema, la musica, la letteratura. Aspirante maratoneta.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *