JOJO RABBIT

JOJO RABBIT

Dopo cinque anni dal suo debutto, Taika Waititi torna al Torino Film Festival con la sua nuova opera, Jojo Rabbit. Mentre all’epoca il suo What we do in the Shadows, mockumentary su un’atipica famiglia di vampiri, aveva conquistato il pubblico, guadagnandosi il premio per la miglior sceneggiatura, cinque anni in più e la regia del Thor più psichedelico gli hanno garantito l’onore dell’apertura del festival stesso. Giusto solo per questo, le aspettative erano altissime. Aspettative che, anche se non tradite, non sono state esattamente rispettate al massimo.

La storia segue le vicende di Jojo (detto Jojo Rabbit – coniglio – per il suo carattere non esattamente pronto a fare tutto quanto richiesto da un impavido soldato del Reich), nella Vienna di fine guerra, mentre si prepara a difendere la patria, con esiti non esaltanti. Jojo vive con la madre Rosie, interpretata da una scoppiettante Scarlett Johansson, dato che il padre risulta disperso in battaglia, e l’unica sorella è morta in circostanze misteriose.

L’unico amico di Jojo è il paffuto decenne Yorki; ma il punto di riferimento del protagonista altri non è che l’immaginario Adolf Hitler, da cui Jojo riceve costantemente incitamenti ed elogi, per il suo incarnare il perfetto piccolo nazista. Tutta la filosofia di vita di Jojo incontra, però, una stridente battuta d’arresto quando scopre per caso che la madre tiene nascosta una ragazzina ebrea nella loro casa.

Nonostante la differenza di budget, la poetica originaria di Waititi è sempre potentemente presente in Jojo Rabbit. Con una visione cartoonesca e surreale, Waititi (che si è ritagliato il ruolo dell’ immaginario Hitler) affronta tematiche sensibili, quali la Seconda Guerra Mondiale e la persecuzione e lo sterminio degli ebrei da parte del regime nazista, infarcendo il film di gag e battute.

E sono queste ultime, forse, a rappresentare il problema del film; c’è un chiaro contrasto fra alcune delle trovate più geniali (prima fra tutte l’utilizzo di famose canzoni pop, ma cantate in tedesco, come se ci trovassimo in un universo distopico à la Philip K. Dick) e alcune trovate più banali, create per un pubblico di bocca buona che ride delle boutade ripetute. Ed è qui, a parere personale, che il film in qualche modo non funziona.

Waititi, nel suo triplo ruolo di regista/sceneggiatura/immaginario Adolf Hitler, riesce a raccontare in Jojo Rabbit tematiche serie e difficili da affrontare con umorismo e levità, riuscendo a portare lo sguardo dello spettatore ad altezza bambino. Tutto quello che Jojo vede o di cui fa esperienza ha, pertanto, senso. I colori quasi pastello, i dialoghi surreali, il rapporto con una madre giocosa chee si pone sempre al suo livello per conversare con lui.

Persino il culto della personalità nei confronti di Adolf Hitler viene riletto in quest’ottica: non più un leader politico sanguinario, ma una vera popstar celebrata dall’ammirazione dei fan in preda all’entusiasmo (come in una delle scene iniziali, azzeccatissima in ogni particolare).

Lo stesso Adolf immaginario non è che l’immagine che se ne farebbe un bambino: entusiasta, spumeggiante, a volte petulante perché non preso abbastanza in considerazione, proprio come se fosse un coetaneo di Jojo. È qui che la satira funziona, come nei surrealissimi dialoghi fra Jojo ed Elsa, in cui vengono sviscerati miti e leggende sugli ebrei. La propaganda razzista e nazista viene portata a un tale livello di assurdità che non vi è offesa, ma piuttosto una risata liberatoria.

Persino nei momenti più drammatici di Jojo Rabbit una tale ottica viene rispettata, permettendo a un occhio infantile di leggere quanto succede con tenerezza, senza trascendere nel particolare morboso. Tutto questo viene coadiuvato da un cast infarcito di nomi conosciuti, ognuno di essi nei panni di personaggi sopra le righe. Plauso particolare deve essere tributato a Sam Rockwell, che si eleva ben oltre la macchietta, per ricreare uno stratificato e disilluso Capitano Klenzendorf.

Quello che invece stride è rappresentato dal secondo tipo di gag presenti nell’opera, divertenti sì, ma portate all’esasperazione dalla ripetizione delle stesse, di grana non più tanto sottile, come se il fine ultimo fosse quello di far ridere il pubblico in continuazione, qualunque sia il metodo. Tutto ciò crea una sensazione come di scollamento; nonostante la storia segua il percorso di Jojo, il suo sviluppo, si potrebbe dire, lo svolgimento non è fluido, ma appare ricostruito episodicamente, come se la sceneggiatura fosse afflitta da un metaforico singhiozzo.

La riprova si ha proprio nelle scene drammatiche, dove la mancanza di battute evita il crearsi di questo fenomeno e rende possibile l’empatia con il personaggio principale.

In conclusione, Jojo Rabbit è un buon film, che possiede la capacità di raccontare eventi sensibili e spesso drammatici in maniera divertente e surreale senza scadere nel cattivo gusto; un film accarezzato da intuizioni geniali, ma che nel suo tentativo insistente di far ridere il pubblico limita la sua fluidità e si tarpa le ali da solo.

Jojo Rabbit poster locandina

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Elena Da Prato

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