QUEEN & SLIM

QUEEN & SLIM

Il filone cinematografico legato alle discriminazioni razziali è quello che si può dire un sempreverde del cinema americano, periodicamente accantonato e puntualmente resuscitato, con numi tutelari (leggasi: Spike Lee) che magari si dedicano per qualche tempo ad altro, per poi tornare a proporne espressioni singolari e contaminate (si veda il recente BlacKkKlansman). Il cinema indipendente in particolare, da sempre portato a cogliere gli umori e le inquietudini che si agitano nel corpo della società americana, ha detto la sua sull’argomento più volte, negli ultimi anni, culminando nella recente commistione tra dramma sociale e thriller di American Skin di Nate Parker, visto in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia. Ed è il cartellone di un’altra importante manifestazione, il Torino Film Festival, ad accogliere questo Queen & Slim, produzione indipendente che segna l’esordio nella regia di un lungometraggio della regista esperta di videoclip Melina Matsoukas. Un esordio che mescola, stavolta, il filone razziale a quello del film on the road, con un sottofondo sentimentale sempre presente.

Inizia con una scena che abbiamo già visto molte volte (purtroppo non solo, e non principalmente, al cinema), Queen & Slim; un banale controllo su un’automobile da parte di un poliziotto bianco, la scoperta che guidatore e passeggera hanno la pelle nera, le conseguenti provocazioni, vessazioni e angherie da parte dell’agente. Poi, una parola di troppo e non uno, ma due colpi di pistola: solo che, stavolta, ad avere la peggio è proprio il tutore della legge, freddato d’istinto dall’uomo dopo che aveva usato e perso l’arma. Per Queen e Slim, aka Angela ed Ernest – appena conosciutisi tramite Tinder – non c’è che la fuga: lei, da avvocato, sa bene che, ancora nel 2019, un nero che spara a un poliziotto bianco, a prescindere dalle circostanze in cui ciò accade, ha il destino segnato. Inizia così una fuga nel cuore dell’heartland americano, verso New Orleans e il possibile aiuto di un parente di Queen. Intanto, qualcuno ha filmato col telefonino l’accaduto, facendo dei due fuggitivi (loro malgrado) degli eroi della comunità afroamericana.

Mescola in realtà più generi, Queen & Slim, con un’ammirevole sfrontatezza cinematografica e un gusto estetico, sospeso tra l’iconoclasta e il pop, altrettanto interessante. La tesa apertura è all’insegna del film di denuncia più esplicito, mentre successivamente si fa strada il road movie, col consapevole, ironico rovesciamento di un sogno americano che qui significa fuga dal territorio stesso dell’America; nel mentre, fa capolino anche il filone romantico, con l’aggiunta di schegge di immaginario grottesco e persino pulp, legate direttamente alla trasformazione dei due fuggitivi in icone mediatiche. La fuga dei due ha come colonna sonora ricorrente il rap e la black music contemporanea, abbondantemente frequentate dalla Matsoukas nella sua carriera di regista di video musicali; in una divertente scena, il personaggio interpretato da Jodie Turner-Smith chiede al suo sodale (reduce dall’uccisione del poliziotto, di cui forse non è pienamente consapevole) di spegnere l’autoradio. E in effetti, la scena musicale che cementerà il sodalizio (e l’amore) tra i due, è quella dei locali blues di New Orleans, dove i due fuggitivi si renderanno conto di essere divenuti delle icone. Una risalita alla fonte, se vogliamo, al cuore pulsante di una comunità e della sua cultura.

Queen & Slim vive di ottimi momenti, oltre che di alcuni riusciti, singoli personaggi (si pensi all’incattivito zio della protagonista, segnato dall’esperienza in Iraq ma non ancora privo di coscienza); è sicuramente ammirevole la riflessione su un’America che, dopo la sbornia e l’illusorio sentore di progresso portato da un presidente afroamericano, è ripiombata nell’incubo e nella riemersione violenta di nodi sociali che sono sempre stati lì, sotto gli occhi di tutti. Il film, sopra ogni altra cosa, irride il mito on the road a stelle e strisce, svelandone intrinsecamente i limiti (se l’outcast è di colore, il suo destino è ben più accidentato, e la sua meta non può che essere nell’odiata Cuba – così lontano eppure così vicina); la mediatizzazione delle figure dei due protagonisti, Bonnie e Clyde afroamericani loro malgrado, fa il paio con la riflessione emersa a più riprese su una (normalissima, “borghese”, e perciò irraggiungibile) voglia di essere ricordati. La comunicazione col mondo bianco e borghese, quello dei media mainstream, che ha già bollato i due come criminali, sembra impossibile, e l’unico sbocco pare essere quello del più classico showdown del racconto noir.

È un peccato che Queen & Slim, film dalla fattura non particolarmente innovativa, ma intelligente nel suo rimescolare generi, filoni e atmosfere – con uno sguardo sulla contemporaneità per niente banale – si perda in alcune ingenuità e incongruenze evidenti di sceneggiatura; limiti che a tratti ne depotenziano il messaggio, unitamente a un calibrazione dei toni del racconto non proprio ottimale. Il registro grottesco e sopra le righe, legato al nuovo status dei due personaggi, non sempre si integra al meglio con la componente più (melo)drammatica; quest’ultima, a sua volta, nel momento in cui si lascia andare ad aperture esplicitamente romantiche, finisce per risultare smaccata e a tratti fuori misura. È esempio esplicito di ciò un finale che, pur ad alto contenuto emotivo (ed era inevitabile) è in parte rovinato da qualche parola (enfatica) di troppo. La recitazione tiene, il ritmo del racconto anche, e il tutto si giova di momenti registicamente pregevoli (tra questi, la scena di una manifestazione di piazza, con tanto di montaggio parallelo, verso metà film); la sceneggiatura, tuttavia, andava probabilmente limata e resa più compatta, oltre che liberata da certi, superflui, eccessi melò. Il risultato finale, pur con qualche limite, testimonia comunque di uno sguardo interessante su una realtà che conferma (oggi più che mai) la sua urgenza di essere raccontata.

Queen & Slim poster locandina

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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