LETTO N. 6

LETTO N. 6

Giunti ormai a rappresentare un pezzo importante del cinema di genere italiano, corredato di una propria, piccola factory, i Manetti Bros. continuano ad affiancare all’attività di regia il patrocinio di nuove opere, di registi esordienti o comunque emergenti, magari da tempo operanti nel sottobosco delle produzioni indipendenti nostrane. L’hanno fatto nel 2017 con l’horror The End? L’inferno fuori di Daniele Misischia, e poi di nuovo quest’anno col dramma noir Tutte le mie notti, esordio nel lungometraggio di fiction di Manfredi Lucibello; l’operazione si ripete ora, con la co-produzione di Rai Cinema, e una distribuzione verosimilmente più capillare, con questo Letto n. 6, esordio dell’aiuto regista storica del duo, Milena Cocozza. Un lavoro nato da un soggetto degli stessi Manetti, che guarda alle ghost story più recenti e in particolare alla loro declinazione europea (viene in mente, per il tema e lo sviluppo, il The Orphanage di Juan Antonio Bayona). Prima dell’uscita, prevista per l’estate, il film ha avuto la sua première al Torino Film Festival, nella sezione After Hours.

L’ambientazione di Letto n. 6 è quella di un ex manicomio infantile (gli esterni suggeriscono una vicinanza col Vaticano, ma la location è quella dell’ospedale romano Forlanini) da poco riaperto come struttura pediatrica grazie a una misteriosa benefattrice. Poco dopo l’inaugurazione, il personale è scosso dal suicidio dell’infermiera del turno di notte, gettatasi inspiegabilmente dalla finestra della sua stanza; a sostituirla viene chiamata Bianca (interpretata da Carolina Crescentini), segretamente incinta. Appena inizia a lavorare nella struttura, Bianca viene a contatto col piccolo ospite del letto numero 6, apparentemente abbandonato dai genitori. Un paio di notti dopo, il bambino sembra scomparso, e tutto il personale, compreso il responsabile dell’ospedale Padre Severo, ne nega l’esistenza. Appena il letto viene rioccupato, strani eventi iniziano a verificarsi nei corridoi e nelle enormi stanze dell’ospedale. Il misterioso bambino, che Bianca è sicura di non aver immaginato, è forse un fantasma? O un ospite di cui, per qualche motivo, i gestori della struttura vogliono nascondere l’esistenza?

Esempio di ghost story all’italiana che guarda anche a suggestioni argentiane (la scena iniziale, quella del suicidio dell’infermiera, è un esplicito rimando in tal senso) Letto n. 6 tenta apprezzabilmente di tenersi lontano dalla logica del jumpscare, puntando a costruire un’atmosfera che restituisca un orrore più sottile. Se la valorizzazione degli interni e delle architetture della struttura è tipica del cinema di genere italico che fu, la narrazione vorrebbe introdurre gradualmente il tema del sovrannaturale, sovrapponendo lo sguardo dello spettatore a quello della protagonista e giocando dapprima sul dubbio riguardo alla concretezza o meno del misterioso ospite. Proprio in questo proposito, in sé da non disprezzare, sta un primo limite del film di Milena Cocozza: l’introduzione di scene oniriche e di momenti difficilmente giustificabili se non in ottica fantastica, insieme ad alcuni importanti dettagli – il letto privo di nome, per esempio – lasciano fin da subito ben pochi dubbi sulla natura sovrannaturale della minaccia gravante sull’ospedale. Proprio alla luce di ciò, perde di senso un’emblematica sequenza posta a metà film, in cui l’identità del bambino viene svelata alla protagonista, con soluzioni visive che suggerirebbero un plot twist che in realtà tale non è.

Più in generale, Letto n. 6 è gravato da una narrazione raffazzonata e poco compatta, che mal gestisce la dimensione sovrannaturale della storia, ma anche il senso di malinconica inquietudine (mescolato, come da tradizione del genere, con una confusa ma sempre più presente empatia) che il piccolo ospite produce sul personaggio interpretato da Carolina Crescentini. Non aiuta, in questo, la recitazione poco ispirata e fuori registro della protagonista, con cui fa il paio un Pier Giorgio Bellocchio che, nel ruolo del suo compagno, rivela un peso praticamente nullo nella vicenda. Proprio l’introduzione di un debolissimo subplot sentimentale – fatto di intermezzi domestici e dialoghi privi di evoluzione – finisce per appesantire inutilmente la storia, che avrebbe certo giovato di uno snellimento in termini di eventi e durata (si arriva qui quasi alle due ore, metraggio insolito per un film di genere). Ma le discutibili scelte di casting del film toccano anche una Carla Cassola che (complice forse una troppo timida gestione “iconografica” della sua figura) non rimanda il senso di mistero e perturbante che il soggetto voleva probabilmente attribuirle. Meglio, nel carattere sopra le righe ed esplicitamente autoironico del suo personaggio, fa il giovane Andrea Lattanzi, spalla della protagonista che la aiuta nel dipanare il mistero dell’ospedale.

L’estrema prevedibilità degli snodi narrativi principali, insieme a una spiegazione della vicenda che, nell’ultima parte, mette a durissima prova la sospensione dell’incredulità, sono i limiti principali di Letto n. 6, che si giova di una regia che vive del tentativo di creare un’atmosfera che suggerisca insieme malinconica solitudine e orrore; una regia che, pur nei limiti di un soggetto che non consente chissà quali personalismi, esprime qua e là qualche buona intuizione (pensiamo, nella prima parte del film, all’onirica trasfigurazione “geometrica” della stanza della protagonista, e all’interessante scena che pone fine alla vicenda). Il soggetto iniziale, già in sé derivativo e giocato su topoi con cui lo spettatore del 2019 ha una certa dimestichezza, necessitava probabilmente di un altro tipo di svolgimento, nonché di una maggiore attenzione ai personaggi e alla “credibilità” di ciò che viene rappresentato sullo schermo. Così com’è, il film di Milena Cocozza testimonia semplicemente di un tentativo, in sé poco riuscito, di trovare una via italiana alla ghost story; un filone assente dal nostro cinema da ormai diversi decenni. Sarà per la prossima volta.

Letto n. 6 poster locandina

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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