L’IMMORTALE

L’IMMORTALE

È interessante notare come, nel giro di pochi anni, un prodotto come Gomorra – La serie abbia finito per scalzare dall’immaginario collettivo tanto il romanzo originale di Roberto Saviano quanto il film derivato di Matteo Garrone, arrivando a costituire un referente automatico laddove solo si pronunci il nome della leggendaria città biblica. Una popolarità ormai pluriennale, quella della serie ideata dallo stesso Saviano, risultato non solo di una produzione e confezione di livello internazionale, ma soprattutto (analogamente a quanto accadde con Romanzo criminale) della rapida ascesa dei suoi protagonisti a vere e proprie icone. Proprio a una di queste icone, uscita apparentemente di scena al termine della terza stagione della serie, è dedicato questo L’immortale, passaggio del personaggio su grande schermo che vede in regia il suo stesso interprete Marco D’Amore. Una sorta di spin-off della serie, ma anche di prequel (la sua narrazione è suddivisa quasi equamente tra passato e presente) che si concentra sulla vicenda personale del boss Ciro Di Marzio. “L’immortale”, appunto.

Non crediamo di fare un vero e proprio spoiler (ma avvisiamo comunque di non andare avanti nella lettura, qualora ci si volesse accostare completamente “vergini” alla visione) rivelando ciò che poteva già essere intuibile dal primo teaser del film: tenendo fede al suo soprannome, l’immortale è riuscito a sopravvivere al colpo di pistola sparato – dietro sua richiesta – dall’amico fraterno Genny Savastano. Curato e preso sotto la sua ala protettiva dall’anziano boss Don Aniello, l’uomo viene trasferito in gran segreto in Lettonia, dove dovrà gestire un grosso traffico di cocaina per conto di malavitosi locali. Nella ex repubblica sovietica, Di Marzio ritrova il suo vecchio mentore e padre putativo Bruno, ora in combutta con la mafia locale. L’incontro scatena nel boss i ricordi della sua infanzia nella Napoli post-terremoto, l’uscita dall’orfanotrofio e i furti di autoradio insieme ai suoi coetanei, col suo rapido emergere nella baby gang come futuro capo criminale.

Nonostante il proposito del regista e dei co-sceneggiatori di confezionare un prodotto conchiuso in sé, che viva indipendentemente dal suo referente televisivo, L’immortale presenta tali e tanti legami con Gomorra – La serie da renderne ardua la fruizione per chi non abbia una conoscenza, almeno superficiale, di quest’ultima. Innestandosi in media res nella continuity della serie, il film di D’Amore va a proseguire una “mitologia” (presente nel personaggio, ma anche nel più volte evocato sottobosco criminale che a lui fa riferimento) di cui il film presume, più che evocare, la conoscenza. Una scelta ovvia e comprensibile, in un film che giunge a serie pienamente in corso, che tuttavia ne limita in parte la fruibilità, e l’eventuale capacità “attrattiva” per chi ancora non si fosse accostato alla serie televisiva. In questo senso, L’immortale si rivela essere un prodotto a due facce: chiaro, compatto, e capace di delineare con una certa puntualità l’educazione criminale del protagonista nella parte ambientata nel passato, più ambizioso e composito (anche per il suo spostare il palcoscenico in una terra ricca di suggestioni come quella lettone), ma anche più dipendente dal suo universo di riferimento, nella frazione del presente.

“Esordiente” che tale non è (avendo già diretto due episodi della serie) Marco D’Amore mette in campo ne L’immortale una solida regia, replicando sullo schermo il già discusso senso epico della serie, e moltiplicandone gli effetti laddove questo viene concentrato su un singolo personaggio. L’emersione nell’ecosistema criminale del Ciro bambino (un Giuseppe Aiello decisamente efficace), e la sua (nuova) scalata in un nuovo contesto criminale nel presente, hanno il passo e il tono di un’epica gangsteristica d’altri tempi, opportunamente rivista, aggiornata e adeguata a quei ritmi che dalla serialità televisiva vengono trasposti quasi tal quali su grande schermo. Il volto e il corpo del protagonista, capace di “vestire” il personaggio con inusitata naturalezza, fanno in modo che lo script non debba neanche sforzarsi più di tanto per ritoccare un’icona che è già lì, a disposizione: pronto a essere dato in pasto a un pubblico che verosimilmente avrà già con lui una certa familiarità, “l’immortale” Ciro non ha bisogno di un gran lavoro di sceneggiatura per funzionare sullo schermo. Proprio per questa presupposta familiarità, forse, il film porta avanti con una certa superficialità – oltre che con qualche discutibile ellissi – la parte di racconto ambientata in Lettonia, a tratti farraginosa e poco chiara negli snodi principali.

Le cose vanno meglio nella frazione di film ambientata nel passato, che ben descrive il carattere popolano e spiccio della criminalità partenopea, unitamente a una prima, più ingenua “paranza di bambini” presto destinata a trasformarsi in altro; trasformazione che si avrà laddove al contrabbando si sostituirà il traffico di droga e le armi inizieranno a sparare. Nell’alternanza tra i due piani temporali, il film mette in campo qualche buona, anche se non del tutto innovativa, soluzione di montaggio, ma risente di uno sviluppo narrativo tutt’altro che imprevedibile; uno sviluppo la cui direzione si può indovinare già dal momento in cui il personaggio interpretato da Salvatore D’Onofrio, versione invecchiata e dolente del boss Bruno, fa la sua prima apparizione sullo schermo. Restano in mente, de L’immortale, alcune interessanti sequenze, tra cui la buona ricostruzione iniziale del terremoto del 1980 (inframezzata, nel montaggio, dalle immagini del recupero del corpo del protagonista nel presente) e un’evocativa scena di “educazione criminale” sulle note di Children ov Babilon dei 99 Posse. Abbastanza, probabilmente, per gli amanti di Gomorra – La serie, orfani di un personaggio particolarmente apprezzato; troppo poco, forse, per un film che voglia vivere di vita autonoma.

L'immortale (2019) poster locandina

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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