STAR WARS: L’ASCESA DI SKYWALKER

STAR WARS: L’ASCESA DI SKYWALKER
di J.J. Abrams


Conclusione di un viaggio durato quattro decenni, ultimo capitolo cronologico ma non (probabilmente) ultimo tassello di un universo ancora vivo e redditizio, Star Wars: L'ascesa di Skywalker mostra la capacità di J.J. Abrams di tenere insieme passato e presente, omaggio a una mitologia e sua reimmaginazione. L'emozione per l'approdo, al di là di tutto, resta innegabile.

Il lungo addio

Il viaggio, dunque, è terminato. Fa un certo effetto dirlo, per una saga che ha avuto il suo inizio ben 42 anni fa, e su cui solo oggi (probabilmente) è stata messa la parola fine; fa un certo effetto soprattutto per come Star Wars, come marchio e prima ancora come idea, è penetrato a fondo nell’immaginario collettivo in questi quattro decenni. Eppure, durante i giorni e i mesi che hanno preceduto l’uscita di questo Star Wars: L’ascesa di Skywalker, che ha visto il ritorno di J.J. Abrams al timone di regia dopo varie vicissitudini (e l’abbandono del regista designato Colin Trevorrow), si è spesso ripetuto che l’hype era enormemente inferiore a quello registrato per i due film precedenti; sicuramente inferiore alle aspettative per il capitolo conclusivo di una saga con più di un quarantennio di vita. Tutto vero, ma con una precisazione fondamentale: in un contesto artistico/produttivo molto diverso da quello che, nel 1977, rese possibile la realizzazione di un film come Guerre stellari, si è perso un po’ il senso della meraviglia e dell’unicità della creazione cinematografica, la capacità da parte dello spettatore di stupirsi per un’esperienza irripetibile, per storie che, una volta finiti i titoli di coda, si è consapevoli non avranno più altri sviluppi. La logica della serialità e dei franchise, da questo punto di vista, ha sottratto molto all’”innocenza” spettatoriale, e alla capacità da parte di chi guarda di accettare una storia con la sua naturale evoluzione: anche laddove la fine è annunciata, lo spettatore/fan finisce probabilmente per non crederci fino in fondo.

E di fatto (lo ricordiamo) questo Star Wars: L’ascesa di Skywalker è opera conclusiva solo per il filone principale dell’universo creato da George Lucas, quello introdotto dal suo film del 1977; quello che, nella timeline principale della saga, trova il suo “esordio” cronologico nel primo prequel del 1999, il poco considerato Star Wars: La minaccia fantasma. Di fatto, ed è bene specificarlo, la parola fine sulla saga creata da Lucas, nel suo complesso, è ben lungi dall’essere scritta: ciò innanzitutto in quanto è tuttora in corso la serie The Mandalorian (temporalmente ambientata tra la trilogia canonica e quella sequel), produzione del canale Disney+ che farà il suo esordio in Italia a marzo; e poi perché, nei progetti prossimi della Lucasfilm/Disney – ormai un’unica entità – ci sono almeno un’altra serie televisiva e un ulteriore spin-off cinematografico. Una scelta produttiva, quella di dilazionare nel tempo l’effettiva conclusione del franchise (conclusione che, allo stato attuale, non ha nemmeno una data certa) che ha ovviamente ridotto l’impatto emotivo portato da questo nono episodio. Impatto che tuttavia, è bene specificare anche questo, non può che essere enorme per chiunque sia un fan di vecchia data della saga, e resti ben consapevole che il suo filone principale, quello degli Skywalker e della lotta tra le entità (variamente declinate) della Repubblica e dell’Impero, si chiude oggi. In modo, probabilmente, definitivo.

È il caso, quindi, di andare ad analizzare un po’ più a fondo questo Star Wars: L’ascesa di Skywalker, partendo da un plot su cui (come da tradizione) la produzione aveva mantenuto fino a oggi il più stretto riserbo. Un plot che conferma, nella sua semplicità, ciò che già era trapelato nei mesi precedenti l’uscita: l’Imperatore Palpatine è tornato, rinato dalle sue ceneri nelle lande desolate di un pianeta non mappato, ed è ora a lui che Kylo Ren, dopo l’eliminazione del leader supremo Snoke, rende direttamente conto nel suo tentativo di stroncare la Resistenza. Ma la nemesi di Ren, l’apprendista jedi Rey, sta terminando il suo addestramento sotto la guida di Leia Organa, e insieme al manipolo di superstiti della Resistenza si prepara ad affrontare una lotta che significherà anche esplorazione del proprio passato. Proprio sul dualismo Rey/Kylo, e sull’oscuro legame che li unisce, si era incentrato gran parte del plot del precedente Star Wars: Gli ultimi Jedi; e proprio da quello stesso legame, e da un’ambivalenza che (in entrambi i personaggi) trascende e supera la mera distinzione tra lato chiaro e lato oscuro della Forza, muove la trama di questo episodio conclusivo. Una trama che tira le somme dell’intera mitologia della saga andando a costruire un climax che mescoli passato e presente, tentando di riassumere nel personaggio di Rey (vera protagonista e figura chiave – soprattutto nei suoi punti oscuri – della nuova trilogia) il concetto della Forza e la sua complessità.

Se Star Wars: Il risveglio della Forza, nel suo riprendere dopo anni le redini della saga, aveva puntato molto sull’effetto-nostalgia e sul senso di familiarità portato dai vecchi personaggi, mentre il successivo Star Wars: Gli ultimi Jedi aveva invece gettato uno sguardo obliquo sugli stessi concetti “storici” dell’universo del franchise, problematizzandone le premesse e sfumandone il manicheismo, il ritorno di Abrams con Star Wars: L’ascesa di Skywalker sceglie di tenere insieme le due componenti. Un compito certo non facile, ma della cui necessità il regista americano (abile manipolatore di materiale pop, prima ancora che uomo di cinema) era ben consapevole: il nuovo film non poteva prescindere dalla “lezione” dell’episodio precedente – il cui regista, Rian Johnson, è stato esplicitamente ringraziato da Abrams – ma contemporaneamente doveva mostrare calore ed empatia verso i fans, tributando loro (soprattutto a quelli di vecchia data) un virtuale “abbraccio” destinato stavolta a segnare un vero commiato. Via libera, quindi, ai ritorni dei personaggi storici, a iniziare dal Lando Calrissian interpretato da Billy Dee Williams e da un Luke che, quale “fantasma di Forza”, si ritaglia il suo fondamentale spazio, via libera a un Palpatine – anch’esso col volto storico di Ian McDiarmid – che non ha perso molto della vecchia carica luciferina; via libera al virtuale “ritorno” della compianta Carrie Fisher, le cui sequenze, riciclate da materiale girato per Gli ultimi Jedi, vengono abilmente incastrate nel plot; via libera agli stretti collegamenti narrativi col passato della saga, con un occhio privilegiato, ovviamente, per la trilogia storica e la sua cosmogonia.

Ma, ovviamente, questo nono episodio non è tutto qui; il suo consapevole blandire lo spettatore, in ogni sequenza, con un dettaglio o un ammiccamento legato alla trilogia storica, si accompagna all’ottimale scioglimento dei nodi irrisolti, a un’attenta e graduale gestione del subplot legato a Rey (la cui interprete, Daisy Ridley, riesce a reggere al meglio le varie evoluzioni del personaggio), al trattamento di una figura come quella di Kylo Ren, che col volto di un Adam Driver di cui andrebbe probabilmente riconsiderato il peso complessivo nella saga, trova finalmente un suo spazio e una sua vera sistemazione. Proprio nella complessa tessitura che lega tra loro i due personaggi di Kylo/Ben e Rey, uniti in modo solo intuibile prima della visione del film, ed entrambi alla figura di un Palpatine “eternato” e dipinto con tinte quasi horror, sta la forza di questo nuovo film; una forza che consiste non solo nel raggiungere un difficile equilibrio tra passato e presente, ma anche nella capacità di far convivere e dialogare l’uno con l’altro. Si potrebbe certo obiettare che Abrams, nel maneggiare la componente più interessante del film e la sua evoluzione, si è trovato in qualche modo la strada spianata dall’episodio precedente, e dall’attenta ridefinizione dei concetti della saga operata da Rian Johnson; ma è anche vero che il regista, consapevole dell’importanza storica del film che si apprestava a dirigere, e del suo peso (certamente destinato a salire) nell’immaginario dei fans, è riuscito a rielaborare le suggestioni del film precedente incastrandole nel nuovo plot nel migliore dei modi.

Non è comunque un film perfetto, Star Wars: L’ascesa di Skywalker, ne è probabilmente l’episodio migliore di questa intera terza trilogia (per equilibrio e compattezza, continuiamo probabilmente a preferirgli Gli ultimi Jedi); è senz’altro vero che un personaggio come quello di Ren, villain dal potenziale virtualmente enorme, è stato sfruttato solo in modo parziale e tardivo, e che il ritorno dell’Imperatore, in termini di mera coerenza narrativa, avrebbe probabilmente necessitato di qualche spiegazione in più. È vero che l’intera, nuova generazione di eroi composta da Poe, Finn e Rey conferma di non avere il carisma e la capacità di imprimersi nell’immaginario collettivo della precedente (ma la battaglia – si sapeva – era persa in partenza); ed è vero che bastano un paio di apparizioni strategicamente piazzate all’interno del film (evitiamo ovviamente di rivelare di più) per provocare un’adesione emotiva immediata e incondizionata, ovviamente non raggiungibile dai nuovi personaggi. Tutto assolutamente vero: eppure, Abrams ha dimostrato qui di aver assimilato bene tanto le critiche quanto gli elogi per il suo precedente film, rendendo la sua regia ancor più pulita e meglio dosata nelle scene d’azione, limitando al minimo l’ironia fracassona che qua e là aveva fatto capolino nell’intera trilogia, e caricando di un senso di vera epica – di quella consapevole di star scrivendo, comunque, una pagina di storia del cinema – tutta l’ultima parte del film. Un’epica che resiste a una macchina che nel suo complesso continuerà a girare, con ulteriori prequel e spin-off, ma che comunque, nel trattare questa storia, mostra la consapevolezza del suo carattere tombale. Gli eroi, i nemici, e tutto ciò che c’era in mezzo, ci hanno salutati; e lo hanno fatto, date le premesse, nel miglior modo possibile. L’emozione, per chi questo viaggio lo ha iniziato decenni fa, è praticamente impossibile da schivare.

Star Wars: L'ascesa di Skywalker poster locandina

Titolo originale: Star Wars: The Rise of Skywalker
Regia: J.J. Abrams
Paese/anno: Stati Uniti / 2019
Durata: 141’
Genere: Avventura, Azione, Fantascienza
Cast: Adam Driver, Andy Serkis, Anthony Daniels, Billie Lourd, Billy Dee Williams, Brian Herring, Carrie Fisher, Daisy Ridley, Dave Chapman, Domhnall Gleeson, Dominic Monaghan, Greg Grunberg, Ian McDiarmid, Jimmy Vee, John Boyega, Joonas Suotamo, Kelly Marie Tran, Keri Russell, Lupita Nyong'o, Mark Hamill, Naomi Ackie, Nasser Memarzia, Oscar Isaac, Richard Bremmer, Richard E. Grant, Simon Paisley Day
Sceneggiatura: Chris Terrio, J.J. Abrams
Fotografia: Dan Mindel
Montaggio: Maryann Brandon, Stefan Grube
Musiche: John Williams
Produttore: J.J. Abrams, Kathleen Kennedy, Michelle Rejwan, Nour Dardari
Casa di Produzione: Bad Robot Productions, Lucasfilm, Walt Disney Pictures
Distribuzione: Walt Disney Studios Motion Pictures

Data di uscita: 18/12/2019

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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