TOLO TOLO

TOLO TOLO
di Checco Zalone


Discusso da molto tempo prima della sua uscita, esordio dietro la macchina da presa di un Checco Zalone che non mostra grandi affanni nel nuovo ruolo, Tolo Tolo conferma la cifra stilistica del comico pugliese, ribadendone l'intelligenza a dispetto della vis nazionalpopolare… o forse (anche) grazie a essa.

Afritalico Checco

Da ormai un decennio fenomeno nazionalpopolare per eccellenza della commedia italiana, espressione di un modello di comicità che ha trovato in egual misura estimatori e detrattori, Checco Zalone fa con Tolo Tolo quello che si può definire “il grande passo”, mettendosi dietro la macchina da presa. Un passo quasi obbligato, vista la forte impronta personale (e togliamo pure da questo aggettivo qualsiasi valutazione qualitativa) che i precedenti lavori a firma Gennaro Nunziante possedevano: il personaggio-Zalone, sempre diverso eppure sempre uguale a se stesso, ormai vera e propria maschera della commedia dell’appena terminato decennio, è per gran parte opera di chi che ne veste i panni. Il lancio di Tolo Tolo, poi, è stato accompagnato dalla paradossale polemica preventiva sul video Immigrato, frainteso in egual misura dai detrattori del comico/cantante (che ci hanno visto una smaccata adesione agli stereotipi razzisti sull’immigrazione) e dagli estimatori dell’ultim’ora (in particolare, un Salvini che ha proposto di rendere Zalone senatore a vita). Cortocircuiti della comunicazione che risulterebbero persino divertenti, se non andassero a toccare un tema che – pur trattato dal film in forma di commedia – è tutt’altro che secondario. Ancor più paradossali se si pensa che, prima della sua presentazione alla stampa, della trama del nuovo film non si avevano che vaghi cenni.

E Tolo Tolo, di fatto, tocca davvero il tema dell’immigrazione dall’Africa, per una volta non vista come corpo unico ma oggetto di un minimo di differenziazione (qui, i luoghi della vicenda si suddividono tra il Marocco, il Kenya e la Libia). Il plot vede il protagonista nei panni di un imprenditore ridotto sul lastrico dalle truffe e dagli intrallazzi da lui stesso compiuti, costretto a trasferirsi in Africa dopo il pignoramento dei suoi beni, con l’emersione di un gigantesco debito col fisco. Impiegato in un villaggio vacanze, Zalone dovrà fuggire precipitosamente dopo l’irruzione di un gruppo armato, trovando l’amicizia di una donna, del suo bambino e di un collega del resort, innamorato dell’Italia e dei suoi classici cinematografici (dal neorealismo a Pasolini). Mentre in patria lo danno per morto, Checco è costretto a mettersi sulla via dei migranti per tornare in Europa, anche se il suo sogno, più che l’Italia, è il Liechtenstein coi suoi paradisi fiscali. Ma l’amore per la compagna di viaggio, e l’affetto per il di lei bambino, potrebbero (forse) trasformarlo.

I risultati straordinari del precedente Quo vado?, secondo incasso della storia in Italia, e la lunga attesa che ha preceduto questo nuovo lavoro, imponevano a Zalone di non distaccarsi troppo dalla “sua” formula, nonostante un passaggio dietro la macchina da presa che inevitabilmente si sarebbe fatto sentire. Tolo Tolo, a uno sguardo superficiale, si muove in effetti nel solco del film precedente, con la rappresentazione esasperata e grottesca di un certo tipo italico (lì la media borghesia innamorata del posto fisso, qui la classe imprenditoriale più sgangherata e cialtrona), il confronto e lo scontro – pur semplificati – con un altro contesto culturale, l’emersione delle differenze e la comicità che ne deriva. Tuttavia, si nota nel nuovo film una maggior capacità di controllo del personaggio, la tendenza a tenere a bada gli sketch autoreferenziali, oltre a una più graduale gestione del registro surreale, introdotto nel film nella fase centrale e (quasi) mai fine a se stesso. Il Zalone della parte introduttiva è decisamente più credibile – pur nel suo carattere grottesco – e meno sopra le righe che in passato; merito di una sceneggiatura dal buon equilibrio, scritta originariamente da Paolo Virzì e poi rielaborata insieme al protagonista.

Si muove con efficace verve comica sul suo vasto ed “esotico” palcoscenico, Zalone, non abusando degli effetti comici più ovvi derivati dal contatto con la realtà africana e dai prevedibili misunderstanding; l’attore/regista cerca anzi di lavorare in modo più sottile sul soggetto, delineando in modo graduale i personaggi di contorno (vedi la stessa compagna del protagonista, Idjaba, nonché la figura del reporter francese) e riservando per questi ultimi anche qualche, non sgradita, sorpresa. Una scelta che riesce in parte a spezzare il rischio di stereotipi sempre in agguato – ivi compreso quello di una rappresentazione semplificata e d’accatto di un’italianità viziata, preda di un cinismo che rischia sempre di tracimare fuori dallo schermo, trasferendosi al film nel suo complesso. Qui, il rischio è tenuto abbastanza a bada, con un registro che alterna in modo efficace l’impronta naturalistica a quella grottesco/surreale, calcando sul pedale di quest’ultima solo a tratti. Ed è da segnalare, a questo proposito, un certo gusto per le parentesi oniriche – a volte smaccatamente e volutamente kitsch – spesso messe in scena in chiave musical: una scelta interessante, che si integra bene con la trama e diventa a tratti provocatoria. E poi c’è il protagonista, che ovviamente si ritaglia i suoi spazi senza abusarne, facendo interagire al meglio il suo personaggio col contesto e trovando un buon affiatamento coi suoi comprimari.

Continuerà inevitabilmente a far discutere di sé, Tolo Tolo, finendo magari per essere avversato da chi inizialmente lo sosteneva e viceversa; mentre il suo protagonista (talento comico indiscutibile, a parere di chi scrive, e oggetto di una altrettanto indiscutibile maturazione) sarà salutato a turno come erede della commedia all’italiana che fu, e come furbo rappresentante di un cinema vuoto, che vuole altrettanto furbescamente darsi una coloritura intelligente. In realtà, nella sua vis nazionalpopolare e nella sua smaccata voglia di parlare una lingua “populista” (irridendone gli eccessi) Zalone fa un’operazione tutt’altro che sciocca, capace di tenere insieme botteghino e autorialità (sembra strano dirlo, ma così è), irrisione degli stereotipi e loro scaltro riutilizzo. Qui, nel suo approcciare il tema per eccellenza dell’agenda mediatica italiana, il comico pugliese mostra anche un notevole coraggio, indovinando un tono capace di portare avanti il discorso di partenza del film senza fare pamphlet. Il fatto che, verosimilmente, piacerà anche a chi lo guarderà in modo distratto – o vi trarrà letture fuorvianti – non cancella l’intelligenza dell’operazione che lo ha mosso.

Tolo Tolo poster locandina

Titolo originale: Tolo Tolo
Regia: Checco Zalone
Paese/anno: Italia / 2020
Durata: 90’
Genere: Commedia
Cast: Alexis Michalik, Antonella Attili, Barbara Bouchet, Checco Zalone, Christian Petaroscia, Eduardo Rejón, Enrico Mentana, Fabrizio Rocchi, Francesco Cassano, Gianni D'Addario, Graziano Granieri, Ira Fronten, Jean Marie Godet, Manda Touré, Massimo Giletti, Maurizio Bousso, Nassor Said Birya, Nichi Vendola, Nicola Di Bari, Nicola Nocella, Nunzio Cappiello, Souleymane Silla
Sceneggiatura: Checco Zalone
Fotografia: Fabio Zamarion
Montaggio: Pietro Morana
Musiche: Antonio Iammarino, Checco Zalone, Giuseppe Saponari
Produttore: Pietro Valsecchi
Casa di Produzione: Medusa Film, Taodue Film
Distribuzione: Medusa Distribuzione

Data di uscita: 01/01/2020

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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