PICCOLE DONNE

PICCOLE DONNE
di Greta Gerwig


Adattando con Piccole donne uno dei più classici coming of age letterari, Greta Gerwig lavora sulla struttura del testo e mescola i piani temporali, compiendo un'operazione intelligente e dimostrandosi coerente col suo, ancor giovane, percorso autoriale.

Lady Jo e le altre

Con un cast sontuoso, un’impeccabile confezione e un livello produttivo tale da segnare l’ingresso della sua autrice – dalla porta principale – nelle lande del mainstream hollywoodiano, Piccole donne poteva sembrare, a prima vista, un prodotto non pienamente nelle corde di Greta Gerwig. L’America della seconda metà dell’800, quella raccontata da Louisa May Alcott nel suo romanzo (già cinque volte trasposto per il grande schermo, oltre che oggetto di una lunga serie di adattamenti televisivi) pare abbastanza lontana dall’universo di riferimento della Gerwig, ex musa di Noah Baumbach e icona del mumblecore, testa, piedi e cuore ben saldi nella realtà americana – spaesata e inquieta – del ventunesimo secolo. Eppure, forse proprio quell’inquietudine comune, quel senso di spiazzamento esistenziale e incertezza per il futuro (elevato all’ennesima potenza nel periodo in cui è ambientata la prima parte della storia della Alcott, quello della guerra di secessione) hanno fatto in modo che le vicende di Jo, Meg, Amy e Beth e la loro parabola (post) adolescenziale, arrivassero fino a noi in modo sorprendentemente limpido. Una limpidezza che va oltre gli alti valori produttivi dell’opera, e le prove (su cui tante parole, inevitabilmente, si spenderanno) delle quattro “sorelle” Saoirse Ronan, Emma Watson, Florence Pugh ed Eliza Scanlen.

Scritto di proprio pugno dalla Gerwig, Piccole donne lavora in modo intelligente sul materiale originale, rispettandone gli eventi ma mescolandone in modo marcato la cronologia. Il film, di fatto, dà una nuova struttura alle due parti di cui è composta l’opera originale (uscite in Italia come Piccole donne e Piccole donne crescono), muovendo dalla vicenda delle protagoniste ormai cresciute – e richiamate nella casa materna a causa della malattia di Beth – e raccontando il loro passato in una serie di flashback. A fare da filo conduttore, per la regista come per l’autrice originale, la vicenda di Josephine “Jo”, simbolo di quella tensione tra aspirazioni personali e conformismo, voglia di crescita come omologazione alla società borghese dell’epoca, e perseguimento tenace delle proprie inclinazioni, che rappresenta il cuore tematico del romanzo. Una tensione che si riflette e si scinde nelle figure delle altre tre sorelle, caratterialmente complementari e ognuna incarnazione di un modo particolare di approcciarsi, da donna, a un mondo ancora smaccatamente maschile. Un mondo che paradossalmente, in uno sforzo bellico che può significare disfacimento di un’intera comunità, vede venire per necessità in primo piano il suo elemento femminile.

Il romanzo della Alcott è principalmente un coming of age calato nella sua epoca, ma Greta Gerwig riesce ad adattarlo alla sensibilità moderna, lavorando innanzitutto sulla struttura e sul senso che questa porta con sé: all’inizio del film, le ex piccole donne allevate da Marmee March (una Laura Dern praticamente perfetta) sono già cresciute, o comunque in procinto di farlo. Il romanzo di formazione si è già compiuto quando entriamo nella storia, o è in ogni caso nelle sue fasi finali; la crescita, quel viaggio accidentato che porta ognuna delle quattro ragazze a ricercare – rigorosamente lontano dal corpo unico e autosufficiente della loro sorellanza – la propria strada, è alle ultime battute. Le vicende familiari e sentimentali che si snodano in flashback davanti ai nostri occhi hanno il filtro della memoria, evidente anche nei colori caldi della fotografia, contrapposti alle tonalità di grigio del presente e del ritorno nella casa materna. Di più: sono esse stesse letteratura, capitoli di un libro che la stessa Jo consegna a un editore, a inizio film (“per conto di un’amica”, specifica), e su cui la fredda, “maschile” macchina editoriale dell’epoca non avrebbe probabilmente mai puntato. La compenetrazione tra realtà, memoria e racconto letterario (spesso volutamente confusi tra loro) è uno degli elementi più interessanti del film della Gerwig, che gli conferisce anche – come diviene evidente nelle ultime parti – un carattere metatestuale.

Se ci si passa il paragone ardito, Greta Gerwig si muove in Piccole donne in una direzione opposta a quella intrapresa nel recente adattamento di un altro, fondamentale coming of age della letteratura americana, ovvero It di Stephen King. Laddove Andrés Muschietti andava a linearizzare – dividendola in due film – una storia che nasceva sulla compenetrazione tra passato e presente, sulla sovrapposizione tra i fantasmi dell’infanzia e quelli dell’età adulta, la Gerwig prende qui una vicenda originariamente divisa in due, ben delimitata nelle sue fasi (e chiara negli effetti che ognuna di esse vuole trasmettere) e ne rimescola gli eventi, cambiandone la prospettiva. La rievocazione adolescenziale delle vicende delle quattro sorelle, il calore di una stagione che si vorrebbe prolungare indefinitamente, si accompagna costantemente alla consapevolezza – direttamente portata sullo schermo – della sua finitezza. Un’operazione certamente coraggiosa e tutt’altro che “commerciale”, specie per un prodotto mainstream, infarcito di star e pensato anche in chiave-Academy. E in questo senso – così come in un finale pieno di ironia, in cui la Gerwig sembra giocare direttamente con le aspettative dello spettatore – il film si ricollega direttamente all’esordio della regista, a quel Lady Bird che vedeva la stessa Saoirse Ronan affrontare un analogo percorso di crescita, sullo sfondo non più di un conflitto territoriale, ma di una muta guerra tra classi sociali. Altro contesto, stessa sensibilità. Il risultato, che della sua fonte preserva comunque tutto il carattere di puntuale spaccato umano e sociale, resta certamente impresso.

Piccole donne (2019) poster locandina

Titolo originale: Little Women
Regia: Greta Gerwig
Paese/anno: Stati Uniti / 2019
Durata: 135’
Genere: Drammatico, Sentimentale
Cast: Abby Quinn, Ana Kayne, Bob Odenkirk, Charlotte Kinder, Chris Cooper, Dash Barber, Edward Fletcher, Eliza Scanlen, Emily Edström, Emma Watson, Florence Pugh, Hadley Robinson, James Norton, Jayne Houdyshell, Laura Dern, Lonnie Farmer, Louis Garrel, Maryann Plunkett, Mason Alban, Meryl Streep, Rafael Silva, Saoirse Ronan, Sasha Frolova, Timothée Chalamet, Tracy Letts
Sceneggiatura: Greta Gerwig
Fotografia: Yorick Le Saux
Montaggio: Nick Houy
Musiche: Alexandre Desplat
Produttore: Amy Pascal, Denise Di Novi, Robin Swicord
Casa di Produzione: Columbia Pictures, New Regency Pictures, Pascal Pictures, Regency Enterprises, Sony Pictures Entertainment
Distribuzione: Warner Bros. Italia

Data di uscita: 09/01/2020

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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