LA RAGAZZA D’AUTUNNO

LA RAGAZZA D’AUTUNNO
di Kantemir Balagov


Vicenda tanto minimale e scarnificata nei toni del racconto, quanto complessa, pulsante e quasi strabordante nella messa in scena, La ragazza d'autunno conferma il talento del regista Kantemir Balagov, che si rapporta alla storia da un'ottica personale e non priva di fascino.

Pittoriche ossessioni

Classe 1991, solo due film al suo attivo, Kantemir Balagov sembra un regista più che mai destinato a far parlare di sé nell’immediato futuro. Questo La ragazza d’autunno ha fatto un percorso in fondo simile a quello del suo film d’esordio, Tesnota, dal premio FIPRESCI nella selezione Un Certain Regard di Cannes alle varie vetrine minori (lì un certo numero di festival locali, qui la nomination della protagonista Viktoria Miroshnichenko agli European Film Awards); la vittoria, sempre a Cannes, del premio per la miglior regia rivela il rapido imporsi del regista russo all’attenzione del circuito festivaliero, fatto non scontato per un autore giunto solo alla sua opera seconda. Un autore, per giunta – e il termine, malgrado età e carriera decisamente giovani, non ci sembra inappropriato – il cui cinema si è sviluppato su un terreno, quello dell’art cinema dell’Europa dell’Est, dai tratti abbastanza codificati. L’apprendistato di Balagov presso Aleksandr Sokurov (di cui frequentò un laboratorio cinematografico) rivela l’humus culturale di cui la visione del giovane cineasta si è nutrita. Humus che tuttavia, stando a quello che abbiamo potuto vedere finora, non esaurisce la complessità del suo lavoro.

Il plot di La ragazza d’autunno, tanto scarnificato quanto è invece complessa e ricca (in tutti i sensi) la sua costruzione visiva, segue le vicende di Iya, una giovane donna da poco tornata dalla Seconda Guerra Mondiale insieme al suo bambino di tre anni. La ragazza, che ha riportato in guerra un danno neurologico che le provoca momentanei black-out, lavora in un ospedale nel difficile periodo postbellico del regime staliniano. Quando la sua amica ed ex compagna d’armi Masha la raggiunge, affiancandola nel nuovo lavoro da infermiera, Iya è costretta a confrontarsi con gli eventi del recente passato in guerra, oltre che con un presente complesso. Il fragile equilibrio appena raggiunto sembra prossimo ad andare in pezzi.

Se l’attenzione alla storia mostrata da Balagov in La ragazza d’autunno sembra mutuata dal maestro Sokurov – e dalla sua attenzione per gli affreschi politici – il modo di trattare il tema della storia, e di far penetrare le sue vicende nelle maglie della vita dei personaggi, appare invece del tutto personale. Nel film di Balagov, che si distanzia in questo da una tradizione che trova nel cinema politico e nel confronto col passato recente un motivo espressivo forte, la storia è presente come sottofondo, quasi come un non detto nella vita dei personaggi, un sostrato di costrizioni, rituali e obblighi sociali che non è necessario esplicitare. Il cameratismo militare si traspone in un luogo come quello dell’ospedale – teoricamente deputato a dare o restaurare la vita – mentre la ritualità del regime, la rigida organizzazione del lavoro, e la facciata di efficienza, si innestano su un torbido sostrato di corruzione, a cui è necessario adeguarsi per non morire. Un sostrato a cui il personaggio di Iya non riesce a sottostare (facendo un’interpretazione azzardata, potremmo leggere i suoi blackout in termini di “fuga”) laddove invece la più pragmatica Masha – col pervasivo e ossessivo desiderio di maternità – ne abbraccia regole e innominabili compromessi.

È tanto stretto e claustrofobico nelle sue location (l’ospedale, la casa delle due ragazze, i rarissimi scorci sui rispettivi esterni) quanto paradossalmente caldo nei colori e nei toni della fotografia, La ragazza d’autunno: poco arriva, allo spettatore, del mondo esterno al microcosmo delle due protagoniste, autosufficiente eppure fragile, ingannevolmente inebriante nella sua carnalità quanto in realtà precario. Laddove l’obiettivo del regista si allarga, come accade nel viaggio di Masha (una altrettanto intensa e obliqua Vasilisa Perelygina) verso la residenza del suo spasimante Paška, si ha quasi l’impressione di entrare in un altro mondo: quello di un’alta borghesia non (ancora) sfiorata dalle tragedie belliche e dal rimodellamento sociale operato dal regime, sospesa in una sua bolla, opposta e complementare a quella abitata dalle due ragazze. Le due distinte aspirazioni delle protagoniste (la maternità da una parte, un sentimento embrionale e persino innominabile dall’altra) si scontrano con la rigidità di una struttura sociale che le considera entrambe – seppur in modo diverso – “devianti”.

L’originalità di La ragazza d’autunno, di fronte a tante opere analoghe, sta nell’aver trasfigurato il quotidiano in chiave lirica, arrivando a colorare la realtà minuta delle due protagoniste coi toni di un sogno che perpetua se stesso a dispetto della sua fragilità; laddove altri avrebbero scelto il minimalismo, Balagov carica la messa in scena di colori forti, di rossi e verdi (negli oggetti e negli arredamenti di scena) che quasi urlano la loro presenza, di abiti sgargianti che si offrono a una danza – come accade in un’esplicita scena – pur sapendo che dovranno accogliere (anche) il colore del sangue. La durezza concettuale del film – e quella dei toni, tutt’altro che edulcorati, del racconto – è stemperata da una costruzione visiva pittorica, che ricerca nel triviale una bellezza da vivere carnalmente, da assaporare fino alla sua consunzione e non meramente da contemplare. Alcuni potranno vedere del mero formalismo nelle scelte del regista, nel segno di un’estetica così portata a catturare l’occhio e a fagocitarne l’attenzione: ma ci pensano le due protagoniste, complementari nei toni di recitazione oltre che nei tratti dei rispettivi personaggi, a riportare il dramma sulla terra, nella dimensione di una concretezza che non viene mai negata. Resa lirica, semmai, ma non per questo meno capace di far male.

La ragazza d'autunno poster locandina

Titolo originale: Dylda
Regia: Kantemir Balagov
Paese/anno: Russia / 2019
Durata: 130’
Genere: Drammatico
Cast: Alisa Oleynik, Alyona Kuchkova, Anastasiya Khmelinina, Andrey Bykov, Denis Kozinets, Dmitri Belkin, Igor Shirokov, Konstantin Balakirev, Kseniya Kutepova, Lyudmila Motornaya, Olga Dragunova, Timofey Glazkov, Vasilisa Perelygina, Veniamin Kac, Viktor Chuprov, Viktoria Miroshnichenko, Vladimir Morozov, Vladimir Verzhbitskiy
Sceneggiatura: Aleksandr Terekhov, Kantemir Balagov
Fotografia: Kseniya Sereda
Montaggio: Igor Litoninskiy
Musiche: Evgueni Galperine
Produttore: Alexander Rodnyansky, Ellen Rodnianski, Michel Merkt, Natalia Gorina, Sergey Melkumov
Casa di Produzione: AR Content, Non-Stop Productions
Distribuzione: Movies Inspired

Data di uscita: 09/01/2020

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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