RICHARD JEWELL

RICHARD JEWELL
di Clint Eastwood


Continua a esplorare il filone del film biografico, Clint Eastwood, pur declinandolo di volta in volta in modi diversi; Richard Jewell si muove in una dimensione di eroismo quotidiano che rifiuta l'afflato mitico, mettendo piuttosto in scena (con la consueta lucidità) l'eterna dialettica tra individuo e istituzioni.

Collettivi individualismi

Dopo la ballata americana de Il corriere – The Mule, in cui era tornato dopo diversi anni a dirigere se stesso (incurante di un anagrafe che non sembra scalfirne minimamente la presenza, davanti e dietro la macchina da presa) Clint Eastwood resta in Richard Jewell nella dimensione del cinema biografico, pur cambiandone abbastanza drasticamente il punto di vista. Là al centro del suo obiettivo c’era un atipico criminale pubblico che diveniva eroe privato, riscattando con l’atto di maggior riprovazione sociale (il traffico di stupefacenti) le sue mancanze nella dimensione familiare; qui, a esser messa sotto la lente di ingrandimento è invece una vicenda di eroismo per opera di un individuo comune, che i media e l’opportunismo del potere mutano rapidamente in nemico pubblico. Di nuovo, Eastwood si fa da parte e lascia parlare i suoi personaggi, singoli alter ego del suo modo di approcciare il sogno americano e il suo rovescio, alternativamente eroi e antieroi che si muovono nella dimensione del quotidiano trascendendola: l’ispirazione, in questo caso, è un articolo di Mary Brenner, che descriveva la reale storia dell’ex poliziotto e guardia giurata Jewell. Un uomo passato rapidamente dallo status di eroe nazionale per aver scoperto una bomba al Centennial Park durante le celebrazioni per le Olimpiadi del 1996, a quello di sospettato numero uno come autore dell’attentato.

Viene in mente Sully, come termine di paragone più immediato (e scontato) per Richard Jewell, narrazione di un altro atto di eroismo che si mutava in un vero e proprio incubo per il suo autore, anch’esso opera sospesa tra la dimensione del biopic e quella del ritratto di un sistema capace di schiacciare proprio i suoi corpi più sani. In mezzo, c’era stato il tentativo analogo nel tema, ma così diverso tanto nella messa in scena quanto nella riuscita, di Ore 15:17 – Attacco al treno: un’opera che andava a ricercare il realismo e l’aderenza mimetica alla realtà lasciando per strada proprio quella dimensione “mitica” del quotidiano, che altrove il cinema di Eastwood era stato capace di rendere così bene. In questo senso, la fredda (quando non ostile) accoglienza della critica nei confronti di quel suo esperimento datato 2018 sembra aver giovato al regista, tanto nell’opera successiva quanto in quest’ultima; il recupero del registro affabulatorio, e di quel necessario “tradimento” drammaturgico della realtà, sono qui capaci di innestare – come contraltare positivo – una maggior compattezza nel racconto, e una descrizione più accurata ed efficace anche sul piano della cronaca minuta. Risultano, in questo senso, abbastanza ingenerose le critiche ricevute dal film riguardo alla scarsa aderenza di alcuni eventi ai fatti reali, e in particolare al ruolo della giornalista interpretata da Olivia Wilde; non è, evidentemente, la riproduzione letterale della realtà che interessava il regista, quanto il suo farsi emblema dell’eterno confronto tra individuo e istituzioni.

E quel confronto, in Richard Jewell, viene portato avanti di nuovo con ammirevole lucidità, in un personaggio che incarna (in modo – anche – giustamente ironico) frammenti della personalità dello stesso regista, incapace di rinunciare del tutto a quell’adesione convinta a un american dream in realtà rimasto confinato nella dimensione del mito, a quell’impeto individualista che si fa, idealmente, utopica istanza di servizio nei confronti dell’intera collettività. Il personaggio interpretato da Paul Walter Hauser (lo abbiamo visto in Tonya e BlacKkKlansman) è a tratti quasi irritante nella sua fiducia naif nei confronti dell’istituzione che sta offrendo ai media la sua testa; l’uomo continua a rivolgersi ai suoi persecutori in quella che, nella sua visione, è una comunicazione “da sbirro a sbirro”, si offre come una specie di martire inconsapevole al ruolo di vittima sacrificale, vedendo nel meschino detective interpretato da Jon Hamm nient’altro che un rappresentante del governo che sta sbagliando. Right or wrong, my country, insomma; stesso vecchio adagio di sempre. Salvo poi rendersi conto che forse, quando la sfera privata viene così pesantemente compromessa, quando la perversione del concetto di giustizia arriva fin dentro la dimensione privata e familiare (emblematica la sequenza in cui un sofferente Jewell porta a spasso il suo cane davanti a un cordone di giornalisti che lo illuminano crudelmente coi riflettori) una deroga è più che auspicabile.

Se qualcuno potrebbe forse imputare al cinema di Clint Eastwood, specie a quello degli ultimi anni, una certa tendenza alla ripetizione di idee e temi di base, è pur vero che la coerenza della visione del regista è stata capace di esplicitarsi, di volta in volta, in modi anche molto diversi: ed è proprio questa fluidità nella capacità di delineare i suoi personaggi, questa malleabilità nel modificarne i ritratti (qui la sceneggiatura è di Billy Ray, ma il tocco eastwoodiano nella costruzione del racconto è evidente) a fare la differenza. Jewell è un “eroe” a tratti esasperante, i cui tratti di passività vengono sclerotizzati per poi finire ironicamente (e giustamente) rovesciati nella conclusione della vicenda; il suo avvocato col volto di Sam Rockwell è un’altra proiezione – da un diverso punto di vista – della personalità del regista, laddove il cinismo e il pragmatismo si mettono al servizio dell’idea di giustizia. Se stavolta qualche dettaglio, nella tessitura di Richard Jewell, può forse risultare stonato (il già citato personaggio della giornalista – a prescindere dalla sua aderenza o meno alla realtà – soffre di un’evoluzione troppo rapida e meccanica) non si può non continuare a riconoscere l’estrema lucidità del discorso umanista portato avanti dal suo autore. Una lucidità, e una capacità di osservazione e resa cinematografica del reale, che rendono tuttora il suo cinema potente, e assolutamente attuale.

Richard Jewell poster locandina

Titolo originale: Richard Jewell
Regia: Clint Eastwood
Paese/anno: Stati Uniti / 2019
Durata: 131’
Genere: Drammatico
Cast: Alan Heckner, Alex Collins, Beth Keener, Billy Slaughter, Brandon Stanley, Charles Green, David Lengel, Deja Dee, Desmond Phillips, Grant Roberts, Ian Gomez, Izzy Herbert, Jon Hamm, Jonathan D Bergman, Kathy Bates, Kelly Collins Lintz, Michael Otis, Mike Pniewski, Mitchell Hoog, Niko Nicotera, Nina Arianda, Olivia Wilde, Paul Walter Hauser, Ronnie Allen, Ryan Boz, Sam Rockwell, Wayne Duvall
Sceneggiatura: Billy Ray
Fotografia: Yves Bélanger
Montaggio: Joel Cox
Musiche: Arturo Sandoval
Produttore: Andy Berman, Clint Eastwood, Jennifer Davisson, Jessica Meier, Jonah Hill, Kevin Misher, Leonardo DiCaprio, Tim Moore
Casa di Produzione: 75 Year Plan Productions, Appian Way, Misher Films, The Malpaso Company, Warner Bros.
Distribuzione: Warner Bros.

Data di uscita: 16/01/2020

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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