IL DIRITTO DI OPPORSI

IL DIRITTO DI OPPORSI
di Destin Daniel Cretton


Il diritto di opporsi è sintesi tra biopic sociale e dramma processuale, apprezzabile nel suo slancio civile laddove non cade nel tranello della retorica: uno strumento, per il regista Destin Daniel Cretton, per accodarsi a una tradizione di cinema divulgativo e civile di cui Hollywood ha ancora oggi bisogno.

Occhio (nero) per occhio (bianco)

I temi della discriminazione razziale, e più in generale quelli della coscienza di un paese che – come dimostra la cronaca quotidiana – non ha ancora fatto del tutto i conti con le pagine meno edificanti della sua storia, continuano a esercitare una forte presa sul cinema hollywoodiano. Un’attrattiva che, se nel caso di recenti opere quali American Skin di Nate Parker e Queen & Slim dell’esordiente Melina Matsoukas, si declina nel campo del cinema indipendente – in un caso con frequenti aperture verso il mood documentaristico, nell’altro con vari deragliamenti pop e quasi pulp – nel caso di questo Il diritto di opporsi si attiene invece a una ferrea classicità. Come i due titoli sopra citati, e come l’altro blockbuster, affine nell’impeto eppure così divergente nel tono, BlacKkKlansman di Spike Lee, il film di Destin Daniel Cretton trae spunto da una vicenda realmente accaduta: quella di Walter McMillian, cittadino afroamericano che trascorse sei anni nel braccio della morte (dal 1987 al 1993) prima di essere riconosciuto completamente innocente. Il film si concentra in particolare sulla figura dell’avvocato che riuscì a provare la sua innocenza, il penalista Bryan Stevenson.

Con un’attenzione inevitabilmente monopolizzata dai suoi due ottimi interpreti (un Michael B. Jordan tornato in veste “borghese” – ma non meno combattiva – dopo i due episodi di Creed – Nato per combattere e il cinecomic Black Panther, e lo stagionato e coriaceo Jamie Foxx), Il diritto di opporsi si muove quindi sul doppio binario del biopic e del dramma processuale, gettando contestualmente uno sguardo sulla realtà dell’Alabama di metà anni ’80. Una realtà che, col fardello della schiavitù a pesare ancora come un macigno sulla sua coscienza civile, e un clima sociale che ancora in quegli anni non si discostava troppo da quello descritto da Neil Young nel suo pezzo Alabama, accoglie l’avvocato protagonista con tutto il suo carico di razzismo esplicito, disprezzo verso il diverso e malcelate spinte forcaiole, residuo di un passato mai dimenticato. Quando il giovane protagonista, dal braccio della morte, attraversa i campi di lavoro del carcere in cui i prigionieri – in massima parte di colore – spaccano le pietre al sole, il tempo sembra fermo in un periodo imprecisato: potremmo essere negli anni ’80, o forse un ventennio o un cinquantennio prima. Le conquiste portate dai diritti civili, qui, sono decisamente più nominali che reali, come il protagonista apprenderà molto presto.

È diretto con mano decisamente sicura, Il diritto di opporsi (slittamento di senso, nell’adattamento italiano, del titolo originale Just Mercy), con un climax che gradualmente restringe l’attenzione del racconto sui suoi due protagonisti, col senso di fiducia prima, e di vera e propria amicizia poi, che gli stessi instaurano. La rappresentazione del contesto, quella di un meccanismo che a più riprese rischia di inghiottire l’elemento di disturbo rappresentato dal protagonista (un avvocato di colore che cerca di far riaprire un processo fatto e finito, e di dimostrare che la giustizia dello stato è mossa dal pregiudizio razziale) ha pure il suo peso nella storia, incarnata in figure quali lo sceriffo e il cinico procuratore col volto di Rafe Spall, alla fine messo davanti alla strumentalità delle sue convinzioni. L’affresco dell’Alabama anni ’80, rappresentato letteralmente come un insieme di due mondi che convivono l’uno accanto all’altro (il centro urbano, borghese, dei monovillini sulla via principale, da cui si dipana una strada secondaria che porta alle catapecchie del quartiere nero) resta funzionale a una rappresentazione che vuole mettere in scena una vicenda di ordinaria (in)giustizia, suggerendo più di un parallelismo col presente. Al centro di tutto, resta inevitabilmente il dramma umano di due individui, l’uno seguito attraverso il suo ritorno alla vita (e la rinnovata voglia di sperare), l’altro mentre mette in gioco il suo idealismo facendolo scontrare con la durezza del nuovo contesto.

Fa leva su tutti gli strumenti emotivi possibili, il film di Destin Daniel Cretton, arrivando anche a mettere in scena, in modo apprezzabile e senza fare sconti, un’esecuzione capitale (con un fuoricampo e un “dopo” che rimandano all’indimenticato Non uccidere, episodio de Il decalogo di Krzysztof Kieślowski). Proprio laddove l’emotività è ricercata in modo diretto e non mediato, e gli effetti di senso non devono ricorrere ad artifici cinematografici (ne è esempio il dialogo tra il protagonista e il testimone chiave interpretato da Tim Blake Nelson, con un rumore improvviso che rimanda direttamente a quello di un colpo di pistola) Il diritto di opporsi vola alto e assolve bene al suo compito, calando direttamente lo spettatore in un dramma di cui non si fatica a cogliere la concretezza. Laddove invece il regista ricerca – e purtroppo capita in più di un passaggio – l’enfasi e la gratuita spinta melò, espressa soprattutto in un commento sonoro un po’ invadente, il film perde lucidità; in particolare, l’insistenza dell’ultima parte sul tema della speranza – ma soprattutto la sua reiterazione esplicita – fanno perdere al tutto quell’asciuttezza che sarebbe stata necessaria per narrare una storia del genere. Resta comunque, per il film di Nelson, una generale, buona confezione, risultato dell’abilità del regista nel maneggiare tanto il registro del biopic sociale, quanto quello del dramma processuale. Anche laddove si conoscano perfettamente gli esiti della vicenda, il livello del coinvolgimento e il tono della narrazione restano complessivamente apprezzabili.

Il diritto di opporsi poster locandina

Titolo originale: Just Mercy
Regia: Destin Daniel Cretton
Paese/anno: Stati Uniti / 2019
Durata: 137’
Genere: Biografico, Drammatico
Cast: Andrene Ward-Hammond, Brie Larson, C.J. LeBlanc, Claire Bronson, Darrell Britt-Gibson, Denitra Isler, Dominic Bogart, Drew Scheid, Elizabeth Becka, Hayes Mercure, J. Alphonse Nicholson, Jamie Foxx, John Lacy, Karan Kendrick, Kelly Mumme, Kirk Bovill, Lindsay Ayliffe, Marcus A. Griffin Jr., Mary Kraft, Michael B. Jordan, Michael Harding, O'Shea Jackson Jr., Rafe Spall, Rhoda Griffis, Rob Morgan, Ron Clinton Smith, Ryan Dinning, Steve Coulter, Terence Rosemore, Tim Blake Nelson, Tonea Stewart
Sceneggiatura: Andrew Lanham, Destin Daniel Cretton
Fotografia: Brett Pawlak
Montaggio: Nat Sanders
Musiche: Joel P. West
Produttore: Asher Goldstein, Gil Netter, Jennie Lee, Tami Goldman
Casa di Produzione: Endeavor Content, MACRO, Netter Productions, One Community, Outlier Society, Participant
Distribuzione: Warner Bros.

Data di uscita: 30/01/2020

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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