UNDERWATER

UNDERWATER
di William Eubank


Fantahorror subacqueo che occhieggia ad Alien e derivati, con una patina traslucida che lo colora di vaghe velleità autoriali, Underwater non si eleva dalla sua natura di prodotto medio, non aiutato dalla regia di William Eubank, nel segno di una saturazione che spesso diventa confusione.

Un fondo già sondato

C’è come una sorta di deja vu, quando si assiste alle prime sequenze di Underwater, nuova fatica del regista americano William Eubank. Quella carrellata circolare sui metallici corridoi della base subacquea, con quell’illuminazione fredda a promettere (non così) oscure minacce, sembra ben più di una dichiarazione d’intenti: ci si muove, dichiaratamente, nei territori dei cloni del primo Alien (1979), magari riaggiornati con gusto moderno ma pur sempre ben individuabili. L’androgina figura della protagonista interpretata da Kristen Stewart, con la voce fuori campo a rimarcare – un po’ didascalicamente – la solitudine dell’immersione negli abissi profondi, va a rafforzare la sensazione: qualsiasi cosa succederà, sappiamo già che sott’acqua (così come accadeva nello spazio) nessuno potrà sentire la protagonista urlare. Né lei, né i suoi compagni di sventura – guidati da un coriaceo Vincent Cassel – che incontreremo presto.

La trama di Underwater è basica, di quelle da cui non ci si può aspettare chissà quali sorprese o twist narrativi: una squadra di operai chiusa in una postazione di estrazione petrolifera sul fondo dell’oceano, il terremoto improvviso, e l’emersione di creature ataviche, ovviamente molto voraci. Poi, la lotta per la sopravvivenza dei superstiti alla catastrofe, divenuta lotta e sfida tra l’ingegno e la voracità bruta; in più, un vago sottotesto ecologico – in linea con lo spirito dei tempi – che rimarca come lo sfruttamento selvaggio delle risorse possa, letteralmente, liberare i peggiori mostri. Mostri che qui, con un design che gioca – memore ancora una volta della lezione del classico di Ridley Scott – sulla visibilità parziale delle loro fattezze, mostrano sembianze decisamente lovecraftiane. Nel mentre, possiamo apprezzare (almeno in parte) le storie personali dei singoli personaggi, e il loro background esterno al microcosmo claustrofobico della base.

Proprio in una debole caratterizzazione dei caratteri, a dire il vero, sta un primo importante limite di Underwater, che cerca di darsi una minima patina “autoriale” che vada a rivestire la sua sostanza da fantahorror d’altri tempi. Una patina che tuttavia, introdotta dalle blande riflessioni filosofiche della protagonista nella sequenza iniziale, portata avanti con un’insistenza didascalica sul senso di isolamento che coglie i protagonisti, risulta qui poco più che pretestuosa. Tra la via del monster b-movie (pur realizzato col budget di una produzione di serie a) e quella del cinema di genere di spessore, William Eubank sceglie di fatto di non scegliere: lo fa disseminando una trama di assoluta linearità, che segue senza scossoni la fuga dei protagonisti verso l’unica via di salvezza, di digressioni poco in linea con la materia orrorifica del plot, di dialoghi che spaziano, senza soluzione di continuità, dall’ironia spiccia e nerd alle deboli parentesi melò, coi riferimenti alla vita fuori dei personaggi fuori dalla base.

Dal ritmo generalmente elevato, eppure paradossalmente monocorde, tutto costruito su idee di seconda mano, Underwater si muove costantemente tra le due dimensioni sopra ricordate, tra serie b e (velleitarie) ambizioni di uno sguardo più maturo sul genere; lo fa con una regia rutilante ma a tratti confusa, volutamente nel segno della saturazione, che non osa mai né la discesa nel genere più truce (i quantitativi di sangue, vista la ricerca di un target più largo possibile, sono sapientemente limitati) né la deviazione dai canoni, che spiazzi e apra al genere nuove possibilità (siano esse visive o narrative). La natura un po’ patinata della confezione, specie quando illumina, nella seconda parte, il corpo parzialmente esposto della protagonista – forse memore del sottotesto sessuale che animava il confronto tra la Ripley di Sigourney Weaver e il suo predatore – non aiuta molto a dare una scossa al tutto; non ci si discosta mai del senso di medietà (qui pericolosamente vicino alla mediocrità) che il film esprime. I tempi di Leviathan di George Pan Cosmatos (artigiano di ben più solido mestiere) e persino quelli di Creatura degli abissi di Sean S. Cunnigham, sembrano più che mai lontani.

Underwater poster locandina

Titolo originale: Underwater
Regia: William Eubank
Paese/anno: Stati Uniti / 2020
Durata: 95’
Genere: Fantascienza, Horror
Cast: Amanda Troop, Fiona Rene, Gunner Wright, Jessica Henwick, John Gallagher Jr., Kristen Stewart, Mamoudou Athie, T.J. Miller, Vincent Cassel
Sceneggiatura: Adam Cozad, Brian Duffield
Fotografia: Bojan Bazelli
Montaggio: Brian Berdan, Todd E. Miller, William Hoy
Musiche: Brandon Roberts, Marco Beltrami
Produttore: Jenno Topping, Peter Chernin, Tonia Davis
Casa di Produzione: 20th Century Fox Film Corporation, Chernin Entertainment, TSG Entertainment, Twentieth Century Fox
Distribuzione: 20th Century Fox, Walt Disney Pictures

Data di uscita: 30/01/2020

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *