IL LADRO DI GIORNI

IL LADRO DI GIORNI
di Guido Lombardi


Tornato dopo cinque anni alla Festa del Cinema di Roma, Guido Lombardi si propone con Il ladro di giorni di mescolare melò familiare e racconto noir, tentando la carta del road movie di formazione; ma la scrittura è carente e disseminata di lungaggini, e il risultato finisce per attivare, sovente, un inusitato effetto grottesco.

Il ladro e il bambino

Cinque anni dopo Take Five, film che godette dello stesso palcoscenico di presentazione (la Festa del Cinema di Roma) di questo nuovo lavoro, Guido Lombardi torna a esplorare dall’interno il sottobosco criminale italiano. Lo fa, in questo Il ladro di giorni, con un progetto che consta parallelamente di un romanzo, da lui stesso scritto, e di un film, secondo uno schema che si sta sempre più consolidando nel cinema nostrano (si pensi all’ultimo Pupi Avati, ma anche, in un differente ambito, al nuovo film di Fausto Brizzi); e lo fa con una storia che mescola i temi del passato e della colpa a quelli familiari, narrando un rapporto padre/figlio pesantemente condizionato dal background criminale del primo, con un viaggio che si propone essere, primariamente, (ri)scoperta reciproca e tentativo di avvicinamento di due mondi forzosamente separati. Quella a cui assistiamo nel film di Lombardi è una lunga traversata in auto dello stivale (dal Trentino alla Puglia) in cui il Vincenzo interpretato da Riccardo Scamarcio, uscito di prigione dopo sette anni, conduce con sé il figlio Salvo, verso una destinazione che presto si scoprirà non essere esattamente quella dichiarata dall’uomo. Un viaggio in cui i due dovranno imparare a conoscersi di nuovo, ma in cui Salvo dovrà anche fare un passaggio forzato e traumatico verso l’età adulta.

L’educazione criminale evocata dal lungometraggio d’esordio di Lombardi (quel Là-bas che nel 2011 ebbe buoni riconoscimenti alla Mostra del Cinema di Venezia) torna qui da un’altra ottica, quella di un bambino che apprende suo malgrado – e a dispetto delle intenzioni dello stesso “insegnante” – regole e rituali di un ambiente da cui era stato finora tenuto lontano. L’avvicinamento di Salvo al mondo di suo padre è graduale e riottoso, ma progressivamente contrassegnato da una sempre maggiore, mal dissimulata fascinazione; il giovanissimo protagonista è chiamato a dire addio alla sua infanzia – plasticamente incarnata nel piccolo Mazinga che, come un meme di un’epoca perduta, torna a ricordargli l’arresto di suo padre – e a fare un tuffo in un mondo adulto che gli ha appena svelato il suo lato più meschino. Due immagini, quella del trampolino verso un tuffo nel vuoto, e quella del giocattolo testimone del tempo che fu, che tornano a più riprese nel corso della storia, andando a costruire una simbologia trasparente e di facile lettura, e incarnando anche le due facce di un rapporto familiare da ripensare su altre basi.

Abbraccia dunque il genere del road movie declinato come romanzo di formazione, Il ladro di giorni, mettendo in scena un viaggio le cui tappe serviranno, oltre che ad avvicinare i due protagonisti, anche a sviluppare nel personaggio di Salvo la consapevolezza e la capacità di comprendere una figura genitoriale ancora guardata con l’ottica di sette anni prima; una comprensione che includerà anche la propria, legittima distanza da essa. È proprio nel perseguire questo intento, nel ricercato equilibrio tra il registro del melò familiare e quello del più classico racconto noir, che il film di Guido Lombardi mostra le sue maggiori ambizioni, ma finisce per mancare smaccatamente l’obiettivo. Il ladro di giorni, nato su premesse interessanti, con un canovaccio che in qualche modo guarda al cinema d’oltreoceano (il fantasma del Clint Eastwood di Un mondo perfetto è lì dietro l’angolo) sbaglia il tono e il dosaggio dei suoi ingredienti; la sua narrazione evita di premere il pedale sul registro emozionale laddove sarebbe stato opportuno farlo, richiamandone invece gli effetti altrove, attivando sovente un indesiderato effetto grottesco. Quando il cerchio del film si restringe sui due personaggi, la sceneggiatura è goffa e indecisa nel delinearne l’avvicinamento, non aiutata in questo dalla prova di uno Scamarcio che replica (male) la maschera da duro già sperimentata nei suoi ruoli più recenti (si pensi a John Wick – Capitolo 2 e a Lo spietato).

Goffo e disseminato di lungaggini, con una traccia di partenza quantomai pretestuosa (la nuova “missione” criminale del protagonista, in cui questi trascina suo figlio), Il ladro di giorni inciampa in parentesi in cui si è chiamati a uno sforzo oltre misura per sospendere l’incredulità, oltre a momenti artificialmente e sommariamente caricati di enfasi. Si resta perplessi di fronte alla carente organizzazione narrativa (prima che registica) di alcune sequenze – tra queste si ricordi il primo fermo dei due protagonisti da parte della polizia, oltre al lungo, incoerente flashback conclusivo; ma soprattutto, non si entra mai nel mood richiesto dal film, che nel finale sembra dare per scontata un’adesione emotiva che non è riuscito a costruire lungo tutta la sua durata. Quando il personaggio di Scamarcio, nella parte conclusiva della storia, rivolge un’esplicita domanda al suo antagonista, chiedendogli conto degli anni da questi rubatigli (motivo da cui nasce il titolo) si è portati istintivamente ad addossarne la colpa a lui stesso: non esattamente il risultato sperato da un lavoro che vorrebbe stimolare l’empatia e l’identificazione spettatoriale col personaggio. E l’enfatica, ultima sequenza, in questo senso, non raggiunge il risultato sperato, configurandosi unicamente come una superflua, pomposa postilla a una storia che aveva già detto quel poco che aveva da dire.

Titolo originale: Il ladro di giorni
Regia: Guido Lombardi
Paese/anno: Italia / 2019
Durata: 105’
Genere: Drammatico
Cast: Augusto Zazzaro, Carlo Cerciello, Christoph Hülsen, Giorgio Careccia, Giuseppe Cristiano, Katia Fellin, Leandra Concetta Fili, Massimo Popolizio, Michele Capuano, Mily Culturera Di Montesano, Riccardo Scamarcio, Rosa Diletta Rossi, Vanessa Scalera
Sceneggiatura: Guido Lombardi, Luca De Benedittis, Marco Gianfreda
Fotografia: Daria D'Antonio
Montaggio: Marcello Saurino
Musiche: Giordano Corapi
Produttore: Carlotta Calori, Francesca Cima, Gaetano Di Vaio, Nicola Giuliano
Casa di Produzione: Bronx Film, Indigo Film
Distribuzione: Vision Distribution

Data di uscita: 06/02/2020

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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