THE GRUDGE

THE GRUDGE
di Nicolas Pesce


Tentando il riavvio di una saga ormai stagionata, il regista Nicolas Pesce dirige con The Grudge un horror abbastanza convenzionale, che si allontana dalla media dei moderni prodotti occidentali del genere solo per la struttura non cronologica.

Un rancore di vecchia data

La saga horror di The Grudge (o Ju-On che dir si voglia), iniziata nel 1998 coi corti Katasumi e 4444444444 di Takashi Shimizu, non sembra cessare di esercitare il suo fascino tanto sugli spettatori quanto sui produttori cinematografici, divisi equamente tra oriente e occidente. Entrata nel vivo con il televisivo Ju-On: The Curse dello stesso Shimizu, proseguita con un sequel e un remake cinematografico (il Ju-On: Rancore del 2003), seguito da un relativo sequel, la saga fu inizialmente portata in occidente da Sam Raimi, che produsse il The Grudge del 2004 per la regia dello stesso Shimizu; una “ramificazione”, quella occidentale del franchise, che avrebbe dato a sua volta origine ad altri due sequel (rispettivamente datati 2006 e 2009). Ora, dopo oltre un decennio di assenza dagli schermi (occidentali) la stessa Ghost House di Raimi ha optato per il reboot. Il nuovo The Grudge, diretto dal regista Nicolas Pesce, si prepara a introdurre la maledizione del rancore, originariamente portato dal fantasma della cupa Kayako, a una nuova generazione di spettatori. O, almeno, questa è la sua intenzione.

Questo nuovo The Grudge, più che un vero e proprio reboot, è di fatto un “sidequel” del primo film americano di Shimizu; la casa di Tokyo da cui ebbe origine la maledizione nel film del 2004, infatti, è brevemente mostrata nel prologo, che vede la domestica Fiona Landers tornare in patria dopo essere stata testimone dei terrificanti eventi occorsi all’interno della dimora. Da qui, la trama si sviluppa in modo non cronologico (modalità di narrazione che rappresenta un vero e proprio “marchio di fabbrica” per il franchise), coinvolgendo nella sua storyline principale la poliziotta Muldoon (col volto di Andrea Riseborough) che si trova a indagare sul cadavere di una donna in un incidente d’auto, ritrovata in avanzato stato di decomposizione. Le indagini mostrano che la donna aveva lavorato in una casa dove già c’era stato un caso di omicidio/suicidio familiare, su cui aveva indagato un collega della detective. Quest’ultima si reca così nella dimora, dove sarà infettata lei stessa dalla maledizione proveniente dal Giappone.

Il tentativo da parte del regista di replicare la struttura a incastro e non cronologica che aveva caratterizzato i primi film del franchise si va qui a scontrare con la necessità (tutta occidentale) di trovare un personaggio che possa fungere da richiamo per il pubblico, provocando quel meccanismo di identificazione e “guida” all’interno della storia che restano necessari per la declinazione occidentale del genere. Un problema che, nel The Grudge del 2004, lo stesso Shimizu aveva risolto introducendo il personaggio interpretato da Sarah Michelle Gellar, senza tuttavia stravolgere la struttura narrativa del suo modello nipponico. Sviluppando da capo un nuovo soggetto, tuttavia (che si vorrebbe propedeutico a una nuova ramificazione del franchise), Nicolas Pesce non riesce a trovare il giusto equilibrio tra lo spiazzamento della narrazione non cronologica e la necessità di riconoscibilità: la debole trama poliziesca che il regista imbastisce (che – anche nel setting – sembra concepita appositamente per richiamare l’attuale pubblico delle serie televisive) appare un corpo estraneo rispetto alla struttura del film, confinata com’è al prologo e all’ultima parte. La stessa scelta di dare un background alla protagonista e a suo figlio, tormentati loro stessi dai fantasmi del lutto, si mostra da subito in tutta la sua pretestuosità e debolezza.

Questo The Grudge, replica e tentato rispolvero di una modalità di fare horror che era legata a doppio filo al suo periodo di concezione (la prima metà degli anni 2000) denuncia sia una debolezza strutturale – in una narrazione che, più che spiazzante, appare inutilmente complicata – che una sostanziale pochezza di contenuti. Il film di Pesce evita di abusare dell’iconografia degli Onryō (i vendicativi spiriti nipponici), limitando le scene in cui si vedono donne con capelli lunghi che coprono il volto; tuttavia, il risultato resta molto fragile, principalmente per una scarsa fantasia nella regia e nell’assemblaggio delle scene di spavento. Se è vero che, probabilmente, a un film pensato come prosecuzione e/o riavvio della saga dei Ju-On non si può chiedere compattezza narrativa (la scelta della frammentazione è dichiarata fin da subito) la messa in scena e l’idea stessa del contagio dovrebbero in qualche modo controbilanciare lo spiazzamento del montaggio non cronologico. Questo, di fatto, non succede: questo nuovo The Grudge, paradossalmente, fallisce proprio nel tentativo primario di spaventare, affidandosi in toto, e senza aggiungervi nulla, al ben rodato meccanismo del jumpscare. La stessa location della casa americana (replica di quella dei film nipponici) non viene sfruttata che in minima parte, mentre l’iconografia delle apparizioni sovrannaturali (realizzata con abbondanza di digitale) mostra tutto il suo carattere posticcio.

Resta molto poco, in questo nuovo The Grudge, dell’originale idea di contagio che aveva informato di sé i film di Takashi Shimizu; un’idea, quella della maledizione come trasmissione pervasiva e inarrestabile dell’orrore, che il regista giapponese aveva a sua volta mutuato dal suo maestro, Kiyoshi Kurosawa, non a caso produttore esecutivo del suo primo remake cinematografico del 2003. Shimizu era riuscito, nei suoi film nipponici (e parzialmente nel suo primo remake statunitense) a mediare tra una visione dell’orrore come angoscia esistenziale e cupa proiezione di quest’ultima nel regno dei morti, e le esigenze commerciali di un genere che vuole lo spavento immediato ed epidermico. Qui, il compromesso non viene neanche cercato, visto che dell’idea originale di Shimizu non restano che il titolo e la modalità narrativa (qui molto meno giustificata). Di reale paura, ma soprattutto di quel senso di angoscia persistente che era capace di accompagnare lo spettatore ben oltre la visione, qui non troviamo neanche l’ombra; solo l’eco di un periodo irripetibile, e di un filone orrorifico che è stato rapidamente fagocitato – da oriente a occidente – dalle istanze della paura più di consumo.

The Grudge (2020) poster locandina

Titolo originale: The Grudge
Regia: Nicolas Pesce
Paese/anno: Canada, Stati Uniti / 2020
Durata: 94’
Genere: Horror
Cast: Adam Brooks, Andrea Riseborough, Betty Gilpin, Bradley Sawatzky, Bruno The Dog, David Lawrence Brown, Demián Bichir, Duke, Ernesto Griffith, Frankie Faison, Jacki Weaver, Joel Marsh Garland, John Cho, John J. Hansen, Junko Bailey, Lin Shaye, Maria Anne Grant, Marina Stephenson Kerr, Nancy Sorel, Ray Strachan, Stephanie Sy, Steven Ratzlaff, Tara Westwood, Tracy Penner, William Sadler, Zoe Fish
Sceneggiatura: Nicolas Pesce
Fotografia: Zack Galler
Montaggio: Gardner Gould, Ken Blackwell
Musiche: The Newton Brothers
Produttore: Kelli Konop, Rhonda Baker, Rob Tapert, Sam Raimi, Takashige Ichise
Casa di Produzione: Ghost House Pictures, Good Universe, Screen Gems, Stage 6 Films
Distribuzione: Sony Pictures Entertainment, Warner Bros.

Data di uscita: 27/02/2020

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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