IL BUCO

IL BUCO
di Galder Gaztelu-Urrutia


Esordio dello spagnolo Galder Gaztelu-Urrutia, già presentato in concorso al 37° Torino Film Festival e ora su Netflix, El Hoyo usa una singola, efficace idea, per fare una trasparente metafora della contemporaneità, utilizzando senza remore gli strumenti del cinema di genere.

Pranzi tutt'altro che di gala

È interessante che ogni tanto, nel panorama di un cinema di genere sempre più appiattito verso la logica del jumpscare e del digitale che materializza (male) visioni e incubi, spunti ogni tanto un film capace di esprimere una singola idea valida, riflettendo anche, attraverso questa, sulla contemporaneità; e facendolo senza, per questo, cedere nulla della sua materia popolare e orientata al pubblico. È quello che accade in questo interessante El Hoyo (titolo internazionale The Platform), ultimo parto di un cinema di genere spagnolo che sempre più sta guadagnando in idee e creatività, sia nelle sue declinazioni più autoriali sia in quelle più specificamente popolari. E il film dell’esordiente Galder Gaztelu-Urrutia, di fatto, appartiene proprio a questa seconda categoria, scegliendo tuttavia di mettere in campo una metafora trasparente (e assolutamente centrata) della società contemporanea.

L’idea di base è semplice, persino essenziale: un carcere costruito su più livelli – non sappiamo esattamente quanti – con un’unica, enorme scorta di cibo distribuita in modo quantomeno singolare: il cibo viene infatti adagiato su una piattaforma che viene poi fatta scendere dai primi livelli sempre più in basso, fino agli ultimi. (Quasi) tutto è lecito per aggiudicarsi la propria scorta, compresi ferimenti, omicidi e (laddove si resti a pancia vuota) atti di cannibalismo ai danni degli altri prigionieri; l’unica regola è quella di non estrarre il cibo dalla piattaforma, pena un cambiamento letale, in un senso o nell’altro, della temperatura. Giunto nel carcere come volontario e a scopo di studio, ignaro delle sue regole, il protagonista Goreng capisce che per scardinare il sistema (gestito da una misteriosa entità chiamata “L’amministrazione”) si deve infondere nei prigionieri un qualche senso di solidarietà. Con le buone o le cattive maniere.

La sci-fi distopica di El Hoyo si muove su logiche e codici già abbondantemente sperimentati dal cinema, sia da un filone più cult e di nicchia (viene in mente il noto Cube – Il cubo di Vincenzo Natali, dallo spunto simile) sia da quello più mainstream (tutto il sottogenere young adult e i suoi derivati). Il film di Galder Gaztelu-Urrutia, tuttavia, ha la caratteristica di tagliar fuori (quasi) completamente i marchingegni omicidi “fantascientifici” di cui il genere ha fatto mostra negli ultimi anni, riducendo l’intreccio a una spietata lotta per la sopravvivenza che vede il suo materiale “umano” in primo piano. Il sangue inizierà a scorrere presto, ma a versarlo resteranno unicamente gli stessi prigionieri, capaci di sbranarsi (letteralmente) a vicenda per sopravvivere laddove la propria scorta di cibo non sia garantita. La solidarietà, unica “arma” che potrebbe far crollare il sistema, è bandita dagli stessi ospiti: meglio non affezionarsi, se poi si sarà costretti a mangiarsi a vicenda, come detto esplicitamente dal compagno di livello del protagonista.

L’essenzialità del plot si trasforma così in un’arma nel segno del cinismo, laddove da un lato viene in primo piano la logica dell’homo homini lupus, dall’altro ci si fa beffe di qualsiasi idea di socialismo, comunitarismo o semplice gestione solidale delle risorse, che non sia imposta con la forza (e non meramente proposta). La rivoluzione, insomma, non è un pranzo di gala: e tutt’altro che “di gala” appare infatti il modo in cui i residenti del carcere consumano le risorse alimentari messe a loro disposizione. Il film, in questo senso, induce volutamente (ed efficacemente) un senso di repulsione verso il semplice atto del nutrirsi, mettendone in evidenza la natura di animalesco – e intrinsecamente “egoista” – bisogno primario. In questo senso, pur laddove l’allegoria del film suggerisce in modo esplicito la necessità della condivisione solidale delle risorse, il regista demolisce scena per scena qualsiasi illusione su un suo possibile raggiungimento spontaneo.

La semplicità dell’idea di base di El Hoyo, e il carattere del tutto trasparente della sua metafora, non si traducono tuttavia in trivialità, grazie alla cattiveria “di genere” ( per questo tanto più efficace) che il regista sparge a piene mani nella storia. Mentre la piattaforma si muove, i coltelli affondano nelle carni e nelle gole, le ossa e i crani si rompono, il sangue e le altre materie organiche si mescolano in modo “dissacrante” al cibo, mettendone in risalto – e questo piace molto poco – la comune origine. L’entità, quale che sia, denominata Amministrazione, quella che distribuisce il cibo al piano 0, può essere sconfitta, ma il prezzo da pagare è fatto di lacrime, sangue e (letteralmente) merda. Ma alla fine, pare suggerire il film, il materiale umano (vivo) vale di più, come messaggio rivoluzionario, di quello morto e inanimato. Il cinismo del film, in fondo, si arresta laddove ammette che una qualche rivoluzione è non solo possibile, ma persino necessaria.

El Hoyo poster locandina

Titolo originale: El Hoyo
Regia: Galder Gaztelu-Urrutia
Paese/anno: Spagna / 2019
Durata: 94’
Genere: Fantascienza, Thriller
Cast: Alexandra Masangkay, Algis Arlauskas, Álvaro Orellana, Antonia San Juan, Braulio Cortés, Chema Trujillo, Emilio Buale, Eric Goode, Gorka Zufiaurre, Ivan Massagué, Javier Mediavilla, Lian Xu Shao, Mario Pardo, Miren Gaztañaga, Miriam K. Martxante, Miriam Martín, Óscar Oliver, Txubio Fernández de Jáuregui, Zihara Llana, Zorion Eguileor
Sceneggiatura: David Desola, Pedro Rivero
Fotografia: Jon D. Domínguez
Montaggio: Elena Ruiz, Haritz Zubillaga
Musiche: Aránzazu Calleja
Produttore: Ángeles Hernández, Carlos Juarez, David Matamoros, Elena Gozalo
Casa di Produzione: Basque Films, Consejería de Cultura del Gobierno Vasco, Euskal Irrati Telebista (EiTB), Mr Miyagi Films, Plataforma La Película AIE, Radio Televisión Española (RTVE), Zentropa
Distribuzione: Netflix

Data di uscita: 20/03/2020

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *