IL DELITTO MATTARELLA

IL DELITTO MATTARELLA
di Aurelio Grimaldi


Con Il delitto Mattarella, Aurelio Grimaldi cerca di immergersi (e immergerci) nella Sicilia del 1980, raccontando il prima e il dopo del tragico fatto di cronaca; ma la sua impostazione è a tratti troppo didascalica, a tratti criptica nella trattazione degli eventi, con il risultato di offrire un film pieno di (sole) buone intenzioni.

Un delitto e molti segreti

Da quando il sottogenere del film “di mafia” – nella sua declinazione più autoriale – è stato riportato in auge dal successo de Il traditore, sembra tornata prepotente nel cinema italiano la voglia di scandagliare a fondo quelle terre e quegli anni cruciali nella nostra storia, quelli in cui Cosa Nostra consolidava il suo potere col sangue; una voglia espressasi a volte con gli strumenti del documentario (il notevole La mafia non è più quella di una volta), altre volte, come nel caso di questo Il delitto Mattarella, con quelli della fiction da film reportage. Aurelio Grimaldi, da par suo, dirige il film traendo spunto da un suo romanzo, e avendo quindi già tutto il materiale necessario.

Questo Il delitto Mattarella inizia proprio da quel tragico 6 gennaio 1980, quello in cui un ignoto killer esplose vari colpi di pistola contro l’allora presidente della Regione Sicilia, freddato nella sua auto mentre si stava recando a messa con la famiglia; la narrazione segue poi brevemente le prime reazioni al delitto, per partire successivamente in un lungo flashback, che mostra quella che fu l’attività di Mattarella nella giunta siciliana, scandagliando il suo lavoro, con i suoi amici, finti alleati e nemici. L’impostazione cronachistica del film di Grimaldi si fa esplicita nel momento in cui il regista utilizza l’espediente della voce fuori campo, che si integra con le didascalie a ricostruire il mosaico di fatti, volti e nomi che avrebbero costituito il contorno (spesso complice) del tragico fatto di cronaca.

Un primo limite che si può rilevare in questo Il delitto Mattarella sta proprio nell’uso della voce fuori campo come facile sostituto delle immagini; una scorciatoia che – se da un lato sbroglia varie volte i fili dell’intricata trama – dall’altra si rivela cinematograficamente ridondante e insoddisfacente. Preso nella sua istanza di raccontare l’intreccio tra criminalità mafiosa, eversione di estrema destra e settori dello stato, il film mette tanta carne al fuoco, arriva a toccare i temi della collusione della Banda della Magliana col potere mafioso locale, ma poi non riesce a tirare i fili del suo racconto; il subplot legato agli esecutori materiali del delitto (ufficialmente ancora senza nome) prosegue slegato dal resto del film, costellato anche di personaggi caratterizzati in modo improbabile (il sicario della Banda della Magliana interpretato da Francesco Di Leva, che parla uno stentato dialetto romano).

Quello di Grimaldi è un film dall’intento primariamente divulgativo, e in questo senso va dato atto al regista di aver sviscerato abbastanza bene le trame che portarono all’uccisione di Piersanti Mattarella, le finte amicizie che il politico aveva nel partito come le aperte inimicizie; tuttavia, il film non riesce a organizzare il tutto in un racconto cinematografico coerente, giocando a volte in modo spregiudicato con l’ellissi e facendosi paradossalmente confuso, proprio laddove l’intento dovrebbe essere la chiarezza narrativa. Il minutaggio di 97 minuti va decisamente stretto a una storia che vuole farsi racconto collettivo di una terra (la Sicilia degli anni tra il 1979 e il 1980) a cui tuttavia manca il necessario respiro.

A risultare un po’ sacrificato (a dispetto della discreta prova di David Coco) è proprio il personaggio del protagonista, figura che non viene approfondita a sufficienza nel suo privato e nelle contaminazioni di quest’ultimo con la dimensione pubblica; una figura che poi grava sulla narrazione come un inquieto fantasma, icona suo malgrado e vittima sacrificale di un potere di cui si riescono solo a intuire le dimensioni. Proprio per rimettere ordine in una storia che il film pare aver solo scalfito, i titoli di coda de Il delitto Mattarella raccontano le vicende personali di ogni singolo carattere, facendo un’operazione che, dal punto di vista estetico, risulta comunque troppo ridondante. Della storia di quegli anni, quella che il film si propone di raccontare, restano tracce e suggestioni, che lo spettatore – se vorrà – potrà approfondire separatamente. Un risultato positivo sul piano divulgativo, che tuttavia non basta per “fare” un buon film.

Il delitto Mattarella poster locandina

Titolo originale: Il delitto Mattarella
Regia: Aurelio Grimaldi
Paese/anno: Italia / 2020
Durata: 97’
Genere: Drammatico
Cast: Andrea Tidona, Antonio Alveario, Claudio Castrogiovanni, David Coco, Donatella Finocchiaro, Francesco Di Leva, Francesco La Mantia, Guia Jelo, Ivan Giambirtone, Leo Gullotta, Lollo Franco, Nicasio Catanese, Sergio Friscia, Stefania Blandeburgo, Tony Sperandeo, Tuccio Musumeci, Vittorio Magazzù Tamburello
Sceneggiatura: Aurelio Grimaldi
Fotografia: Alfio D'Agata
Montaggio: Daniele Camaioni
Musiche: Marco Werba
Produttore: Federica Folli, Pete Maggi
Casa di Produzione: Arancia Cinema, Cine 1 Italia
Distribuzione: Cine 1 Italia

Data di uscita: 02/07/2020

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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