UN DIVANO A TUNISI

UN DIVANO A TUNISI
di Manele Labidi


In sala a più di un anno dal passaggio alle Giornate degli Autori di Venezia 2019 Un divano a Tunisi, esordio della franco-tunisina Manele Labidi. Golshifteh Farahani (Paterson) è un’analista cresciuta a Parigi che torna a Tunisi per aprire lì il suo studio. Scatenerà tumulti. Tra rimandi alla commedia all’italiana, Mina e un ping-pong continuo tra pubblico e privato, il film è più che gradevole ma senza la scintilla di un’autentica originalità.

Un divano non fa Primavera?

In definitiva Un divano a Tunisi ha un pregio. Anzi, due. Non che questo basti a posizionarlo decisamente sopra la media; pure alcune sue premesse sembravano suggerire questa possibilità. Ci sono alcune idee interessanti non sempre sfruttate a dovere, nel complesso il film è gradevole, forse un po’ timido. Il primo pregio consiste nel rifiuto della solennità, diciamo.

Un divano a Tunisi gira intorno a un mucchio di idee, ma non affonda mai il colpo e questo, paradosso, in fin dei conti è un punto a favore. Il merito della regista/sceneggiatrice franco-tunisina Manele Labidi, qui al suo esordio nel lungometraggio, è di non lasciarsi trascinare nel vortice delle maiuscole e di scalfire ma con leggerezza i tanti temi affrontati. Tradizione e modernità, lo scontro/confronto tra culture difficilmente conciliabili, il patriarcato e la femminilità moderna, passato e presente, libertà e democrazia. Il passo della Labidi è delicato, non superficiale. Sorride più della sua protagonista.

La brava e bella Golshifteh Farahani, iraniana, tra gli altri ha lavorato con Asghar Farhadi in About Elly (2009), e più accessibile al pubblico occidentale, Paterson (2016) di Jim Jarmusch. Qui si chiama Selma, è una giovane psicanalista cresciuta a Parigi che torna a Tunisi dopo la Primavera araba e la cacciata di Ben Ali. Decisa a aprire bottega in patria (tra l’altro aperta alle donne), e perché no, scrivere un nuovo capitolo di una storia di famiglia interrotta bruscamente tempo addietro. È chiaro che le cose si mostreranno più difficili del previsto.

Come dimostra il rapporto con l’ostinato, e sentimentalmente interessato, poliziotto Majd Mastoura. Il braccio operativo di una legge e di una società che non capisce, non vuole capire e non può capire la quieta e necessaria rivoluzione di Selma. Almeno all’inizio.

Cinema d’autore? Intelligente? Bene intenzionato? Qualunque sia l’etichetta, Manele Labidi filtra il mondo sotto una lente tragicomica, guardando (per sua esplicita ammissione) al modello della commedia all’italiana; risate, malinconia e una spruzzatina di satira sociale. Rispetto allo standard di Monicelli & Co. uno sguardo più affettuoso, e un’umanità meno cinica. Ma dal momento che parliamo di sguardi sul mondo e non di dogmi, va bene così. In fondo il secondo pregio del film è di scegliere l’umorismo, rigettando la fosca pesantezza del cinema di qualità alle prese con grandi idee, uno stereotipo dannosissimo, quando si tratta di scandagliare le pieghe più aspre del racconto.

Quello che manca è lo scarto di una regia capace di irrobustire il film al di là dello spunto di partenza. Nel vissuto problematico dei pazienti di Selma, il riflesso di un paese traballante che si apre alla modernità, alla libertà e alla democrazia senza un’idea chiara della direzione da prendere. Saldare i fantasmi del passato, le angosce del presente e le ombre del futuro per far la pace (dentro e fuori) e razionalizzare i traumi di un vissuto, pubblico e privato, problematico. Questa è la nobile sfida di un film che si sforza di parlare in prima persona, singolare e plurale. E che funziona solo a metà. Quella pubblica. Perché la traiettoria della protagonista Golshifteh Farahani, professionale e sentimentale, finisce per rimanere un po’ inespressa e sacrificata.

Un divano a Tunisi tenta di illuminare il filo sottile che lega mondi all’apparenza poco propensi a comunicare e influenzarsi. Politica, famiglia e femminilità, tanto per citarne alcuni. Un discorso comune, di libertà e emancipazione che parte dall’intimo per sfociare nel sociale e tornare di nuovo nell’intimo. Selma cura i suoi pazienti, cura il suo paese, cura la sua famiglia, cura sé stessa. Ma il film non ha la forza di restituire fino in fondo il senso e la fatica immane di questa sfida. Ne coglie la necessità, e il senso aleatorio di un presente in continua transizione. Non è poco, ma non si va molto oltre.

Un divano a Tunisi poster locandina

Titolo originale: Un divan à Tunis
Regia: Manele Labidi
Paese/anno: Francia, Tunisia / 2019
Durata: 88’
Genere: Commedia
Cast: Aïsha Ben Miled, Atef Ben Chedly, Bahri Rahali, Dalila Meftahi, Feryel Chammari, Golshifteh Farahani, Hichem Yacoubi, Jamel Sassi, Majd Mastoura, Mhadheb Rmili, Moncef Ajengui, Mourad Meherzi, Najoua Zouhair, Neji Hassouna, Oussama Kochkar, Ramla Ayari, Rim Hamrouni, Sirine Ferchichi, Yosra Bouzaiene, Zied Mekki
Sceneggiatura: Manele Labidi, Maud Ameline
Fotografia: Laurent Brunet
Montaggio: Yorgos Lamprinos
Musiche: Flemming Nordkrog
Produttore: Amaury Ovise, Jean-Christophe Reymond, Olivier Père, Serge Hayat
Casa di Produzione: Arte France Cinéma, Canal+, Cinémage 3, Cinéventure 4, Cofimage 30, Cofinova 15, Diaphana Films, Kazak Productions, MK2 Films, OCS
Distribuzione: BiM Distribuzione

Data di uscita: 08/10/2020

Francesco Costantini

Nato a Roma a un certo punto degli anni '80 del secolo scorso. Laurea in Scienze Politiche. Amo il cinema, la musica, la letteratura. Aspirante maratoneta.

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