GUNDA

GUNDA
di Viktor Kosakovskiy


Film radicale, documentario più per necessità di classificazione che di fatto, Gunda rappresenta un’operazione raffinata per il regista Viktor Kosakovskiy, che riesce a giocare alle sue regole ricercando contemporaneamente la partecipazione del pubblico. Fuori concorso nella sezione TFFDOC del Torino Film Festival.

Nuovo mondo animale

Sicuramente è un’opera radicale, Gunda, un esempio di cinema pressoché unico sia per il suo soggetto, sia per il modo in cui questo viene messo in scena. La vita di un gruppo di animali in una fattoria, e in particolare di una scrofa e dei suoi cuccioli, contornati da alcune galline e da una mandria di mucche: questo, in estrema sintesi, il soggetto del film di Viktor Kosakovskiy, regista russo con una lunga esperienza nel campo del documentario, che qui si affida tuttavia a una produzione norvegese. Ed è, sulla carta, un documentario, il film di Kosakovskiy, ma in realtà risulta qualcosa che trascende il genere, specie per come riesce a raccontare la quotidianità di un gruppo di animali traslandola in una dimensione che è assolutamente cinematografica. A partire dall’uso del bianco e nero, per proseguire con un sonoro ampiamente ritoccato in studio e una macchina da presa sempre mobile e attiva, Gunda supera in realtà le barriere del documentario per dare una dimensione lirica a quello che mette in scena.

Lo scopo del film di Kosakovskiy, neanche troppo velato, è quello di stimolare l’empatia verso il suo soggetto, mettendosi (letteralmente) “ad altezza di animale” e immergendosi direttamente nella vita di queste creature. Degli animali della fattoria vediamo così gioie, piccoli scontri, parentesi di noia e momenti di paura; l’approccio, però, non è di quelli che umanizzano le specie animali, e non c’è neanche uno sguardo moralista che semplicisticamente contrapponga la vita degli animali all’azione umana. Quest’ultima resta (quasi) sempre fuori campo, suggerita da un suono o evidenziata da una gabbia che viene aperta, o ancora mostrata dalla crudele presenza di una rete a segnare il territorio in cui i soggetti possono muoversi, rete che una delle galline tenta inutilmente di oltrepassare. La macchina da presa del regista non si limita a osservare i suoi soggetti, ma al contrario risulta sempre mobile, intenta a scrutare ogni piccolo dettaglio dell’interazione tra gli animali, alla costante ricerca di un particolare che spiazzi lo spettatore o comunque ne tenga vivo l’interesse.

Presentato fuori concorso nella sezione TFFDOC del Torino Film Festival, dopo essere già passato alla Berlinale, Gunda sta facendo parlare molto di sé per i consensi che ha raccolto nel panorama del mainstream occidentale più raffinato, a partire dal coinvolgimento nel ruolo di produttore esecutivo di Joaquin Phoenix (direttamente ricercato dalla produzione dopo il suo discorso animalista alla cerimonia degli Oscar, e convinto a entrare nel progetto dopo averne viste alcune scene) per continuare con le lusinghiere parole di Paul Thomas Anderson, che addirittura ha definito il film di Kosakovskiy “ciò a cui tutti dovremmo aspirare sia come pubblico che come filmmaker”. Quella del regista russo è effettivamente un’operazione molto raffinata, che ricerca l’empatia coi suoi soggetti limitandosi – solo apparentemente – a registrarne la vita quotidiana, ma di fatto facendo un notevole lavoro sul montaggio e sulla post-produzione (il film, in realtà, è stato girato in tre fattorie diverse). Il risultato è un oggetto altro, che solo la pura necessità di classificazione può far rientrare nella categoria del documentario.

“Animalista” nella sua essenza (il regista è dichiaratamente vegano, e si vocifera che il 60% della crew sia diventato tale dopo aver lavorato al film) ma capace di guardare oltre e rivolgersi a un pubblico più vasto, Gunda evita le trappole del moralismo – non idolatrando la vita animale come realtà paradisiaca, ma al contrario mostrandone anche le asprezze – rivelandosi al contempo lontanissimo dalla fattura patinata dei documentari naturalistici che siamo abituati a vedere in televisione. Il film di Viktor Kosakovskiy resta un mondo a sé stante, che gioca alle sue regole – senza nessuna concessione all’uso della colonna sonora, o all’intervento diretto della componente umana nella storia – riuscendo al contempo a mantenere viva l’attenzione (e la partecipazione) dello spettatore lungo i suoi 93 minuti di durata. Un risultato sicuramente rimarchevole, per un raro esempio di arthouse (e della fattura più radicale) che sa parlare al pubblico, ricercandone il coinvolgimento senza per questo apparire ruffiano.

Gunda poster locandina

Titolo originale: Gunda
Regia: Viktor Kosakovskiy
Paese/anno: Norvegia, Stati Uniti / 2020
Durata: 93’
Genere: Documentario
Sceneggiatura: Ainara Vera, Viktor Kosakovskiy
Fotografia: Egil Håskjold Larsen
Montaggio: Ainara Vera, Viktor Kosakovskiy
Casa di Produzione: Artemis Rising Foundation, Empathy Arts, Fritt Ord Foundation, Hailstone Films, Louverture Films, MEDIA Programme of the European Union, Norwegian Film Institute, Sant & Usant, Storyline Studios

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *