WILDFIRE

WILDFIRE
di Cathy Brady


Dramma familiare che dialoga – e collide – con quello collettivo di un’intera comunità, Wildfire si rivela un esordio solido per la regista Cathy Brady, che si affida quasi interamente alle sue interpreti principali, e a una sceneggiatura capace di trattare con equilibrio temi come quello della salute mentale e del disagio sociale in una cittadina già ferita. In concorso al Torino Film Festival 2020.

Un fuoco mai spento

Inizia con una serie di immagini di repertorio legate al conflitto anglo-irlandese, Wildfire, conflitto che resterà sullo sfondo di tutta la narrazione del film di Cathy Brady, suo esordio nella regia di un lungometraggio. Un tema ormai pluridecennale, che nel film della Brady trova una sua collocazione anche “geografica”: Lauren e Kelly sono infatti due sorelle cresciute in una cittadina che si trova proprio sul confine tra il nord e il sud, al punto che quest’ultimo può essere oltrepassato semplicemente nuotando nel fiume adiacente. Quando Kelly fa ritorno nella comunità dopo un anno di assenza, in cui non aveva fatto avere notizie di sé, la reazione di sua sorella è inizialmente ostile; ma ci vuole poco perché il legame tra le due, fortissimo nelle sue basi, rinasca ancora più intenso. Il ritorno di Kelly provoca tuttavia i pettegolezzi degli abitanti della cittadina, che non hanno dimenticato la morte della madre delle due, anni prima. Proprio il trauma mai elaborato della scomparsa della donna, e il tentativo di ricostruirne gli esatti contorni, finirà per unire le due sorelle in una ricerca che le esporrà sempre più all’ostilità della gente.

Sceglie un taglio naturalistico e quasi privo di impennate visive, Wildfire, presentato in concorso nella nuova edizione online del Torino Film Festival. Un approccio in cui la regista Cathy Brady si fa volutamente da parte, limitando i guizzi di regia ai tanti flashback presenti (spesso poco più che flash mentali, rapide immagini provenienti dal passato di natura quasi subliminale), e lasciandosi guidare dalla sceneggiatura e dalle ottime prove delle due protagoniste Nora-Jane Noone e Nika McGuigan (quest’ultima scomparsa poco dopo la fine delle riprese, e oggetto di una dedica sui titoli di coda). È infatti essenzialmente un film di scrittura e di attori, Wildfire, il che non significa tuttavia che il suo svolgimento sia piatto o privo di momenti emotivamente anche forti. Al contrario, il film della Brady scandaglia con attenzione la psiche tormentata delle due protagoniste – specie quella fragile e sempre sul punto del collasso di Kelly – contrapponendola alla coscienza collettiva di una piccola comunità che preferisce tenere nascosti i suoi scheletri nell’armadio, salvo poi emarginare il suo elemento più debole proprio nel momento in cui quest’ultimo rivela la sua fragilità.

Si rivela interessante, in Wildfire, la dialettica tra il dramma privato delle due protagoniste, che lentamente riemerge fino a fagocitare larga parte delle loro vite, e quello collettivo di una comunità che ha vissuto un trauma (una bomba dell’IRA che ha provocato diverse vittime civili) che non è riuscita compiutamente a elaborare. Il meccanismo della rimozione accomuna tanto quell’evento sepolto nel passato – che lasciò le due ragazze orfane di padre – quanto la presenza non gradita di Kelly, che dall’ipocrisia della condiscendenza iniziale sarà sempre più fatta oggetto di aperta ostilità. La sceneggiatura descrive gradualmente la morsa che si chiude attorno alle due protagoniste – anche a Lauren quando sceglie di restare vicino alla sorella – morsa che inizierà dalla stessa famiglia di Lauren, con il marito di quest’ultima indisponibile a comprendere il disagio della cognata: trattata, quest’ultima, come un corpo estraneo da espellere, per ripristinare una tranquillità familiare di facciata che nascondeva a sua volta disagio e sofferenza.

Esordio solido, capace di scivolare sul delicato tema della salute mentale senza farne oggetto di retorica, Wildfire trova il suo limite principale in una regia che risulta eccessivamente timida, ma che tuttavia non inficia il potenziale di coinvolgimento emotivo della storia. Il lungo finale del film, comunque forte ed efficace nel suo impatto visivo, pecca di qualche problema di credibilità nelle sue premesse, specie per una storia che aveva mantenuto, fino a quel momento, la base di un solido realismo. Nonostante questi limiti, il film di Cathy Brady si rivela un’interessante incursione in un dramma familiare che si inserisce in quello più ampio di un’intera comunità, narrato col giusto equilibrio tra sobrietà e capacità di coinvolgere lo spettatore con i mezzi del cinema, senza mai ricattarlo o scivolare in un melò di grana grossa privo del necessario ancoraggio alla realtà.

Wildfire (2020) poster locandina

Titolo originale: Wildfire
Regia: Cathy Brady
Paese/anno: Irlanda, Italia, Regno Unito / 2020
Durata: 85’
Genere: Drammatico
Cast: Aiste Gramantaite, Brian Kearns, Corey Millar, Damien Hannaway, David Pearse, Helen Behan, Joanne Crawford, John Paul O'Driscoll, Kate Dickie, Mark Quigley, Martin McCann, Maura Foley, Nika McGuigan, Nora-Jane Noone, Norma Ingram, Olga Wehrly, Richard Nester, Sarah Cranston, Toni O'Rourke, Uriel Emil
Sceneggiatura: Cathy Brady
Fotografia: Crystel Fournier
Montaggio: Matteo Bini
Musiche: Gareth Averill, Matthew James Kelly
Produttore: Brendan Mullin, Carlo Cresto-Dina, Charles Steel, David Collins, Katy Jackson
Casa di Produzione: Cowboy Films, Samson Films, Tempesta

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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