MOVING ON

MOVING ON
di Yoon Dan-bi


Esordio personale e sentito, in parte autobiografico, per la regista sudcoreana Yoon Dan-Bi, Moving On è un esempio di scarno minimalismo ma anche di grande pregnanza emotiva, con una descrizione dei rapporti familiari tanto semplice quanto centrata e credibile. In concorso al Torino Film Festival 2020.

Racconto di una famiglia

È un esordio personale, e nello stesso tempo molto intimo e sentito, questo Moving On, prima prova in un lungometraggio della regista sudcoreana Yoon Dan-bi (classe 1990), presentato in concorso al Torino Film Festival dopo l’anteprima mondiale al Festival di Busan. Un’opera che pone la lente di ingrandimento sui rapporti familiari, e in particolare sul confronto tra tre generazioni: il nonno, taciturno ma a suo modo pieno di vita, proprietario di una gigantesca casa dove vive in solitudine; il padre Byunggi, venditore ambulante che, raggiunta la mezza età, si trova ad affrontare un dissesto finanziario e a doversi trasferire coi suoi figli a casa di suo padre; sua sorella Mijung, donna determinata e appena uscita da un matrimonio fallimentare, che da subito stabilisce un contatto coi suoi nipoti; e infine Okju e Dongju, rispettivamente 17 e 9 anni, la prima che nasconde i suoi sentimenti dietro una maschera di impassibilità, il secondo vulcanico ma anche estremamente empatico. Tutti e cinque si trovano a vivere nella casa del nonno, quando Byunggi decide di trasferirvisi a causa della sua precaria situazione finanziaria, e Mijung lo affianca subito dopo aver lasciato suo marito. La convivenza porterà gioie e scontri in egual misura.

Vengono un po’ in mente i drammi familiari di Hirokazu Kore-eda, di fronte a questo Moving On, specie per lo sguardo lucido sull’istituzione della famiglia (e sulle sue trasformazioni) e per il tema del confronto generazionale, motivo che attraversa sottotraccia, in modo trasversale, tutto il film. Tuttavia, Yoon Dan-bi mostra in questo esordio una sua precisa idea di cinema, che è assolutamente personale e originale. Il film risulta essere una finestra aperta sulla quotidianità di una famiglia, e sui piccoli e grandi cambiamenti che questa è costretta ad affrontare. La regista, con fare pudico e senza dare giudizi sui suoi personaggi, ritrae questi ultimi mentre vengono a contatto tra loro, prendono le misure l’uno dell’altro, si confrontano, ora affettuosamente, ora aspramente. La straordinarietà della situazione ritratta in Moving On serve alla regista per riflettere su un’idea di famiglia allargata che è stata quasi interamente abbandonata, tanto in oriente quanto in occidente, e su come questa possa rivelarsi vivificante e stimolante (pur nei suoi punti problematici) per tutti i soggetti coinvolti.

I dialoghi di Moving On sono all’insegna di uno scarno naturalismo, senza preoccupazioni per l’impatto cinematografico che potrebbero avere; l’intenzione della regista è appunto quella di registrare un segmento di vita vissuta, con situazioni che non necessariamente hanno un’evoluzione in senso narrativo. Il rapporto tra Okju e il suo fidanzato, per esempio, è tratteggiato nel modo più semplice possibile, per essere poi bruscamente interrotto; la confessione da parte della ragazza a sua zia del fatto che sta frequentando un ragazzo – ma che questi le sembra lontano e forse poco interessato – non provoca da parte della donna l’attesa risposta risolutiva. Il mondo adulto è altrettanto (e forse più) confuso e problematico di quello dei due ragazzini, ma soprattutto non è in grado di offrire a questi una guida in senso proprio: mentre Byunggi rincorre il sogno di allargare il suo giro d’affari, ma intanto fa fatica a vendere gli esemplari che possiede, Mijung riveste per i ragazzi un ruolo di amica e confidente, più che di parente adulta. Gli aneddoti raccontati sulla sua vita passata, una canzone ascoltata al buio nel salone deserto, e un volto impassibile che lentamente si piega in un sorriso, dicono molto anche sul personaggio del nonno, silenziosa presenza che vivifica l’intera storia.

In tutto questo, la regista scruta i suoi personaggi da vicino, ma restando al contempo lontana da qualsiasi giudizio, dando a ognuno il giusto spazio narrativo, osservandone silenziosamente, ma anche empaticamente, le rispettive evoluzioni. Moving On riesce a essere al contempo rigoroso – per il modo in cui mette in scena la quotidianità di una famiglia in una situazione straordinaria – ed emotivamente pregante, avvicinando lo spettatore ai suoi personaggi senza ricorrere a facili scorciatoie cinematografiche. La sicurezza mostrata dalla regista nel dirigere questo esordio, ma anche il suo carattere evidentemente molto sentito (la stessa Yoon ha dichiarato che la storia è in parte autobiografica) fanno pensare di trovarsi di fronte a una nuova autrice, da cui si potranno avere piacevoli sorprese in futuro.

Moving On poster locandina

Titolo originale: Nam-mae-wui yeo-reum-bam
Regia: Yoon Dan-bi
Paese/anno: Corea del Sud / 2019
Durata: 105’
Genere: Drammatico
Cast: Choi Jung-un, Kim Sang-dong, Park Hyeon-yeong, Park Seung-jun, Yang Heung-ju
Sceneggiatura: Yoon Dan-bi
Fotografia: Kim Ji-hyeon
Montaggio: Won Chang-Jae
Produttore: Kim Ji-hyeon, Yoon Dan-bi
Casa di Produzione: Graduate School of Cinematic Content, Onu Film, Tiger Cinema

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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