REGINA

REGINA
di Alessandro Grande


Esordio nel lungometraggio di Alessandro Grande, presentato in concorso al Torino Film Festival 2020, Regina è un dramma familiare virato in noir, che ha dalla sua il coraggio di affrontare temi insoliti per il cinema italiano, al netto di una regia forse troppo timida e di una sceneggiatura a tratti verbosa.

Un segreto che divide

Già piuttosto noto nel campo dei corti (il suo Bismillah, del 2018, ha ottenuto il David di Donatello), Alessandro Grande esordisce nel lungometraggio con questo Regina, presentato in concorso al Torino Film Festival. E si tratta di un esordio interessante, atipico nel cinema italiano in quanto racconta un dramma familiare che tocca i temi della morte, della colpa e della redenzione, territori poco battuti dal nostrano cinema mainstream. Protagonista ne è la giovane Regina, 15 anni e un talento canoro sorprendente, sostenuto senza remore da suo padre Luigi, che a sua volta ha dovuto abbandonare la musica per occuparsi di sua figlia dopo la morte della moglie. I due sono molto legati e vivono un rapporto quasi alla pari, da vecchi amici più che da padre e figlia. Quando un incidente mortale, di cui condividono la responsabilità, irrompe nelle loro vite, tuttavia, il solido legame si spezza: Regina è schiacciata dal senso di colpa e cerca un’impossibile redenzione, mentre Luigi vorrebbe solamente cancellare l’accaduto e riprendere la loro vecchia vita.

Scritto dal regista insieme al co-sceneggiatore Mariano di Nardo (I figli della notte di Andrea De Sica, del 2016), Regina è prima di tutto l’esplorazione di un rapporto padre-figlia che vede il primo elemento (qui interpretato, in modo invero un po’ statico, da Francesco Montanari) inadeguato a fare veramente il padre, frustrato per la rinuncia alla carriera musicale e capace solo di proiettare le sue vecchie aspirazioni sulla figlia adolescente. Quello di Luigi è un personaggio cresciuto più sulla carta che nella realtà, che si appoggia alla presenza della figlia quasi quanto quest’ultima si appoggia a lui, incapace, per sua stessa ammissione, “di non fare cazzate”. Persino il suo rapporto con la nuova compagna, interpretata da Barbara Giordano, viene visto da Regina come un’indebita intrusione, e l’uomo non fa nulla per farlo accettare alla figlia. Ma è solo quando accade l’imprevedibile, col peso della colpa condiviso tra i due, che le differenze diventano nettamente visibili: mentre Luigi si rifiuta di accettare l’accaduto, cercando un impossibile ritorno alla normalità, Regina inizia una sua personale “via crucis”, che la porterà lontana da casa nel tentativo di dare un senso all’accaduto.

Innervato dall’ottima, inquieta prova di Ginevra Francesconi (The Nest (Il nido)) nel ruolo della protagonista, Regina è un dramma familiare che attraversa i territori oscuri del senso di colpa, dei diversi modi di ognuno di rapportarvisi, e di come un evento casuale, non programmato, possa cambiare e segnare per sempre un’intera vita. Quello di Regina, quando fugge di casa, è un vagare dentro se stessa più che fuori, nel tentativo di toccare con mano le conseguenze dirette delle sue azioni e di trovare un modo per convivere con la colpa. Un percorso che la separa inevitabilmente da suo padre, adolescente mai cresciuto e altrettanto spaesato, altrettanto allo sbando quanto lo è sua figlia – ma molto meno consapevole di lei – quando il suo appoggio gli viene infine a mancare. In questo senso, Regina è un dramma virato in noir, in cui le psicologie dei diversi personaggi si definiscono a seconda del loro modo di rapportarsi alla morte e alla colpa.

Girato nei boschi e accanto al lago di Lorica, paese vicino Cosenza, Regina ha il solo torto di adottare una regia un po’ anonima, dal taglio televisivo e poco personale, per raccontare una storia che avrebbe invece giovato di una più forte mano autoriale. Alessandro Grande si limita a riprendere correttamente i suoi personaggi senza tentare di scrutarli davvero da dentro, indugiando in dialoghi a volte troppo urlati, a volte semplicemente didascalici. Un lavoro maggiormente “di sottrazione” avrebbe giovato al film e alla sceneggiatura, a cui si può anche perdonare qualche forzatura e incongruenza nella fase della fuga di casa della protagonista. Un finale interessante viene a sua volta (in parte) rovinato da una frase di troppo, nell’ansia che il film mostra di spiegare e illustrare ogni suo singolo passaggio. Resta comunque, Regina, un esempio di cinema italiano sufficientemente fuori dagli schemi, per come ha il coraggio di affrontare un rapporto familiare atipico, di quelli che restano nella memoria, al netto di come il regista ha poi scelto di metterlo in scena.

Titolo originale: Regina
Regia: Alessandro Grande
Paese/anno: Italia / 2020
Durata: 82’
Genere: Drammatico
Cast: Barbara Giordano, Francesco Montanari, Ginevra Francesconi, Max Mazzotta
Sceneggiatura: Alessandro Grande, Mariano Di Nardo
Fotografia: Francesco Di Pierro
Montaggio: Annalisa Forgione
Musiche: Bruno Falanga
Casa di Produzione: Bianca Film, Rai Cinema

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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