BREEDER

BREEDER
di Jens Dahl


Seconda prova da regista per il danese Jens Dahl, presentato nella sezione Le stanze di Rol del Torino Film Festival 2020, Breeder è un film viscerale, che contamina l’horror “scientifico” col torture porn, lasciando tuttavia in superficie alcune delle tematiche a cui accenna.

La tortura allunga la vita

Le inquietudini sugli eccessi della scienza, e sui limiti etici nel poter decidere della vita e della morte – o addirittura nel ritardare indeterminatamente quest’ultima – sono sempre state fonti di suggestioni per il cinema horror. Ad aggiungersi a un filone già ricco arriva ora questo Breeder, secondo lavoro da regista del danese Jens Dahl (già sceneggiatore di Pusher – L’inizio di Nicolas Winding Refn), presentato nella sezione Le stanze di Rol del Torino Film Festival. La trama ruota intorno al personaggio di Mia, sposata con Thomas, dipendente di una ditta di bio-hacking che sta sperimentando un trattamento per far regredire l’invecchiamento. Quando una ragazza, sotto shock e coperta di sangue, bussa alla coppia della porta chiedendo aiuto, Thomas si offre di accompagnarla in ospedale. Ma, come Mia presto scoprirà, i due non si sono diretti affatto verso l’ospedale: Thomas è infatti complice di un programma di rapimento e segregazione di giovani donne, allo scopo di estrarre il loro DNA a beneficio dei clienti dell’azienda. Quando Mia si mette sulle tracce del marito, finirà per diventare a sua volta bersaglio degli aguzzini.

Breeder contamina il filone dell’horror “scientifico” con il torture porn derivato da esempi come Saw – L’engimista e Hostel, arrivando tuttavia a mettere in scena situazioni ancora più estreme di quanto si vedeva in questi prototipi. Quella della protagonista, l’attrice danese Sara Hjort Ditlevsen, è una vera e propria discesa agli inferi, che lentamente le svelerà l’autentico volto dell’azienda per cui lavora suo marito, e la costringerà a una dura, spietata lotta per la sopravvivenza. Il film di Jens Dahl scopre progressivamente le sue carte, passando dal bianco asettico dei laboratori della casa farmaceutica alle tonalità livide dei sotterranei della vecchia fabbrica, luogo di prigionia in cui sadici aguzzini dai nomi eloquenti (il Cane, il Suino) si occupano di annullare ogni accenno di ribellione da parte delle prigioniere, su cui hanno il permesso di sfogare i più bassi istinti. A capo della struttura, una scienziata ambiziosa quanto priva di scrupoli, la dottoressa Isabel Ruben interpretata – con piglio giustamente inquieto – dall’attrice Signe Egholm Olsen.

È curioso, anche se forse casuale, che il Torino Film Festival abbia scelto proprio la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne (il 25 novembre) per l’anteprima di un film che non si fa problemi a risultare estremamente grafico nella rappresentazione della stessa, approdando però a conclusioni ben poco politically correct. Il girone infernale in cui la protagonista si ritrova intrappolata, che presto scoprirà condiviso da altre sventurate, non risparmia nulla in termini di percosse, scariche elettriche e numeri stampati a fuoco sulla carne viva, ma offrirà anche, nei minuti conclusivi, un momento catartico che resta impresso nella memoria dello spettatore. Certamente il film di Jens Dahl non ha ambizioni di trattato sociologico sugli effetti nefasti dell’uso spregiudicato della scienza, né di riflessione sulla donna quale agnello sacrificale da immolare sull’altare di una sperata immortalità: Breeder è piuttosto una selvaggia, sfrenata cavalcata sul lato oscuro della psiche e sulle più basse pulsioni umane, messo in scena con un piglio da b-movie e una regia dinamica e priva di cedimenti di ritmo.

È un peccato, proprio alla luce delle sue buone potenzialità, che alcune delle suggestioni del film di Jens Dahl non vengano poi compiutamente sviluppate (il subplot che coinvolge il personaggio di Thomas e la donna chiamata Elly, l’accenno a componenti BDSM nel rapporto tra Thomas e Mia) lasciando in superficie il tema del legame tra dolore e piacere, accennato all’inizio del film e ribadito in una sequenza che coinvolge il personaggio di Elly, ma mai realmente affrontato. Ma Breeder, come si diceva poc’anzi, ha altre ambizioni, forse più basse ma certamente più viscerali. Si può perdonare in questo senso l’incertezza – ma anche lo scarso approfondimento – nella descrizione di un personaggio come quello di Thomas, che passa da complice a eroe in modo forse troppo disinvolto. Limiti che non inficiano, se non in minima parte, la godibilità di un prodotto di genere che ha dalla sua la radicalità delle soluzioni visive adottate, nonché un coraggio nel mettere in scena la violenza che sempre più raramente si può trovare nell’horror di tutte le latitudini.

Breeder poster locandina

Titolo originale: Breeder
Regia: Jens Dahl
Paese/anno: Danimarca / 2020
Durata: 107’
Genere: Horror, Thriller
Cast: Anders Heinrichsen, Anne Sofie Steen, Bengt C.W. Carlsson, David Bateson, Eeva Putro, Eja Rhea Mathea Due, Elvira Friis, Jens Andersen, Morten Holst, Oksana Kniazeva, Peter Khouri, Sara Hjort Ditlevsen, Sara Wilgaard Sinkjær, Signe Egholm Olsen
Sceneggiatura: Sissel Dalsgaard Thomsen
Fotografia: Nicolai Lok
Montaggio: Jakob Juul Toldam
Musiche: Peter Kyed, Peter Peter
Produttore: Amalie Lyngbo Quist, Maria Møller Christoffersen
Casa di Produzione: Beo Starling

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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